Alessandro Monti. Di segni e di terra

Carlo Fabrizio Carli

La pittoscultura è l’ambito in cui, da molti anni a questa parte, Alessandro Monti ha scelto di operare, dispiegando una esemplare coerenza di percorso e conseguendo risultati di innegabile efficacia. Applicandosi a questo contesto, l’artista si serve di procedimenti e tecniche inusuali e tutte personali che richiedono qualche precisazione.

A cominciare proprio dall’accezione della scultura in cui Monti si riconosce e che risulta lontanissima dalle tecniche tradizionali di modellazione, fusione e quant’altro nonché dall’impiego dei materiali canonici (marmo, bronzo, creta), ma che tuttavia possiede una specifica autonomia linguistica e una innegabile dignità nell’articolazione spaziale, legittimate dai percorsi delle avanguardie novecentesche (e, naturalmente, dei loro sviluppi nel corso del secondo Novecento), specie di quelle di valenza materica e contraddistinte dall’assunzione di un linguaggio oggettuale. Accezione, oltretutto, per nulla riducibile all’alea di temporaneità effimera connaturata ai procedimenti installativi, tantomeno di arte ambientale.

Va subito precisato che l’operatività di Monti è basata su un appassionato dispiegamento di manualità fabrile, su un consumato esercizio artigianale di ricerca e sperimentazione dei materiali, che spazia dall’ebanisteria, agli intonachi, alla pittura. L’artista prende le mosse da uno o più  telai in compensato di legno, che egli articola spazialmente mediante dei ringrossi in legno o in schiuma espansa adeguatamente modellati, ovvero forandoli e lasciando, per dire così, risucchiare all’interno della struttura una sorta di alveoli, ottenuti mediante dei veri e propri calchi, interi o parziali, delle forme in aggetto. Così facendo, Monti ottiene degli effetti senz’altro intriganti, di valenza non esclusivamente formale ma anche concettuale, potendo attivare una rispondenza di doppi, concavo-convesso, pieno-vuoto, maschile-femminile, consistenti in segni di consistenza spaziale, suscettibili di costituire potenzialmente una sorta di alfabeto immaginario.

Le suggestioni suscitate nell’osservatore da questi anomali segni sono molteplici. In particolare quelli introversi si caricano di serrate evocazioni biomorfiche, proponendo alla memoria alveoli e nicchie fetali, ovvero, benché abnormemente ingranditi, i cunicoli che, al buio e obbedendo a bussole misteriose, le cerambici scavano nei colossali tronchi di querce.

A questo punto, Monti elabora il suo oggetto plastico inguainandolo con tela pittorica e stendendo su quest’ultima uno speciale intonaco a base di stucco, sabbia e terre; ed è questo il momento specifico dell’intervento della pittura. Tale procedimento imprime alle sculture di Monti un sapore di matericità spessa e vibrante, ulteriormente avvalorato dall’inserzione di elementi di legno sagomato, levigato e trattato a tinte scure, talvolta contraddistinto da una sorta di eleganza musicale: vere e proprie sculture nelle scultura.

Si tratta, come si sarà compreso facilmente, di un processo assai elaborato, sulle cui componenti e sulle cui fasi Monti esercita un controllo attentissimo, una sorta di orchestrazione operativa.

Del lavoro più recente di Alessandro Monti rende bene conto questa mostra, in cui l’artista espone una trentina di lavori realizzati nell’ultimo quinquennio, dei quali circa la metà recentissimi, datati 2007-2008. Il visitatore potrà così accostare un importante snodo operativo nell’itinerario dell’artista, sulla direzione di un processo di semplificazione formale, dell’acquisizione di severità e icasticità di linguaggio.

Mentre nelle opere precedenti (alcune delle quali esposte in mostra, così da rendere palese il confronto) trovava infatti posto un raffinato, labirintico partito decorativo, quasi un ideale tatuaggio della superficie pittorica a base di misteriose criptografie, che valeva a ricollegare queste singolari pittosculture alla peculiare tradizione dell’astrattismo italiano (da Sanfilippo ad Accardi a Consagra, tanto per intendersi), in questa più recente tappa del percorso interno di Alessandro Monti è invece la stessa elaborata risoluzione materica ad essere esibita nella sua intrinseca valenza espressiva.

Osservando con attenzione il processo operativo dell’artista, ci si rende conto di come il lavoro di Monti si trovi attualmente ad un punto di svolta. Riesce spontaneo chiedersi quale potrà essere la direzione della sua prossima ricerca; con ogni probabilità, l’intervento pittorico tornerà a dispiegarsi pienamente, ma più sobrio, libero, depurato da concessioni decorative.

Sul duplice registro, pittorico e al tempo stesso scultoreo, i segni (tanto in aggetto che in incasso) di Monti si inseriscono piuttosto nell’ambito di una poetica del segno, attivando magari una certa quale allusione a Capogrossi e ai suoi celeberrimi ideogrammi. In realtà, si tratta di un’associazione forse, a prima vista, convolgente, ma anche fuorviante, in quanto Monti non si è mai posto il problema della ricerca di un segno ideale e archetipico, delle sue varianti e aggregazioni, quanto semmai – si è già accennato – quello di una, pur tutta immaginaria, iterazione alfabetica, che del resto, nonostante intriganti suggestioni, si situa solo in posizione di superficiale tangenza con l’ambito della pittura come scrittura.

Ben più solida e motivata riesce invece l’associazione del lavoro di Monti con il lessico e con l’immaginario propri delle civiltà primitive: l’inserzione dei già citati elementi di legno sagomato; ma anche l’impiego marcato di terre, su tonalità grigie, del nero, ovvero beige, fortemente allusive al suolo, alla pietra, alla sabbia, inducono a riflettere su tale affinità. Vige in queste opere una forte carica arcaica, che si congiunge all’epifania del sacro, sul versante, per intenderci, di una primordialità simbolica: l’eros e l’ascesi, il segno (ovvero l’elementare comunicare) e l’ambito della contemplazione, il lutto e la rigenerazione.

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