Tony Augello. 10 anni fa…

Annalisa Terranova

Dieci anni fa, all’età di quarantaquattro anni, ci lasciava Tony Augello [nella foto]. Fu uno strappo violento, inutile tornare a dirlo. Il decennale della sua morte cade in un momento convluso e tormentato per la comunità umana e politica di cui è stato un protagonista lucido, determinato, un po’ guascone, sicuramente tra i più irrequieti. Il suo giudizio sull’oggi ci manca moltissimo, ma non gli faremmo torto azzardando un’interpretazione del suo lascito di azione e pensiero. Perché il ricordo di un personaggio, se non rimane confinato nella retorica di maniera, è sempre il tentativo di richiamarlo all’attualità. Tony Augello era forse una delle persone più convinte della necessità di difendere, di valorizzare, di trasformare in meglio le risorse, umane e ideali, che la destra ha avuto a disposizione dal dopoguerra in poi.

Ci credeva non per ottuso spirito di parte ma con la consapevolezza che la ricetta più giusta per l’Italia non poteva che provenire da chi aveva già intuito, nel Novecento, i limiti dell’ideologia marxista e quelli della “religione del profitto”. In più, per Tony Augello, questo linguaggio non andava proposto a una nicchia di elettorato comodamente e pigramente rinchiuso nel recinto della “destra”, ma andava declinato, senza snobismi intellettuali, a tutte le brave persone “di destra e di sinistra” che costituiscono il corpo vivo, onesto e operoso di una comunità nazionale. «È giunto il momento – scriveva in un articolo su La Contea del 1985 – che un Movimento popolare, aclassista e rivoluzionario, quale il nostro, smetta di inseguire umori e trovi la capacità di porsi quale punto di riferimento, nel ruolo di formatore e di ispiratore invece che di registratore di opinione. È una questione di fiducia nell’intelligenza della comunità nazionale, per la sua gran parte sana e non omogenea alle attuali istituzioni. I nostri comportamenti però, spesso non aiutano le parti migliori della società civile. Quanto ci rende il prolungato sit in nell’equivoca denominazione di destra, antica e irrisolta questione? E non siamo infine in qualche misura corresponsabili della genesi di una mentalità, di uno stato d’animo collettivo sanamente anticomunista ma poco, pochissimo avverso e reattivo al sistema di potere democristiano, alla sua logica, ai suoi sponsor?». Proviamo a trasferire la citazione di 25 anni fa nell’odierno dibattito del Pdl: tirare le somme non è difficile.

La politica lo ha attirato fin da adolescente. Si era iscritto alla Giovane Italia (poi Fronte della Gioventù) a Bari a tredici anni. Frequentava il liceo classico Flacco. Fu individuato come fascista e preso a calci. La mattina dopo aveva in tasca la tessera. Di sé raccontava: «Ho scelto la destra per una motivazione estetica. I comunisti erano insopportabilmente arroganti. Sembravano fatti in serie. E poi, a tredici anni, che altre motivazioni puoi avere… Mi scazzottai con quello che mi aveva preso a calci e andai alla sede del Msi».

Nel 1972, allo stesso liceo che gli aveva chiuso le porte in faccia, i giovani del Fronte erano sessanta. Un nucleo di tutto rispetto, e Tony li capeggiava. Quando la famiglia si trasferì a Roma lui se ne andò alla sede di via Sommacampagna con una lettera di presentazione. Lì incontrò Teodoro Buontempo che, a torso nudo, ridipingeva le pareti. Si strinsero la mano e cominciò così l’avventura politica che avrebbe portato Tony Augello all’elezione in Campidoglio nel 1993, l’anno dello scontro Fini-Rutelli che segnò anche la maturazione della destra da forza di opposizione a forza di governo.

Un progetto in cui Tony aveva sempre creduto. Lui ci arrivò attraverso la temperie degli anni Settanta, anni luttuosi ma anche formidabile palestra di vita per chi si era messo in testa di costruirsi un’avventura personale da ribelle non conformista, non pantofolaio, persino un po’ eretico. Gli “allenamenti” di Tony avvenivano in coppia col fratello Andrea (oggi sottosegretario). Erano inseparabili, ma questo non vuol dire che fossero uguali. Forse complementari. Il fratello maggiore leggeva a quello minore le avventure di Moby Dick. Uno parlava, l’altro ascoltava. I sogni, anche quelli di gloria, si mescolavano in un’unica grande “missione impossibile”.

Un’altra caratteristica di Tony era quella di non decidersi mai a rinunciare. Un’impronta caratteriale che si portò dietro nel sindacato, la Cisnal oggi Ugl, di cui divenne stimato dirigente, e nelle altre imprese che anticipavano l’idea di un destra sociale e popolare, come la creazione del Movimento giovani disoccupati fondato con Umberto Croppi e la cui sede fu subito bruciata daglio autonomi di Bravetta, a Roma, o che sfatavano il luogo comune di una destra tutta protesa all’applauso verso l’America dei liberatori, come il dissenso espresso contro l’appoggio dato dal Msi alla guerra del Golfo contro l’Iraq nel 1990.

Aveva inoltre il gusto della provocazione goliardica, come quando, da consigliere comunale a Civitavecchia, fece scrivere in giapponese un cartello contro il gemellaggio con un paesino nipponico.

Nel passaggio dal Msi ad An scelse la linea di quelli che non intendevano essere liquidatori verso la precedente esperienza politica: «Del Msi mi piaceva lo stare spalla a spalla con gli altri, la condivisione di qualcosa di importante ma di indefinito. Il Msi era il grande diverso in un paese in cui tutti correvano ad abbracciare il vincitore. Non mi pento di niente, rifarei tutto».

Anche da oppositore a Roma del sindaco Rutelli ha improvvisato iniziative tese a movimentare il clima soporifero dell’Aula Giulio Cesare, arrivando a pronunciare un discorso in latino sul tema dell’immigrazione. Tema oggi più che mai controverso, ma rispetto al quale Tony ci lascia considerazione “illuminanti”: «Noi diciamo che non è possibile non regolamentare un flusso indiscriminato di ingressi stranieri e continuiamo a dire che chi non è in regola deve essere espulso, ma gli immigrati a norma non devono essere trattati come massa di manovra di una sinistra demagogica e inconcludente». Nella sua esperienza in Campidoglio seppe anticipare tanti temi che avrebbero reso la destra egemone a Roma, preparando il terreno alla vittoria di Francesco Storace nel 2000 alla Regione Lazio e poi a quella di Gianni Alemanno, che non a caso dedicò a lui il coronamento dell’impresa.

Un’avventura che continua, anche grazie a lui.

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