Serata gastronomica Mussolini? Non si può

Fabrizio Fiorini

L’uomo è l’ente che ha il suo senso – la sua luce – in sé stesso. Il senso dell’essere non è metafisico – semplicemente presente davanti a noi – ma originario: qualcosa che, essendo nostro, ci possiede. Questo qualcosa è la temporalità.

Martin Heidegger

L’uomo dell’era classica, l’uomo originario, l’uomo appena uscito, ancora incandescente, dalla forgiatura della sua creazione, era vergine del peso della storia.

Si suol dire pertanto che i veri antichi siamo noi, uomini moderni, tarati e oberati come siamo dal fardello pieno di secoli che portiamo sulle nostre spalle, oggi peraltro estremamente gracili. Inoltre, l’accelerazione del movimento della storia, esasperato fino all’integrazione – nel corso del secolo da poco lasciato alle spalle – con la scienza veloce per eccellenza, la sociologia, ha drasticamente esasperato il nostro legame morboso col passato in quanto tale.

Alla luce di questa connotazione, l’uomo moderno, definendosi progressista, si palesa nelle forme stanche e consumate del reazionario ante litteram. E’ il cultore non colto del vecchiume, che con sufficiente spavalderia confonde con la Tradizione. E’ l’urbanista  che fa scudo col suo corpo alle ruspe che demoliscono il vicoletto con annesse lanterne e catapecchie. E’ l’ecologista poco ecologico che si oppone alla costruzione di una linea ferroviaria perché deturperebbe il vecchio tratturo. E’ lo sterile conservatore di un ambiente che diventa riserva indiana, adatto alla soddisfazione degli occhi dei suoi simili, degli uomini vuoti e senza slancio che compensano la propria assenza di spirito con la tutela di quanto è immagine artefatta di un mondo che non c’è più, ma che consola credere che esista ancora.

A questa figura dell’uomo reazionario si oppone – e storicamente si è opposta nel corso dei secoli – l’uomo che distrugge il vecchiume col martello della Tradizione, l’uomo da più parti tacciato di conservatorismo che si dimostra vero progressista. E’ colui che comprende in pieno lo spirito neoclassico attraverso la constatazione che il rinovellato spirito umanista dell’antichità classica rivive non certo nelle baracche di fine Ottocento e nei maleodoranti vicoli, ma nell’architettura di spazio e luce, nel cemento, nell’acciaio, nel marmo, nelle ferrovie ad alta velocità.

Più passa il tempo, più i secoli si accavallano l’uno all’altro, e più la prima tipologia di essere umano, la più perniciosa, va affermandosi nella società. Senza andare troppo indietro nel tempo, scopriremo che anni addietro non ci si poneva troppi problemi nello smantellare ciò che era datato in favore di ciò che era nuovo e benefico per gli esseri umani. Pensiamo alla via dei Fori Imperiali a Roma, o alla via Marconi di Bologna, casi in cui la vecchia e malsana città fu necessariamente sventrata per fare spazio vitale alle nuove architetture sociali le cui esigenze erano dettate dalla nuova politica socialista dell’epoca. Ma non vogliamo (non ancora: lo faremo dopo) rivangare nella storia del fascismo. Andando ancora più indietro negli anni, nella Firenze del Tredicesimo secolo, troviamo delle istituzioni cittadine realmente progressiste che non si fecero scrupolo di rilevare ed espropriare i vecchi terreni e fabbricati allocati nell’area in cui sarebbe dovuta sorgere la nuova Santa Maria del Fiore, e che non esitarono a scatenare l’ira popolare nei confronti della nobile famiglia proprietaria che all’espropriazione di quei suoi possedimenti si opponeva, per le stesse ragioni di interesse che oggi animano i no-TAV; e il nome di quella famiglia si sarebbe reso eterno nella sagace ironia popolare che da suo nome trasse significato: era la famiglia Bischeri.

La reazione falso-progressista è quindi quella pesante tara mentale che affligge la gran parte degli uomini moderni e che trova contrapposizione – sempre più ristretta – nella antropologia neoclassica identificabile negli uomini che fanno o che hanno fatto riferimento alle forme statuali del socialismo del XX e del XXI secolo: l’unica e vera sinistra che si riappropria dell’eredità politica di quanti – tanto nel mondo classico quanto nelle istituzioni che in epoca moderna a questo hanno fatto riferimento –  hanno nutrito speranza nel futuro del genere umano e questa speranza hanno politicamente e consapevolmente indirizzata. Da Albert Speer a Majakovskij, dalla Firenze comunale al Ventennio.

L’architettura e l’urbanistica non sono i soli campi – per quanto in questi la questione sia più appariscente – in cui le istanze progressiste sono malriposte in uno schema conservatore preconcetto. Nei giorni scorsi, in Romagna, questa tendenza si è esplicata in campo gastronomico-politico. Esistono in località Forlimpopoli, città natale di Pellegrino Artusi nell’odierna provincia di Forlì-Cesena, la Casa Artusi e l’associazione Romagna Terra del Sangiovese, presìdi culturali che tramandano la dottrina tradizionale del fondatore della gastronomia moderna attraverso la gestione di un ristorante e la promozione di convegni e serate a tema. Nel corso di una recente serie di manifestazioni in cui, in diverse sere, veniva presentato un menù ispirato alle abitudini enologiche e alimentari di una personalità celebre legata alla terra romagnola, si è finalmente giunti alla serata in cui la  figura ispiratrice di tale consesso sarebbe stata quella di Benito Mussolini.

La manifestazione ha goduto del patrocinio delle istituzioni locali che finalmente hanno esternato la pur timida intenzione di smarcare il capoluogo e la provincia romagnola dall’oblio in cui sono stati per decenni costretti per via degli ottocenteschi natali mussoliniani, per quanto l’ipocrisia tra questi amministratori regni sovrana, essendo le loro cicliche professioni di fede antifascista accompagnate costantemente da una interessata tolleranza nei confronti del lucroso turismo in orbace che tuttora permette a una cittadina altrimenti sconosciuta come Predappio di vantare un numero di ingressi turistici da fare invidia a Venezia.

L’evento non poteva passare inosservato, soprattutto agli occhi della vigilanza democratica di una formazione politica che anche in questi luoghi ha dimostrato di saper tenere la piazza: il Partito Comunista dei Lavoratori. Che ha protestato contro il fatto che una serata di pur dozzinale approfondimento storico – non vogliamo credere che la loro sensibilità politica sia talmente limitata dal negare alla storia della gastronomia un meritato posto nella cultura nazionale – potesse vedere protagonista il capo del fascismo. Torna a fare capolino il peggior conservatorismo progressista: quello che contraddistingue la vulgata antifascista dura e pura. Si badi: non protestavano contro una manifestazione fascista, ma contro il fatto che il fascismo sia semplicemente esistito, e pertanto ricordato.

E’ una constatazione che ci riempie di rammarico: il PCL, infatti, si era contraddistinto – nel corso della sua pur breve esistenza – per una serie di posizioni conformi alla natura degli uomini liberi. Dalla questione delle banche a quella dell’affermazione della dottrina socialista.  E’ pertanto veramente spiacevole veder sprecate le sue energie per una battaglia contro il ricordo di abitudini alimentari. Hanno così estrinsecato il loro legame a doppio filo con la natura peggiore e più dura a cadere dell’uomo moderno: quella della retorica partigiana, della dinamica degli opposti estremismi,  della pura conservazione vincolata a schemi forzosamente precostituiti, nominalmente e falsamente  progressisti e fondati sulla religio democratica di cui i loro antenati politici sono diventati adepti saltando furbescamente sulle jeep dei vincitori.

Qualora il suddetto partito volesse continuare a seguire la strada inizialmente intrapresa, segnata da dignitose battaglie popolari, avrà tutta la stima che gli uomini liberi della vera sinistra di questo Paese vorrà attribuirgli. Ma se continueranno a ritenere di aver vinto la guerra, se continueranno a essere gli scherani di quel vetero-antifascismo conservatore,  passatista e funzionale agli interessi del capitale,  allora andrà loro dedicato il più irriverente degli sberleffi: “Banditen”? No: bischeri.


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