C’era una volta Zemanlandia

Giovanni Di Martino

Il vero segreto del Foggia non era Zeman ma Pasquale Casillo: se lui fosse rimasto, la squadra non sarebbe mai retrocessa.

Zdenek Zeman

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(Giuseppe Sansonna, Zemanlandia I, II e III parte – 2010)

«Coi Casillo sono in debito, gli altri sono loro ad essere in debito con me», laddove gli altri erano Cragnotti e Sensi, ma anche Alberti e Semeraro. Il film – documentario di Giuseppe Sansonna sul Foggia targato CasilloPavoneZeman (1986-1994) ha avuto scarsissima visibilità. È stato proiettato ovviamente a Foggia e a qualche festival in Italia centro meridionale, è passato in tv sul canale ESPN Classic, una sintesi di circa venti minuti è stata trasmessa da LA7, ma lo hanno visto in pochi. È scaricabile dalla rete, senza difficoltà. Ne vale comunque la pena.

Si tratta di una celebrazione postuma doverosa di una delle più belle “favole” che il calcio italiano abbia vissuto, imperdibile per gli appassionati e per chi non ha la memoria troppo corta. È girata con uno stile secco, e senza la ridondanza degli altri documentari sportivi (tipo “Sfide” della RAI, che riesce a rendere epica anche una sostituzione). Ma il pregio fondamentale del documentario è di essere incentrato sul calcio. Perché quando c’è Zeman di mezzo, da più di dieci anni a questa parte si parla solo di doping, di calciopoli, di moralità e niente altro. Tutto questo, ovviamente, nel film di Sansonna c’è, ma è solo accennato: al termine la voce fuori campo dice che Zemanlandia non ha più una collocazione geografica, perché se un presidente di calcio chiama Zeman come allenatore, si accolla automaticamente tutti quelli che hanno intenzione di fargliela pagare. Casillo a fine intervista fa una battuta sulla stagione 2003 – 2004, quando lui e Zeman si sono ritrovati ad Avellino e sono più o meno stati retrocessi dal palazzo, ma niente più.

Il merito del film di Sansonna è proprio quello di avere rimesso le cose a posto: Zeman è un uomo di calcio e allora che si parli di calcio. Con lui e con Casillo (che di per sé valgono il prezzo del biglietto, essendo il primo un personaggio a tutto tondo e il secondo un attore innato, erede della grande tradizione napoletana), ma anche con molti protagonisti che ricordano quegli anni quasi con le lacrime agli occhi (Signori, Rambaudi, Codispoti, Franco Mancini, Di Biagio eccetera).

Le preparazioni fisiche massacranti, le infinite partite a carte tra dirigenti durante i ritiri, l’atmosfera familiare, ma spartana (il Foggia giocava in serie A, ma si allenava su un campetto di terra battuta, e, in caso di indisponibilità, sul piazzale davanti allo stadio), il trampolino per giocatori sconosciuti letteralmente reinventati ed arrivati fino in nazionale, e il gioco che incantava. «Andavamo al doppio delle altre squadre, e sapevamo due passaggi prima dove avremmo ricevuto il pallone», ricorda Signori.

Il Foggia dei miracoli, quindi, ma anche del lavoro durissimo e della fiducia: Casillo si prende il giusto merito di avere scoperto Zeman, avendolo scelto dopo averlo visto perdere per 4 a 1 e avendo dato un premio partita ai giocatori dopo la primissima partita di campionato, persa per 1 a 0. Ma più di ogni altra cosa per aver capito che per il bel gioco e i risultati non ci vuole la bacchetta magica, ma solo il lavoro, e per non avere esonerato Zeman quando alla fine del girone di andata la squadra era sull’orlo della retrocessione: ogni cosa sarebbe andata a posto. E così è stato, ma lo sapeva solo Casillo.

Con un finale malinconico, come anche tutte le altre opere dedicate al protagonista (dalla canzone di Venditti al romanzo di Cancogni), che vede uno Zeman cristologico al quale hanno tappato la bocca e che è destinato a scontare con l’assenza i peccati del calcio italiano.

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