Vianello. La comicità come missione

Giovanni Di Martino

La scomparsa di Raimondo Vianello impone, ad un critico cinematografico formatosi sul genere comico e sostenitore assiduo della non inferiorità critica dei film comici rispetto a tutti gli altri, un tributo immensamente grande. Tributo che sono felicissimo di esprimere ripercorrendo brevemente la carriera di questo grande protagonista del Novecento italiano, pieno di stile ed assolutamente mai volgare.

A detta di Baudo ha avuto la forza di scherzare fino all’ultimo, il figlio dell’ammiraglio Vianello (il padre, infatti, era un pezzo grosso della Regia Marina), come fece il grande Petrolini, del quale, non a caso, Vianello è stato un profondo conoscitore e continuatore.

La carriera di Vianello può essere analizzata distinguendo quattro diverse forme di manifestazione: il Vianello attore ed autore comico in teatro e al cinema, il Vianello in coppia con Tognazzi, il Vianello presentatore ed il Vianello in coppia con la moglie, Sandra Mondaini. Va precisato però che i quattro “Vianelli” appena citati si intersecano tra loro e non sono separati a compartimenti stagni: il Vianello attore comico gira molti film con Tognazzi, il Vianello presentatore presenta da solo, ma anche con Tognazzi o con la Mondaini, e ci sono anche alcune pellicole con Tognazzi, Vianello e la Mondaini insieme (come il bellissimo e dimenticato Noi siamo due evasi).

Vianello ha fatto l’attore comico per vent’anni, dal dopoguerra alla fine degli anni sessanta. Poi non è più comparso al cinema, ma ha continuato a scrivere copioni a getto continuo. Ha interpretato solo film comici, alcuni da protagonista, ma il più delle volte come spalla. La sua fisionomia longilinea, distratta, ma non allampanata (soprattutto all’inizio) lo ha reso una sponda perfetta per i migliori comici nostrani, da Rascel (in Napoleone Vianello interpreta Cambronne con tanto di insulto finale alle truppe inglesi) fino a Totò (come dimenticare il bellissimo duetto in Totò diabolicus, in cui Totò travestito da donna interpreta Laudomia, la vedova nobile alla quale sono sempre morti accidentalmente i mariti, e di cui Vianello è il giovane ultimo marito spaventatissimo).

Adatto a vestire qualunque panno, divise specialmente, riesce particolarmente brutto (e quindi oltremodo divertente) quando si veste da donna, e così pure il suo primo partner Tognazzi, con il quale ha fatto coppia fissa per quasi dieci anni, al cinema (Psycosissimo, A noi piace freddo, I tromboni di Fra Diavolo tra i migliori in assoluto), in televisione (il mitico Un due tre) e nel teatro di rivista. Proprio in quest’ultimo campo Vianello, grandissimo sportivo fin dalla giovinezza, seleziona i ballerini della compagnia in base alla bravura nel giocare a calcio. La squadra della compagnia, infatti, affronta in ogni città la rappresentativa locale delle vecchie glorie di serie A, con Vianello capitano e Tognazzi, sigaretta in bocca, come portiere. Un portiere atipico, spiega lo stesso Vianello, che si esalta con grandi parate quando i tiri che arrivano sono difficili da prendere, ma che lascia andare in rete i tiri deboli e rasoterra: “dovevo pararlo? Ma ti sembra un tiro quello?“Sì va beh, ma intanto ci hanno segnato”  ribatteva Vianello incavolato.

È proprio Vianello a dare a Tognazzi i primi rudimenti di quella che sarà la passione della sua vita, ossia la cucina. Quando da giovanissimi condividono un appartamento, Vianello gli spiega le prime cose elementari e da lì Tognazzi inizia senza smettere con quello che sarà il suo hobby delle notti insonni. La coppia Tognazzi – Vianello si rompe quasi casualmente nel 1961, quando il copione di Il federale viene proposto alla coppia. Tognazzi vorrebbe interpretarlo da solo, ma è anche Vianello a non credere nel progetto. Sicuramente sarebbe stato in grado di interpretare una parte drammatica, ma la cosa in sé non gli interessa proprio. Dopo quel film (un capolavoro che racconta la nascita di un’amicizia tra due persone diversissime), Tognazzi spicca il volo verso la commedia all’italiana (Risi, Monicelli, Salce…) e verso il cinema impegnato (Ferreri), ma l’amicizia (e in qualche caso anche la collaborazione al cinema) con Vianello non vengono meno. Sono anche stati i primi epurati dalla RAI, per avere, in una puntata di Un due tre, preso in giro il presidente Gronchi che cade a terra mentre gli viene tolta la sedia (episodio realmente avvenuto). E dopo qualche anno, quando la RAI sarebbe pronta per ripetere il successo di Un due tre, si presentano dicendo di avere preparato un repertorio nuovo, tutto di battute sul papa. Tanto basta perché non se ne faccia niente, anche se le battute sul papa non le hanno mai preparate: si è trattato solo di una provocazione che, in sede di riunione, ha improvvisato Vianello, e Tognazzi ha preso la palla al balzo, imitando la voce di Giovanni XIII in dialetto bergamasco. La voglia di scherzare, in quel caso, è stata tale da compromettere tutto. La fine della coppia fissa Tognazzi – Vianello è paradossalmente anche l’inizio del successo cinematografico della coppia Franchi – Ingrassia: infatti il primo film di grande successo della coppia palermitana (quello che fa capire ai produttori che loro sono una miniera da sfruttare) è I due della legione, il cui copione (comprato da Lucio Fulci con i soldi della liquidazione che aveva ricevuto da Ponti) è stato scritto proprio per Tognazzi e Vianello, ma l’idea viene subito accantonata perché tutti hanno la percezione che la coppia, dopo Il federale, sia ormai finita.

Vianello è un presentatore in grado di fare qualunque tipo di programma, dal Festival di San Remo al Gioco dei Nove, ai varietà vecchia maniera (di cui è grande intenditore ed autore essendoci cresciuto in mezzo, da Tante scuse fino a Stasera niente di nuovo, l’ultimo in RAI condotto insieme al grandissimo Gianni Agus, passando per il mitico Noi…no!, forse il migliore di tutti con il trio inedito e mai riproposto Vianello – Enzo LibertiMassimo Giuliani, e la celeberrima sigla finale con Vianello – Tarzan che deve liberare la Mondaini prigioniera, ma non ci riesce perché si fa sempre male), senza dimenticare i programmi sportivi, in particolare Pressing, la variante berlusconiana della Domenica Sportiva, che Vianello risolleva dalla conduzione grigia di Marino Bartoletti e conduce con successo per otto anni.

La coppia Vianello – Mondaini ha costituito un unicum nel mondo dello spettacolo italiano, non solo per l’elevata professionalità e l’affiatamento, ma anche per la capacità di aver riprodotto all’infinito lo stesso prodotto senza mai stufare. Il maggiore riscontro lo si ha nell’ultima riuscitissima formula, quella di Casa Vianello: venti anni ininterrotti di episodi uguali ma al contempo mai ripetitivi (la trama è quasi sempre che Vianello rimane colpito dalla nuova vicina di casa giovanissima e fa di tutto – invano – per allontanare la Mondaini: riassunta nell‘ultima puntata – epigono, intitolata Crociera Vianello, in cui Raimondo dice a Sandra: “in tanti anni ho cercato sempre di tradirti… ma non ci sono riuscito mai“). Le potenzialità longeve della coppia non sfuggono a Silvio Berlusconi, il quale quando decide di trasformare Telemilano in un’emittente nazionale, compra in blocco i campioni d’incasso della RAI offrendo loro cifre altissime per essere sicuro che accettino (esattamente come farà cinque anni dopo alla sua entrata nel mondo del calcio – estate 1986 – quando offrirà il triplo per portare da un giorno all’altro Galli, Donadoni, Massaro e Galderisi al Milan, aumentando di botto i valori di tutti gli altri giocatori e meritandosi da Gianni Agnelli l’appellativo di “calmierartore”). Fatto sta che Mike Bongiorno, Ciccio e Franco e i coniugi Vianello approdano a Canale 5 (seguiti quasi subito da Corrado), e in un paio di anni Berlusconi (a colpi di Bis, Il pranzo è servito, Attendi a noi due, Ridiamoci sopra e Partitissima)  ottiene il tanto desiderato sorpasso negli ascolti ai danni della RAI, ma anche della mondadoriana Retequattro, che in quell’occasione issa bandiera bianca. Resta memorabile l’aneddoto (poi confermato) di un Berlusconi stanchissimo che si reca a casa di Vianello e della Mondaini per proporgli il contratto e alla domanda se gradisca qualcosa, risponde, “un panino, grazie“. “Cominciamo bene!” ribatte Raimondo, ma accetta subito l’offerta e resta trent’anni a Canale 5, fedelissimo al Cavaliere (la sua vendetta consumata fredda nei confronti della RAI che lo aveva epurato vent’anni prima).

Tentando, in chiusura, una sistematizzazione critica di Vianello, si può dire che abbia rappresentato – meglio di tutti – i comici italiani per vocazione, ossia coloro che non solo fanno ridere e sanno di fare ridere, ma vogliono fare ridere e vogliono solo quello. In questo senso si spiega il rifiuto di tentare l’esperienza seria come fa Tognazzi: Vianello avrebbe sicuramente fatto bene qualunque parte, ma resta fedele al suo ruolo ed al suo personaggio e vuole fare solo quello. E in questo senso Vianello va accostato agli altri attori comici per vocazione e rimasti fedeli fino all’ultimo alle proprie convinzioni: da Alberto Sordi a Franco Franchi, che hanno anche accettato e interpretato magistralmente ruoli drammatici, ma alla prima occasione sono tornati alla casa madre senza mai smentire la propria essenza comica. E per questa ragione sono stati leggermente sottovalutati dalla critica tradizionale: Ingrassia faceva le cose impegnate e quindi era meglio di Franchi, Gassman era più completo di Sordi e Tognazzi era meglio di Vianello. Sbagliato. Tognazzi e Vianello erano due mostri geniali dello spettacolo, e il fatto che ciascuno abbia seguito la strada che voleva seguire non deve far pendere la bilancia di qua o di là.

Per una volta, le celebrazioni giornalistiche sono state ben fatte e, mediamente, senza errori. Meglio di tutti ha scritto l’Osservatore Romano, notando che Vianello sarà sicuramente stato un maestro, ma che ha insegnato in una classe vuota.

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