Cover band. Ti copio per amore

Federico Zamboni

Ne esistono a centinaia, ormai. A migliaia. Anche qui in Italia. Gruppi musicali che nascono – e che restano uniti per anni e anni, teoricamente per sempre – al solo scopo di riproporre il repertorio di artisti già affermati. Vecchie leggende del rock come i Pink Floyd, i Led Zeppelin, i Deep Purple, i Queen. Ma anche “miti” più recenti come gli U2, i Pearl Jam, i Nirvana,  e, per restare nei confini nazionali, Ligabue e Biagio Antonacci. Nonché, beninteso, innumerevoli altri, dai Beatles ai Pooh, da Vasco Rossi agli Oasis.

Il loro nome corrente è “cover band”. I più attenti, però, ci tengono a distinguere tra le diverse esperienze e preferiscono usare anche il termine, più specialistico, di “tribute band”. La differenza? Eccola: le cover band vere e proprie suonano pezzi di artisti diversi, solitamente accomunati dall’appartenenza a uno stesso genere; le tribute band si specializzano a senso unico, fino ad arrivare, nei casi estremi, a replicare rigorosamente non soltanto i brani e le sonorità ma anche qualsiasi altro dettaglio, dalla marca e dal modello degli strumenti fino al look di scena, movenze incluse. Per citare l’esempio più noto, e redditizio, i canadesi “The Musical Box” rifanno alla perfezione i Genesis di Peter Gabriel. Più che un semplice recupero, un’autentica clonazione. Come hanno detto loro stessi, «È  come se la gente salisse su una macchina del tempo e tornasse ai ’70, alla versione originale dei Genesis».

httpv://www.youtube.com/watch?v=W35wtfcByIY
(Musical Box, Six hours live)

Fissato il punto più alto possibile – questa sorta di meraviglioso, terrificante Everest dell’imitazione – c’è comunque spazio per qualsiasi livello intermedio. E per approcci diversi. Per i moltissimi altri che si “accontentano” di limitare l’omaggio a una buona, ottima esecuzione dei brani prediletti. È una differenza sostanziale. Nel caso dei gruppi alla “The Musical Box” lo scopo è prettamente estetico: la perfezione formale come massimo obiettivo, il pubblico come testimone del suo effettivo raggiungimento. Gli esecutori sul palco – tesi a immedesimarsi a tal punto con le star preferite da apparire, e in qualche modo diventare, delle star essi stessi – e gli ascoltatori in platea (giù in platea). La bravura, l’abilità, il successo, come presupposto di una distanza. «Thank you very much», ma ognuno al suo posto: uniti nel coinvolgimento, nell’esaltazione del rito collettivo, ma separati dalla differenza, insormontabile, dei ruoli. Benissimo, finché si vuole applaudire (e comprare dischi, e chiedere autografi), ma a patto che finisca lì. Non siamo uguali. Non lo saremo mai.

Poi ci sono gli altri, invece. Questi musicisti che sono, e che restano, innanzitutto dei fan. Meglio: degli appassionati. Gente che non ha nessuna intenzione di sostituirsi ai suoi idoli, nemmeno nella momentanea finzione dello show, ma che è mossa dalla voglia, e dal piacere, di suonare la musica che ama. Di suonarla davanti (accanto) ad altre persone che quella stessa passione la condividono a loro volta.

Meno male. Siamo usciti, o quanto meno ci siamo allontanati di molto, dalla dimensione smaccatamente commerciale, o addirittura industriale, della musica come merce da vendere. Come immaginario da calare dall’alto, e dunque da imporre. Siamo invece entrati, siamo finalmente rientrati, nell’ambito della musica come patrimonio condiviso, come opportunità quotidiana, come occasione reciproca di dare e ricevere energia. Siamo tornati, in una parola, al folk.

Paradossalmente, la massima identificazione in un artista (in una “star”) smette di essere una sottomissione passiva e diventa, all’opposto, la chance di un’affermazione individuale. E collettiva. Il cerchio si chiude: il rock – che era nato naif ma che fin troppo presto, e non certo per caso, si era lasciato invischiare nella luccicante ragnatela del business – ritrova la sua matrice originaria.

Quante volte li potrai ascoltare dal vivo, gli U2, o Sting, o Bruce Springsteen? E quanto dovrai sborsare, ogni volta? Il rimedio, l’alternativa, possono essere le cover band. Quello che perdi in suggestione – la suggestione ingannevole, se non proprio fasulla, del grande evento – lo riguadagni in schiettezza. Anche se quello in cui ti trovi è un pub, l’atmosfera diventa, può diventare, quella di quando si è tutti insieme e si canta intorno al fuoco: voci e suoni che squarciano il buio, faville che si liberano nella notte, persone che si scaldano, che si ritemprano, al medesimo calore.

Una possibilità, certo. Uno spiraglio che si apre nella rete, a maglie così fitte, della comunicazione di massa. Della manipolazione di massa. Ma non è che siamo ingenui. Non è che non ci rendiamo conto che, anche in questo caso, incombe il rischio di una nuova speculazione. Proprio perché le cover band funzionano, e sono a buon mercato, i gestori dei locali le utilizzano fin troppo assiduamente. Il riferimento all’artista celebre fa da specchietto per le allodole. I pezzi sono talmente conosciuti (metabolizzati) che, se proprio non vengono suonati da far schifo, piaceranno per forza. Già. Una volta c’erano i jukebox, adesso ci sono le cover band. Monetina, hit. Biglietto, o consumazione, e via con un intero concerto. Conveniente, nevvero?

Siamo sempre lì: la mercificazione esce dalla porta e rientra dalla finestra. Come è stato giustamente osservato, le cover band finiscono col togliere spazio ai nuovi talenti. A tutti quelli che hanno da proporre un proprio repertorio originale. E che però, appunto per questo, comportano un azzardo. E se poi non piacciono? Peggio: e se poi la gente non viene affatto a sentirli?

Vecchia storia. Quando il pubblico perde la curiosità per quel che non conosce, quando si confondono le imprevedibili esplorazioni dell’arte con i viaggetti “all inclusive” dell’intrattenimento, rimane solo l’omologazione, più o meno travestita, più o meno impacchettata.  Così, a chiudere, ecco una citazione. Quasi come una piccola, minuscola, frammentaria cover. “E non dovremo vedere niente che non abbiamo veduto già”. De Gregori, 1989, Bambini venite parvulos.

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