Regionali 2010. Altre riflessioni

Umberto Bianchi

Conclusa questa lunga e controversa maratona post elettorale, puntualmente  si ripresenta il solito scenario. C’è chi si gloria di aver vinto dopo aver subito (chissà quali) affronti e discriminazioni, altri invece dicono che in fin dei conti loro sono sempre in maggioranza, altri invece ammettono la batosta. Nessuno però riflette sulla coerenza e la continuità tra quanto ai quattro venti affermato e quanto sin qui effettivamente compiuto.

Partiamo dal centro destra. Riforme, riforme e sempre riforme, accompagnate da altre più o meno buone intenzioni, sembrano esser divenute un leit motiv tanto ripetuto da sembrare esser lì per lì sul punto di realizzarsi. Una cosa a questo punto andrebbe osservata: sono più o meno quindici anni che questi signori stanno sulla scena della politica nazionale senza riuscire a concludere granché se non qualche aggiustamento di tiro, subito dopo ricorretto da qualche referendum pilotato. Alcuni fatti, inoltre, ci descrivono una ben altra realtà, da cui si evince l’immutato clima di approssimazione e di pressapochismo (per non dir di peggio!) in cui la politica nostrana sguazza.

Nel 2001 (centrodestra al potere), senza alcuna consultazione popolare, in Italia fu imposta una valuta artificiale, legata ai dettami degli euro burocrati di Bruxelles. I prezzi al consumo raddoppiarono, mentre i salari persero la metà del proprio potere acquisitivo. Il tutto senza colpo ferire, senza che alcuna voce si levasse contro una tale magniloquente ingiustizia.

Nel 2004 (centrodestra al potere), la Romania entra a tutti gli effetti in Europa. Mentre alcuni paesi europei come la Germania, pongono una moratoria pluriennale all’applicazione del trattato di Schengen, l’Italia spalanca le proprie frontiere a turme di emarginati, sbandati e criminali di ogni sorta e risma, di cui la Romania sembra disfarsi con molto piacere.

Più o meno un anno fa (centrodestra al potere) si scatena una crisi finanziaria mondiale con pochi precedenti nell’ultimo secolo. La tanto strombazzata tenuta dell’economia italiana di fronte a tale crisi, altro non è che la constatazione del  consolidamento dello stato di “rigor mortis” dell’economia di un paese, il cui declino era già iniziato  molto prima degli eventi che tutti conosciamo, nonostante il paese avesse già conosciuto l’azione di ben due governi di centrodestra (di cui uno durato quattro anni senza interruzione, sic!). Antimeritocrazia, raccomandazioni, inefficienze, corruzione, continuano ad imperversare imperterrite nonostante belle parole, slogan e promesse, non lasciando presagire nulla di buono per il prossimo futuro.

Se dalle parti del centro destra le cose non vanno un granchè bene, da quelle del centro sinistra vanno peggio. Oramai prigioniera nel proprio ruolo di buonista politically correct, la “sinistra” italiota sembra aver perso definitivamente quel contatto privilegiato con le masse e con il mondo del lavoro, nel nome di una scelta di cartello omologato al pensiero unico.

La novità del quadro politico italiano sta invece nell’avanzamento di quelle forme di moderno populismo antagonista espresse dall’IDV dipietrista, dalla lista Grillo e dalla Lega. Tutte e tre queste formazioni stanno oggidì assurgendo a vere e propri fattori X, in grado di ricattare e condizionare pesantemente le scelte delle formazioni macropolitiche a cui fanno riferimento, rimanendo però legate a determinati limiti caratteriali. L’IDV, al pari dei suoi omologhi grillini, è per esempio troppo condizionata dagli eccessi e dagli sbilanciamenti verbali di Tonino Di Pietro, mentre la Lega trova i propri limiti e la propria forza nel radicamento territoriale regionale.

Quella leghista sembra essere l’opzione più vincente, perché vicina al sentire della gente comune, rischiando però di realizzare la antica profezia di Bossi su un’Italia a due marce, governata al Nord dalla Lega e per il resto da un centro destra sempre più in bilico, in preda a conati di scissione tra le sue varie anime.

Un’altra cosa questa elezione ha sancito: la fine della possibilità per l’ambiente neofascista/destro-radicale di esprimere qualcosa, quanto meno a livello politico. Il suo nostalgismo spinto, le battaglie di retroguardia, la continua e dilacerante tendenza ad una parcellizzazione infinita, nonché la totale mancanza di proposte innovative, rendono il cosiddetto ambiente un’ area “virtuale”, e come tale totalmente inabilitata a qualsivoglia forma di serio agire politico-culturale.

Quella neofascista è oramai divenuta una specie di pratica sociologica, fatta di gadget, magliette, cene, concerti e cerimonie, ma senza alcuno sbocco nella vita reale. I soliti risultati delle varie “neo-formazioni”, più o meno attestate su percentuali da prefisso telefonico, non dovrebbero intristirci, anzi. L’agonia e la fine di ciò che è vecchio ed inattuale, dovrebbe esser di premessa al sorgere di nuovi e sicuramente, più edificanti spunti di riflessione politico culturale.

Tutto questo, mentre il nostro paese, al di là di belle parole, slogan, promesse, sembra sempre più esser spinto sulla china di un inarrestabile declino.

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