Regionali 2010. Elogio dell’astensione

Alessandro Cappelletti

«La crescita delle astensioni attesta puramente e semplicemente una disillusione per la volgarità e la vacuità della classe politica nel suo insieme.» Così scrive Gabriele Adinolfi nell’editoriale pubblicato su www.noreporter.org di martedì 30 marzo e noi non possiamo che sottoscrivere.

Che cosa potesse invogliare un indeciso a far la fatica di andare al seggio in ossequio al proprio diritto/dovere di voto, qualcuno deve ancora spiegarcelo, visto che per tutta la campagna elettorale non abbiamo subito altro che rigurgiti di volgarità, schizzi di fango, meschinità e figure di merda da una parte e dall’altra. Non abbiamo né memoria né voglia di ricordarle tutte ma di sicuro non saremo certo noi a biasimare chi, disgustato da questo vaudeville di pessimo gusto, abbia disertato le urne. A ciò aggiungiamo anche gli scandali a sfondo sessuale, che oramai hanno sostituito nella campagna elettorale gli slogan retorici a cui ci avevano noiosamente abituato, e che probabilmente interessano agli italiani tanto quanto l’ultimo gossip su Britney Spears. Possiamo cavarcela con una battuta becera: dalla politica degli ideali siamo arrivati alla politica del cazzo e ciò che rende ancora più grottesca questa situazione è che spesso la furia castigatrice dei costumi arriva proprio da quegli ambienti culturali che fino a qualche anno fa invocavano la libertà sessuale. Per par condicio (che non si mai…) è quasi confortante, per il nostro senso of humor, sapere che le prime vittime di questi pettegolezzi siano stati proprio gli ipocriti che hanno inasprito le pene contro la prostituzione. Che misera commedia umana …

E’ chiaro che di fronte a questo squallido scenario, la scheda elettorale non possa che venire inghiottita da uno sbadiglio. Ma non bisogna confondere il nostro astensionismo con un rifiuto del Sistema vigente, perché cadremmo nella provocazione che il Sistema stesso sta tramando e questo non lo vogliamo, bensì come un omaggio al nostro Buon Gusto. E come potrebbe non essere altrimenti?

Perdonateci questo vezzo nichilista che nasce dalla noia e dalla nausea di questo spettacolo che troppo a lungo è durato e di cui non si vede ancora la fine ma gli è che ci siamo turati il naso per così tanto tempo che abbiamo rischiato di morire soffocati e ora che respiriamo a pieni polmoni, ci siamo accorti che l’aria da queste parti è talmente maleodorante che il nostro olfatto ne viene respinto ed è infatti per questo che non respingiamo al mittente chi ci ha accusa di cinismo per aver preferito una giornata di sole in mezzo al verde, con gli amici, la birra e le salamelle alla griglia piuttosto che la putrescenza di questa tornata elettorale, perché così effettivamente è stato! Suvvia! Ora indossiamo ancora una volta la nostra maschera di giullari e prendiamoci gioco di questi chierichetti della morale che così ci attaccano:

  • Non voti
  • Non conti
  • Non decidi

C’è un flaccido sentore di conformismo materialista in questa gretta ambizione a far numero, c’è una barbarie insopportabile in questo schemino mentale adatto solo alla povertà culturale di menti imborghesite e c’è, infine, un’ipocrisia di base da parte di chi, quotidianamente, non rispettando alcuna regola civile come dimostra il menefreghismo tipico e ormai decadente di questa rattrappita e vecchia Italia, pretende di salvare la propria coscienza sociale con una X su un simbolo e il timbro sulla scheda elettorale. Manco fosse una raccolta punti alla fine della quale ci sia in premio un attestato di Buona Cittadinanza! Eppure tanti si sentono appagati da questa consolazione che permette di giustificare il proprio egoismo affogandolo nella massa votante.

Ciò che deve essere recuperato dalle avanguardie culturali non è certo la partecipazione alla vita elettorale che, del resto, è una parte del tutto accessoria di un sistema democratico, bensì il rispetto civile e il tessuto sociale che unisce delle persone in Comunità di Popolo realizzando così una vera forma di democrazia diretta. E’ un aspetto di cui dobbiamo prendere coscienza principalmente noi disillusi, noi disgustati, noi sconfortati e che non deve essere delegato in alcun modo alla Classe Governante che ha solo interesse a far sì che la frammentazione e l’inconsapevolezza dei cittadini abbia ancora lunga vita.

La morte dei partiti ideologici, capaci nella loro inconsistenza di creare comunque recinti all’interno dei quali erano racchiuse le diverse frammentazioni e posizioni dell’elettorato, ha generato un orizzonte distorto dove non si distingue più la linea che divide il cielo dalla terra. La conseguenza è stata la trasversalità, in sè e per sé nemmeno così negativa se non fosse basata sugli umori del momento, e la personalizzazione della dialettica politica che obbliga a parteggiare sim-paticamente e dogmaticamente per l’uno o per l’altro candidato e rispettive corti. Una volta, quando esistevano le sezioni di partito, era sicuramente più facile per gli uomini di buona volontà intervenire e partecipare alle scelte, mentre oggi, per chi non frequenta i club e i circoli, prevale un senso di smarrimento e di impotenza che però non può considerarsi un valido alibi per scegliere il disimpegno e l’individualismo. Lo spazio di azione c’è, per quanto nascosto, e lo dimostrano le associazioni “non conformi” e/o culturali che nell’ultimo decennio si sono moltiplicate e che hanno già avuto modo di incidere più di quanto si possa immaginare sulle scelte  almeno di livello locale.

La politica non si può ridurre a un sondaggio di preferenza ma deve essere impegno quotidiano, fatto di azioni responsabili in ogni ambito sociale: sul lavoro, nell’arte, nel pensiero, nella comunità, di fronte alla nostra coscienza ed al cospetto dei valori di cui dobbiamo essere degni ogni giorno, non solo quando giunge il momento che il gregge vada al censimento periodico. Il voto diventerebbe così una naturale conseguenza e finalizzazione di questo comportamento sociale, come dimostra per esempio la scelta di CasaPound Avellino di appoggiare un candidato del PD di fronte all’intenzione di intraprendere un percorso amministrativo contiguo; al contrario, dal 1994 in poi siamo chiamati a decidere solo se essere favorevoli o contrari a Berlusconi, quasi che fosse una semplice rilevazione statistica fine a se stessa e non alla sua politica, che fra decisioni, tentennamenti e goffe manovre autoritarie, mostra elementi di rottura e innovazione che dovrebbero rappresentare l’argomento di discussione, ma alla “berlusconità-in-sé”. Perdonateci, ma di fronte a una scelta così ridotta, preferiamo voltare le spalle e cambiare direzione.

L’abitudine a prendere strade sbagliate forse ci porta a una sorta di comodo conformismo inversamente proporzionale a quello della massa ma, di fronte alle argomentazioni dell’ “Elettorato Statistico”, non possiamo che rispondere tirando dritto sul nostro percorso di ricerca e al loro chiacchiericcio da cortile non possiamo che ribadire il nostro sonoro: me ne frego!

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