Roma. Lo stato dei parchi e delle ville

Angelo Spaziano

Roma, città ricca di ville sontuose che ne fanno la capitale europea più dotata di parchi, assiste afflitta al progressivo depauperamento dell’ecologica risorsa nell’indifferenza delle autorità preposte. Villa Borghese, Ada, Pamphilj, Celimontana, Chigi, Glori, Albani, Massimo, e molti altri famosi gioielli verdi rappresentano autentici polmoni urbani che permettono alla città di respirare tra il traffico e l’inquinamento. Sono quasi tutte antiche magioni di famiglie nobiliari abitate fino a poco tempo fa, e giunte fino a noi in discrete condizioni di conservazione. E malgrado il recente restauro di Villa Torlonia, le loro mises registrano una perenne trascuratezza e congenita trasandatezza.

Ma chi se la passa peggio sono i parchi storico-archeologici a tema antico romano, reduci da secoli di spoliazioni, molto spesso abbandonati al degrado, privi d’illuminazione e di sorveglianza e impossibili da raggiungere. Il più importante, e anche il più vasto e ricco di monumenti, è quello dell’Appia Antica. Si tratta di un immenso museo a cielo aperto, che comprende numerose “appendici” disseminate quasi tutte nel quadrante sud-sudest della città. E’ il parco urbano più vasto del mondo. Un insuperabile mix di ecosistema e cultura che, partendo da Frattocchie, a ben venti chilometri dal centro cittadino, arriva, con annessi e connessi, fino a ridosso del Colosseo. Le vestigia che accoglie costituiscono un patrimonio incalcolabile dell’umanità, ma in quanto a decoro se la passa piuttosto male. Ripavimentata con i sampietrini e curata la ferita infertagli dal Grande Raccordo Anulare, che nell’assetto originario tagliava con insipienza tutta democristiana la storica arteria, la “regina viarum”, dal tempio di Ercole in poi, diventa un miserabile sterrato polveroso d’estate e un pantano d’inverno. Il luogo, già abbastanza deprimente da vedere, è inoltre frequentato da una squallida fauna di prostitute e omosessuali in cerca di clienti. I superbi monumenti sono quindi trasformati in luride alcove e circondati da mucchi di cartacce, escrementi e di preservativi. Come se tutto questo scempio non fosse abbastanza, poi, va sottolineato che all’altezza di via delle Capanne di Marino s’è insediata una rimessa di roulotte che arriva a lambire il vecchio basolato romano, usurato dal continuo via vai di fuori strada ed enduro che scorrazzano indisturbati tra le tombe antiche. E pensare che basterebbe una banale barriera a chiudere entrambi gli accessi all’Appia su via di Fioranello per impedire alle auto d’inoltrarsi nell’area protetta – ma solo a parole – e stroncare questo traffico osceno.

Ritornando verso il centro città, per dare un’idea della vastità del bacino archeologico di cui si parla, basti pensare che la valle della Caffarella, salita alla ribalta della cronaca nera per lo stupro di San Valentino di un anno fa, è appunto soltanto una  “piccola” propaggine orientale del comprensorio dell’Appia Antica. Celebre per il ninfeo Egeria e per numerosissimi sepolcri pagani, la Caffarella era diventata una discarica a cielo aperto e serviva da bivacco a una comunità di nomadi romeni che solo in seguito al triste episodio sono stati sgomberati. Ora la situazione è migliorata dal punto di vista della sicurezza, ma la Marrana che l’attraversa è sempre una cloaca, e specialmente il settore confinante con via dell’Almone versa in uno stato pietoso.

Ancora più a est c’è la Villa degli Acquedotti, anch’essa una “dependance” dell’Appia Antica. Pure questo enorme lenzuolo verde attraversato appunto dai maestosi resti degli acquedotti Claudio e Marcio, è stato teatro due anni orsono di un efferato duplice omicidio, dovuto all’assoluta mancanza di uno straccio d’illuminazione pubblica e a un minimo di sorveglianza. La prospiciente, mastodontica Villa dei Settebassi, invece, pur in discrete condizioni, è inspiegabilmente chiusa da anni al pubblico. Quello della poco distante Porta Furba, compreso tra via Frascati e via Tuscolana al numero 692, ormai non si può neppure più chiamare “parco”. Disteso in una posizione d’incredibile suggestione, adagiato tra i due scenografici acquedotti romani, l’erbaccia e i rovi l’hanno trasformato in una giungla. Impossibile varcare i cancelli. Si rischia di finire tra le ortiche o per calpestare una siringa infetta e pigliarsi Dio sa quale malattia.

Nei giardini di via Perpetuo, invece, qualche anno fa un bimbo ha perduto la vita a causa di un albero schiantatosi al suolo durante una tempesta. La Torre del Fiscale, a un chilometro di distanza, immersa nell’omonimo parco, è circondata da una vera e propria favela. Ma è tutto il percorso dell’acquedotto Claudio lungo la Casilina Antica e il Mandrione ad essere mortificato da una pletora di casupole, baracche, tuguri, carrozzerie, officine meccaniche, discariche e orti di guerra tutti addossati all’antico monumento e che un’amministrazione coi cosiddetti dovrebbe smantellare in un fiat. Tor Marancia, invece, tassello verde collocato sul versante occidentale del parco dell’Appia Antica, offre una situazione “border line” tutta italiana.

Sulle carte segnaletiche cittadine, infatti, Tor Marancia è considerato parco aperto al pubblico, ma il sentiero che l’attraversa, via dei Numisi, perfettamente accessibile da via Aristide Sartorio, è sbarrato da un cancello chiuso con tanto di lucchetto e catena dal versante di via Ardeatina. E se ci s’inoltra nella grande area verde percorrendo via dei Numisi provenendo appunto dal varco di via Sartorio, si giunge, dopo una mezz’ora di passeggiata, a un casale rustico sorvegliato da un massaro che, circondato da una corte di minacciosi maremmani,  ti “invita” senza perifrasi a sloggiare e a non farti più vedere lì. Poche settimana addietro inoltre a Tor Marancia, c’è stato lo stupro di una senza fissa dimora polacca, perpetrato in una grotta di tufo nella quale hanno trovato rifugio un gruppo di sbandati.

Stesso panorama d’abbandono nell’adiacente Villa Farnesiana, un’antica residenza gentilizia completamente in rovina trasformata in stalla per le greggi dai pastori. Idem per il punto verde compreso tra l’Appia Antica e la via Cristoforo Colombo, a ridosso del cavalcavia di via Cilicia, a poca distanza dalla vecchia cartiera dell’Almone. Ovunque abbandono, sentieri sterrati, detriti, recinti con onduline arrugginite, filo spinato e reti da letto riciclate. E pensare che in mezzo a tanto sfacelo s’erge lo stupendo forte del Gruppo Archeologico Romano col museo della Legio XI Claudia Pia Fidelis e annessa scuola gladiatoria visitata da amatori provenienti da tutto il mondo.

Procedendo verso il centro città, da segnalare poi lo stato pietoso del giardino di via Sannio, un’area verde adiacente le Mura Aureliane, a qualche centinaio di metri dalla Basilica di S. Giovanni in Laterano. Il parco è di fatto inagibile. A pochi metri dalle altalene per i bambini, dozzine di siringhe sono sparse per terra o conficcate negli alberi. Per non parlare dei giacigli notturni improvvisati, dei portafogli rubati gettati in ogni dove, della merce e dei rifiuti del mercato nascosti negli anfratti e tra i cespugli. E il tutto a un tiro di schioppo dalla magnifica Porta Asinaria, eternamente chiusa al pubblico. Il degrado non risparmia neppure la collinetta verde posta tra via di Santa Croce in Gerusalemme e Porta Maggiore. I senzatetto installatisi di soppiatto sotto gli archi dell’acquedotto si sono via via moltiplicati. Sulle prime la loro presenza era passata quasi inosservata. Poi hanno finito col piazzare in bella vista i loro letti, con tanto di reti, materassi e trapunte sulle quali hanno preso a dormire in bella vista di tutti, forze dell’ordine comprese. Al mattino si alzano e ripongono la “camera da letto” a scomparsa sotto un arco, fino alla notte dopo. Sotto il fornice affacciato su Via Eleniana, invece, un immigrato ha dormito per lunghe notti su un cumulo d’immondizia, in un giaciglio la cui privacy era garantita dalla rottura di un lampione. I cittadini hanno segnalato il guasto all’Acea. Risultato: dopo alcuni giorni il lampione è tornato in funzione, il baraccato è andato via, ma è rimasta in bella vista la catapecchia.

Dall’altro lato di via Eleniana, fino alla severa skyline dell’acquedotto Claudio, staziona da più di mezzo secolo una bruttura inconcepibile in una capitale europea: una specie di centrale elettrica dell’Acea a malapena celata da muri e cancellate. Un residuato di archeologia tecnologica che sfregia pure il bel palazzo in stile littorio affacciato sulla strada, che, restaurato di fresco, giace da mesi transennato e abbandonato. Anche quest’area, una volta recuperata e riqualificata, restituirebbe all’ammirazione del mondo uno dei complessi archeologici più celebri dell’urbe: il palazzo Sessoriano, completo di Terme, musei, giardini e annessi e connessi vari. Dall’altro versante dell’acquedotto Claudio, invece, sul lato affacciato su Porta Maggiore e via Casilina, insiste un parcheggio privato di uno squallore indicibile, nascosto alla vista da una cortina di rovi. Il marciapiede è completamente avvolto nell’oscurità e frequentato da prostitute slave che adescano clienti pure tra i cittadini in attesa alla fermata del 105.

Il top dell’infamia tuttavia tocca al centralissimo parco del Colle Oppio, disseminato dagli imponenti resti delle terme di Traiano e della Domus Aurea. Abbandonato a una comunità di curdi che usavano bivaccare alla luce di grandi falò accesi tra le rovine, ora è teatro delle interminabili partite a cricket di immigrati pachistani e bangladesci. Immerso nel buio, le vestigia delle terme traianee giacciono a malinconicamente a marcire tra le erbacce e circondate da anni da orride gabbie metalliche in attesa di chissà quali ristrutturazioni che probabilmente non verranno mai fatte.

Procedendo verso il Colosseo, in direzione di via delle Terme di Tito, non si sa chi mai abbia avuto la bella idea di allestire – in pieno parco archeologico unico al mondo e allocato in centro città, a uno sputo dall’Anfiteatro Flavio! – ben tre campi di basket, dominio esclusivo di peruviani, ecuadoregni e boliviani che fanno i propri bisogni, mangiano, si ubriacano, e a volte giocano sotto gli occhi delle donne intente a friggere su fornelli da campeggio. Il tutto tra un nauseante odore di cipolle marce, avanzi di cibo e chiazze di vomito e di escrementi. La scorsa settimana, poi, è accaduto quello temuto da molti: ben 120 metri di volta affrescata della Domus Aurea sono collassati, mandando in malora i preziosi affreschi.

Nei giorni scorsi i lavoratori delle Cooperative sociali, vincitrici della gara per la manutenzione del verde pubblico che il comune vuole annullare, hanno iniziato uno sciopero della fame sotto il Campidoglio, per chiedere un incontro al sindaco. «In sostanza – dichiarano – si tenta di annullare una gara regolare perché – a loro dire – non è stata aggiudicata ad alcune imprese di gradimento dell’amministrazione». Sarà anche vero, fatto sta però che il patrimonio arboreo romano è da anni che agonizza, e le imprese gradite alle amministrazioni di centrosinistra, vale a dire Rutelli e Veltroni, non è che abbiano offerto esaltanti esempi di virtuosismo nei tempi in cui operavano indisturbate. «Faremo di Roma la bandiera, la città promotrice delle politiche verdi in Europa, specie su risparmio energetico e fonti rinnovabili», ha dichiarato invece Fabio De Lillo, assessore alle politiche ambientali del comune di Roma. «Vinceremo la candidatura alle Olimpiadi solo se presenteremo il progetto più ecosostenibile, in un’ottica di Olimpiadi a emissioni zero. Il nostro obiettivo è fare di Roma la capitale del risparmio energetico e della politica delle energie alternative. Abbiamo candidato Roma come città del verde in Europa per il 2013, per fare in modo che la capitale diventi rappresentante mondiale per l’Europa delle città sostenibili». Roma, ha ricordato De Lillo, è oggi una capitale della biodiversità, con il 67% della superficie coperto da aree verdi, una vera e propria “bomboniera” «in cui tutti sono chiamati ad avere accortezza per l’ambiente».

Parole e buona volontà, pur lodevoli, non giovano per nulla a quel 67% di verzura capitolina. Le Olimpiadi durano lo spazio di un mese, laddove lo squallore, senza un piano complessivo a lungo termine che ripensi in modo completo e radicale il settore, è destinato a restare. E’ la quotidianità che va gestita meglio.

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