Mircea Eliade esoterico

Luca Leonello Rimbotti

Elemento di spicco della cultura scientifica anti-razionalista del Novecento, Mircea Eliade costituisce un autentico bastione del pensiero europeo tradizionale contro tutte quelle derive laiciste, neo-giacobine, marxiste, freudiane, umanitariste, che hanno infettato in profondità il pensiero occidentale, conducendolo alla fine nella condizione attuale di inerte vuoto interiore, incapace di esprimere una reazione quale che sia al proprio evidente collasso.

Ai nostri occhi e nel momento presente di acme della crisi identitaria euro-occidentale, Eliade rappresenta più che mai uno straordinario momento di contrasto nei confronti del dilagante materialismo novecentesco, i cui cascami si proiettano oscuramente sul XXI secolo con i segni di un decadimento irreversibile. In un suo scritto dell’età matura, Eliade formulò interessanti considerazioni circa il tentativo della cultura progressista di uscire dalle proprie contraddizioni, cercando di guadagnare un nuovo accesso al pensiero mitico, ma dalla parte sbagliata: il freudismo. Con Freud, a giudizio di Eliade, a una patologia, la crisi progressista, se ne aggiungeva un’altra ancora peggiore, la fobica esaltazione di una psiche turbata e tutta avvolta attorno a un disastro mentale, il collettivo senso di colpa atavico. Con questi sbandamenti, la cultura egemone modernista sanciva il proprio fallimento conclusivo. Non poteva essere questa la via del ritorno alla tradizione.

Fin da giovane versato a rintracciare il «potere spirituale della materia», Eliade era andato cercando tracce di tradizione anche nella letteratura moderna, proprio per vedere se, al di sotto della catastrofe coscienziale europea, non fermentasse ancora inconsciamente un residuo valoriale: e dunque nell’Ulisse di Joyce vedeva balenare certi miti arcaici sull’eroe totemico, in Jonesco certe assonanze col Libro tibetano dei morti…e così via. C’era insomma in lui la volontà di ritessere la tela primordiale del mito partendo dai fattori occulti, così da rovesciare la tendenza tutta moderna di affidare al solo e banale razionalismo positivista la cerca del vero: cosa che già in gioventù, ad esempio con i suoi studi sull’alchimia babilonese, aveva praticato, parlando di un cosmo come creazione vivente, della materia come scrigno di potenze, del sangue e della terra come sostanze magiche che attuano corrispondenze e determinano i destini. Insomma, il grande studioso delle religioni, l’antropologo che giudicava il mito comunitario il massimo momento dell’espressione culturale, aveva una fede solida nelle potenze riposte della natura, intorno alle quali si può dire che si adoperò per tutta la vita, nei saggi eruditi come nelle opere letterarie, con piglio scientifico così come con attitudine ispirata.

Una parola conclusiva su questo complesso aspetto dello studioso rumeno viene oggi formulata da Marcello De Martino, che nel suo voluminoso Mircea Eliade esoterico. Ioan Petru Culianu e i “non detti”, da poco pubblicato dalle Edizioni Settimo Sigillo, svolge una poderosa indagine dell’opera di Eliade dal suo lato per così dire più arcano, segnalando in maniera puntuale e straordinariamente documentata tutti i luoghi in cui più che altrove appare evidente la sua vena esoterica, “magista”, diremmo panteista. In questo elaboratissimo percorso, De Martino si affida, in qualità di agente introduttivo, alla figura di Culianu, il giovane allievo morto nel 1991 in circostanze misteriose, e che volle essere un po’ lo spirito tutelare del maestro. Del quale però, come evidenzia De Martino, intese sottacere per l’appunto gli aspetti culturalmente e ideologicamente più qualificanti, il suo esoterismo e la sua militanza nella Guardia di Ferro di Codreanu. Questi i due “non detti”.

Per quanto riguarda il primo aspetto, la mole documentale chiamata da De Martino alla prova è davvero sterminata. L’autore, al di là degli studi che Eliade appositamente dedicò alla materia esoterica, esamina anche nella biografia, nella diaristica, nella corrispondenza, la qualità del discorso tradizionale di Eliade, e lo individua in un ininterrotto interesse per il sovrasensibile, dagli anni giovanili all’età matura. Ad esempio, se la precoce attrazione di Eliade per l’alchimia come scienza sapienziale ma anche reale, è un dato acquisito, la sua frequentazione di ambienti ad alto tasso di acculturazione “spiritualista” la si verifica nella Parigi dell’immediato dopoguerra, quando Eliade venne a contatto con personaggi del milieu parapsicologico, quali l’indologo Lavastine, l’occultista Hunwald o il surrealista Breton, anche tramite i quali si introdusse in un variegato panorama di cultura tradizionale, che comprendeva Guénon, Crowley, Gurdijeff, Daumal, Avalon ed Evola. Di quest’ultimo in particolare lesse La tradizione ermetica e indagò i risvolti esoterici anche attraverso l’amicizia con Vintila Horia. Ma Eliade conobbe di persona Evola a Bucarest nell’anteguerra mantenendo con lui, dopo il 1945, un controverso rapporto epistolare, intriso di reticenze. Bisogna dire che il soggiorno in India negli anni Trenta e lo studio di quella civiltà, favorirono in Eliade una speciale sensibilità per le dottrine meta-razionali, così da indurlo ad una più approfondita analisi della materia. Cosicché si può dire, con De Martino, che «Eliade ha continuamente inglobato nella propria ricerca di studioso molti fenomeni che attenevano al campo delle cosidette “pseudoscienze”, ritenendoli non solo degni della sua curiosità e attenzione ma anche pienamente reali e verificabili oggettivamente». Sicuramente la conoscenza del tantrismo ne acuì la convinzione che la scienza moderna avesse una radice ermetica, e che la magia folklorica e certe sapienze popolari avessero veicolato antichissimi saperi, infine rielaborati dalle scienze moderne e da esse sovvertiti nel loro impianto naturalistico.

Negli appunti diaristici di Eliade troviamo affermata la convinzione che «la scienza moderna è nata dal connubio tra la tradizione ermetica e la filosofia meccanicistica», una riflessione ritornante, che porta De Martino a concludere che lo studioso, sebbene in modo a volte discontinuo, «reputava possibile l’esistenza di una Prisca Sapientia, conservata ancora nelle tradizioni culturali e folkloristiche delle popolazioni primitive ma che nel mondo moderno e/o occidentale ipertecnologizzato poteva essere usufruita ormai solo da “iniziati”». Ecco dunque che viene verificata la concreta possibilità che da parte di uno dei più prestigiosi studiosi del Novecento, un’autorità accademica di livello internazionale, venisse attuato un vero e proprio procedimento di riscoperta e protezione di antichi valori di conoscenza tradizionale, in senso nettamente anti-progressista. Del resto, in questo lavoro Eliade non fu solo. Un’intera generazione di studiosi di alto valore operò con la volontà di opporre al meccanicismo moderno una rielaborazione delle dottrine tradizionali. Pensiamo alla Teosofia, all’Antroposofia, alla “Scuola di Saggezza” di Keyserling, alla cerchia di “Monte Verità”, al Kreis di George, ai “Cosmici” di Klages, allo stesso Evola: un vasto movimento contro-culturale era all’opera sin dal primo Novecento in Europa, al fine di bilanciare gli squilibri dello scientismo: questa cultura tradizionale ha proiettato influssi riposti su tutto il secolo XX, e ancora oltre. De Martino ricorda, a questo proposito, le frequentazioni di Eliade del centro-incontri di Eranos, le conferenze di Ascona, i contatti con l’ambiente junghiano. Da queste relazioni, dalla conoscenza di studiosi anti-moderni come Yates, Corbin o Tucci, Eliade trasse nuova linfa per alimentare la sua antica inclinazione alla materia esoterica. De Martino sottolinea che «l’Eliade “uomo della Tradizione” soverchiava quindi l’Eliade scienziato positivista, non esitando a dare una spiegazione apocalittica degli eventi». In linea con la tradizione, infatti, anche Eliade interpretò la decadenza occidentale come il segnale della prossima fine di un ciclo macrostorico.

Tutte queste teorie assorbite e fatte proprie da Eliade si innestarono con logica armonia sulla sua concezione ideologico-politica. Che in età ormai matura, fin verso i trentacinque anni, si manifestò come militanza nei ranghi della Guardia di Ferro. È questo il secondo dei “non detti”, un argomento sul quale, per la verità, non sono stati reticenti solo Culianu o altri cattivi esegeti, ma lo stesso Eliade, che preferì occultare o minimizzare un coinvolgimento che invece fu – come hanno dimostrato studi recenti, da Mutti alla Laignel-Lavastine – convinto, radicale e prolungato.

Le interessate mistificazioni operate da Culianu a proposito del coinvolgimento di Eliade nella politica oltranzista della Legione dell’Arcangelo Michele – cui Eliade appartenne e che sostenne con una lunga collaborazione al giornale Vremea – sono anche da De Martino smontate e ricondotte a un dilettantesco tentativo dell’allievo di proteggere il maestro, col risultato di darne un’immagine ancor più distorta. Il pasticcio storiografico di Culianu, intriso di falsi, è un classico di tutti i tentativi fatti da numerosi intellettuali fascisti europei di darsi o farsi dare, nel dopoguerra, una bella verniciata “democratica”. Ma «il povero Culianu non sapeva – asserisce De Martino –, perchè Eliade non glielo aveva affatto detto, che il proprio mentore era stato un legionario ancora nel 1942, a Lisbona…». Queste pagine dedicate da De Martino al coinvolgimento di Eliade nella mistica nazionalpopolare della Guardia di Ferro e ai vari tentativi di distorcere la verità storica, sono del più grande interesse, tra l’altro esemplari nel mostrare come spesso il totalitarismo antifascista abbia creato i presupposti di una morale degradata, atta alla pratica della contraffazione.

Del resto, l’Eliade guardista è in perfetta sintonia con l’Eliade tradizionalista, con lo studioso delle culture popolari, con il restauratore del sacro, con l’assertore del primato del pensiero mitico e magico su quello razionalista e progressista. Ci sarebbe stato da meravigliarsi del contrario. Anche se poi lo studioso di religioni, divenuto celebre, mostrò non poca carenza caratteriale, dandosi da fare per nascondere le tracce della sua militanza guardista, con operazioni di occultamento francamente avvilenti e imbarazzanti. Ma al di là delle cadute di stile sue personali, il lavoro di Eliade rimane di prima grandezza, un sicuro riferimento di grande cultura. Il libro di De Martino, inesauribile fonte di informazione biografica e storica, ci offre un raro strumento per penetrare nei risvolti di un modo di affrontare la conoscenza alternativo a quello positivista, e che forse in qualche misura potrebbe contribuire a smantellare l’arroganza scientista della ricerca contemporanea. Il “misticismo laico” impersonato da Eliade, insomma, come possibile grimaldello anti-progressista.

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