Fascismo/Antifascismo. Odore di muffa…

Massimo Ilardi

L’articolo che segue è stato pubblicato sul settimanale Gli Altri di venerdì scorso, 28 maggio ed è qui ripreso per gentile disponibilità della Direzione e dell’Autore.

La redazione

FASCISMO/ANTIFASCISMO
SE LA SINISTRA NON CAPISCE

Massimo Ilardi

C’è un problema a sinistra, o, meglio, c’è sempre stato, ma oggi è reso ancora più evidente dal tipo di società nella quale viviamo.

Nella recente polemica tra questo settimanale e alcuni settori della sinistra radicale sul diritto o meno di consentire ad alcuni gruppi della destra sociale di poter manifestare nelle strade, la questione è esplosa con una violenza verbale che lascia poco spazio alla mediazione e alla tolleranza. E, d’altra parte, non può che essere così quando si affronta il rapporto tra ideologia (qualunque visione che definisce la società come un tutto unico è per definizione ideologica) e libertà (non in quanto idea ma le sue pratiche). Di fronte a chi anteponeva la Costituzione, la legge e la tradizione dell’antifascismo alla domanda di libertà e confondeva questa con quelle, alcuni redattori e alcuni collaboratori di questo settimanale hanno risposto che ogni cosa è quella che è e che dunque libertà vuol dire libertà e basta. La libertà non ha nulla a che vedere né con la giustizia, né con l’identità, né con l’uguaglianza, né con la cultura, né tanto meno con la Costituzione e l’antifascismo. Essere liberi non vuol dire “pensarsi” liberi o costruirsi una differente coscienza di sé: essere liberi o è una pratica che si dispiega e si materializza immediatamente sul territorio contro ogni impedimento che ne ostacoli la marcia o non è. Per questo la domanda di libertà viene prima di ogni scelta politica o ideologica non fosse altro perché né la politica né l’ideologia riescono oggi a dare forma alle pratiche di libertà che attraversano la metropoli contemporanea.

Ed è proprio qui, su questa incapacità, che si consuma la crisi della cultura di sinistra. La sua avversione a una libertà sottratta alle briglie dell’etica e a un mondo di valori precostituiti e solo per questo ritenuti identitari, il suo pregiudizio nei confronti di tutto ciò che prende corpo fuori della tutela non solo formale della legge, la sua pretesa di perpetuare il passato come eredità per renderlo fattore immutabile di coesione e di ordine, la rendono insensibile a quel mondo della pura contingenza, della intensità dei desideri, dell’eccesso di presente che sono le modalità in cui oggi le vite di uomini e donne si danno. Affermare, ad esempio, come hanno fatto alcuni in polemica con Gli Altri, che la Costituzione vuol dire libertà, anzi l’antifascismo è libertà, senza con questo riuscire a distinguere la libertà dagli strumenti della sua tutela, che altro vuol dire se non tentare di inserirla a forza in un prontuario di regole già stabilite dalle istituzioni e preconfezionate dalla storia? Ma questo tentativo cosa centra con una società del consumo? Con l’individuo che ha preso il posto del collettivo, con il presente che ha disintegrato la memoria, con il desiderio che si politicizza e che è diventato il fondamento della vita dal quale si origina questa domanda di libertà che non si sente vincolata né dalla legge né dalla storia? Cosa centra con le rivolte metropolitane di Parigi, Atene e Bangkog  che non definiscono un universo coerente di opposizione politica, ma un arcipelago spontaneo di pratiche di ribellione che incarnano una domanda di libertà assoluta che non costruisce alcun ordine, non si incardina nelle istituzioni, non si coniuga con la legalità, non fa riferimento al lavoro, non si declina nelle forme della democrazia? Ma si dirà: alla fine queste rivolte sono perdenti. E’ vero alla fine sono perdenti. D’altra parte, come può l’istanza di libertà stare dentro una forma d’organizzazione che la sostenga, seppure di tipo nuovo? E’ una questione che la politica non ha ancora risolto. Sta di fatto che mancando questa risoluzione, la potenza della repressione non concede scampo o vie di fuga a chi si sottrae dalla necessità della legge. Ma se non si comincia a pensare che il futuro inizia proprio nell’oblio di ciò che è passato e si è perduto, come scrive John Burnside in Glister, difficilmente l’agilità della politica potrà avere il sopravvento sulla continuità ingombrante della storia. E la continuità della storia, cari compagni, ci ha visto sempre perdenti. Sembra che nulla si voglia dimenticare tranne che questa verità. E così, dato che non può far dimettere questo mondo che non le piace e per di più priva di strumenti per capire le trasformazioni sociali e culturali in atto, la sinistra si rifugia invece proprio nella storia per ritrovare qui identità e modelli di partecipazione ormai però messi fuori corso da una società che al contrario si raggruma in appartenenze culturali non più mediate dall’ideologia né da uno specifico interesse di classe.

Certo, non è colpa della sinistra se ancora oggi si trova qualcuno che si definisce “fascista del terzo millennio”! Ma invece di dargli del demente lo prende sul serio e lo fa non perché sia pericoloso ma perché consente finalmente di ritagliarsi quella identità, seppure plastificata e sprofondata nel passato, che le culture metropolitane si rifiutano di assegnare.  Questo e solo questo è il motivo che spinge a richiamarsi al fascismo e all’antifascismo, trasformati ormai in puri segni senza uno spessore temporale e una filosofia della storia che li sostenga e che hanno il solo scopo di provocare e innescare un conflitto identitario che odora di muffa. L’identità, questo mostro sanguinario che ha costretto all’ergastolo la vita di intere generazioni non smette ancora di fare vittime e reclamare sacrifici!

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