Antonio Saccà. Il padre di Dio

Angelo Spaziano

Le associazioni laiche, o peggio, dichiaratamente atee, sostengono la necessità di cancellare dalla nostra vita quotidiana ogni simbolo religioso o qualunque riferimento suscettibile d’indurre all’idea di sacralità. «La brutta notizia è che Dio non esiste. Quella bella è che non ne hai bisogno, perciò goditi la vita», diceva uno slogan propagandato qualche tempo fa sui bus dagli esegeti del profano. Come se nella certezza di finire la nostra esistenza annientati per sempre in una squallida discarica cosmica ci fosse qualche elemento che invitasse alla spensieratezza.

Il fatto è che in questi tempi di feroci attacchi contro il Papa l’interrogativo si è fatto di sconcertante attualità. L’interessante saggio dal titolo Il padre di Dio, di Antonio Saccà (Edizioni Bietti Media, 2009, pagg. 364), offre un nuovo punto di vista sull’argomento. Non è tanto l’esistenza o meno di Dio ad essere importante, afferma Saccà, quanto l’ “indotto” che ogni religione porta con sé. Vale a dire non conta tanto credere, quanto il bisogno di sacro che l’umanità ha sempre avvertito. Un impulso insopprimibile, che si è palesato ovunque nel mondo con una smisurata quantità e varietà di simboli. Si tratta di un imprinting universale, legato all’uomo in quanto tale, un fenomeno che sembra possedere una dimensione propria, diremmo antropologica. Ovunque trovi un segno di vita umana, infatti, trovi anche un simbolismo più o meno ricco, ma ad ogni modo espressivo di un senso, di un carattere, di un modus vivendi, di una scelta di vita impossibile da rendere con le parole. Ovvero, che per rendere con le parole non basterebbero ponderosi volumi. Un simbolo, insomma, rappresenta il custode dell’identità, a maggior ragione in tempi di globalizzazione imperante come questi che ci tocca vivere.

Oggi, purtroppo, stigmatizza Saccà, alla decadenza della nostra cultura corrisponde un’altrettanto rovinosa decadenza della religione cristiana, del tutto incapace ormai di elaborare simboli. Il verbo declinato dai preti, infatti, è scaduto al rango di un pacifismo d’accatto misto a un vago filantropismo che bada solo a distribuire pasti caldi o vestiti agli indigenti ma che se ne frega delle anime dei pochissimi che ancora si ostinano a frequentare le chiese. Siamo pieni di benessere e beotamente soddisfatti della nostra vita fatta solo di oggetti di consumo, viaggi, divertimenti e sballi. E sacrifichiamo all’altare del godimento anche quello che dovrebbe rappresentare l’ “investimento” più lungimirante e disinteressato per ogni civiltà dotata di un progetto finalizzato a pensare il futuro: la prole. Non facciamo più figli e la demografia è spietata quasi quanto una guerra perduta. Invece che soccombere alle armi soverchianti dell’avversario, infatti, ci lasciamo morire autosopprimendoci lentamente per forza d’inerzia, senza lasciare eredi e senza nuove e fresche generazioni a soppiantare quelle che se ne vanno. In cambio, spalanchiamo le porte a fiumane d’immigrati di culture diverse permettendo loro d’impiantarsi stabilmente sul nostro stesso suolo a svolgere mansioni che a noi ormai fanno ribrezzo. Tra qualche decennio saremo noi la minoranza nella nostra stessa patria, e privi di un’idea “forte” del mondo, di un simbolismo fascinoso, capace di conquistare e convincere l’ “altro”, ci nutriamo solo di pusillanime arrendevolezza oppure non esitiamo con miope cinismo e scarsa lungimiranza a sfruttare col lavoro nero o sottopagato le masse di diseredati che approdano sulle nostre plaghe. Che domani ci renderanno la pariglia.

Ed è proprio questo il pericolo che, secondo Saccà, va assolutamente scongiurato. Un’intolleranza reciproca, un irrigidimento vicendevole che invece d’individuare nel neocapitalismo da rapina l’autentico nemico, imponga l’irragionevole istanza di una guerra di religione. Una guerra tra poveri che comporterebbe come corollario un conflitto all’interno della nostra stessa società mosso dal credente lanciato all’assalto del non credente. La nostra civiltà, l’unica tra tutte nel pianeta a fare della dialettica e della diversità un elemento di arricchimento, ne uscirebbe annientata. Tutta questa vasta problematica è ampiamente trattata con viva preoccupazione da un Saccà che, consapevole della complessità dell’argomento, ha suddiviso la materia in tre ampi capitoli. Il primo, “L’arte della religione”, illustra appunto i vantaggi e gli svantaggi offerti dall’aderire alle varie confessioni. Il secondo capitolo “Capitali tempestosi” concerne appunto il deleterio processo di delocalizzazione dei capitali occidentali, che, investiti nei paesi del Terzo Mondo, consentono alle multinazionali di contribuire allo sviluppo di queste nazioni a detrimento del nostro (ex) Primo Mondo, che, impoverendosi, diventa solo un micragnoso consumatore di merci scadentissime prodotte con le lacrime  e il sangue di popolazioni schiavizzate. La terza sezione parla dei “Simboli familiari”, ovverossia del confronto, del dialogo interreligioso, dell’identità, e delle radici cristiane dell’Europa e dei rapporti con l’Islam.

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