Anonima scrittori. Il bit dell’avvenire

Mario Grossi

Avverte il Talismano della Felicità che “la macédoine”, o come potrebbe dirsi in italiano “mescolanza” di frutta – c’è qualche… barbaro della cucina che traduce “macédoine” con macedonia! – è sempre assai gradita, specie nella stagione estiva”.

Si prende della frutta a piacere come pere, mele, banane, ananas e si taglia a dadini. Si può aggiungere a piacimento fragole piccole di bosco o grandi di giardino, lamponi, ribes sgranato, mandorle fresche sgusciate e divise a metà. Si raccoglie tutta la frutta a pezzettini in una terrina. Poi si prendono due parti di zucchero e una parte d’acqua, e quando questo sciroppo sarà freddo, va diluito con un bicchierino di kirsch o di maraschino. Con lo sciroppo così ottenuto si annaffia la frutta e si serve ai commensali.

Appena finita la lettura di Il bit dell’avvenire, un volume di racconti di autori vari raccolti sotto la sigla “Anonima Scrittori” e edito da Tunuè, è questa l’immagine che mi è rimasta scolpita nella mente. Certo, mi sono detto, incorrerò nelle ire degli autori che, vedendo paragonare i loro racconti a pezzetti di frutta, magari mi verranno a cercare sotto casa per regolare cavallerescamente la faccenda.

Mi perdoneranno per questo accostamento. Ogni lettore insegue le onde della sua immaginazione e la mia mi porta alla “macédoine”.

Quando si dice di qualcosa che è una macedonia, si pensa subito ad un guazzabuglio in cui pezzi di frutta, residuo dei giorni passati, vengono senza sapienza mescolati insieme.

Niente di più falso. Come insegna appunto il Talismano della Felicità, una “macédoine” è un insieme che può risultare stomachevole, se realizzato senza sapienza, ma che diventa un piatto sopraffino se si ha sufficiente sensibilità per rendere un’accozzaglia diversa di frutta una miscela ben dosata e saporita.

Caratteristica della “macédoine” è appunto una calibrata giustapposizione di sapori diversi che trovano la loro ragion d’essere nel dosaggio esatto di colori, dimensioni, gusti, fragranze che solo raramente si aggiustano in un tutt’uno compatto e modulare al tempo stesso. La “macédoine” è una palpitazione tenue sul tema del gusto, oscillante tra l’aspro e il dolciastro. Una vibrazione agrodolce che lascia sul palato una freschezza corroborante, in cui percepisci però un tocco di retrogusto che improvvisamente ti fa pensare, con raccapriccio, a quel sapore sfatto che presto farà appassire il fine pasto. È un finale glorioso che va colto in un attimo prima che viri al rancido. Ti rimanda a una sensazione di morte, mentre assapori con freschezza la vita di quei turgidi e croccanti pezzetti di frutta.

Tutto questo è, nell’assaggio del lettore, quale io sono, Il bit dell’avvenire, anche se l’aspro supera, di gran lunga, il dolce.

Tutti i racconti sono dei punti d’osservazione sul limitare del presente che aprono scenari futuri. Un futuro, prossimo o in divenire, che già ci avvolge e ci travolge, in un turbinare che spesso appare inconcludente o privo di senso. Con angoscia, con ironia, solo talvolta con ottimismo ciò che si preannuncia è un futuro carico d’opportunità dall’incerto segno. Il sapore di sottofondo che percepisco è, come dicevo, aspro, carico di aspettative perlopiù negative. L’ambiguità di certi finali mi fanno capire come sia contraddittoria la strada che ci stiamo costruendo verso un futuro che sembra virare in un onirico incubo diurno.

Insomma il domani, non è incertezza, quasi mai, in questi racconti, ma una certa, triste consapevolezza di degrado elettronico fatto di virtuale.

Ho quasi l’impressione che gli autori scrivano proprio perché, così facendo, riescono a esorcizzare un mondo che vedono evanescente, sfuggente e potenzialmente claustrofobico. Un mondo ricco di strumenti ma scarso di sensi. La scrittura sembra essere un appiglio potente al mondo della parola che, una volta fissata sulla carta (anche se scritta con un pc), diventa un aggancio consapevole a un mondo in carne ed ossa che sta scolorendo, si fa diafano, perde la voce.

Spesso i racconti fanno perno sull’invasività dei tanti mezzi elettronici che abbiamo oggi a disposizione per comunicare. Quantità di mezzi che si traduce in invasività e in crollo di significato. Come ad affermare: possiamo dire con tanti strumenti modernissimi, ma non sappiamo più che cosa dire. Una geometrica potenza di fuoco, un’abbondanza di bocche di cannone che però alla fine ci servono per sparare palline di carta.

Questa lotta, questa contrapposizione, questa invasività dei mezzi-feticcio, quest’angoscia della loro presenza è ben rappresentata in Love, Sex and iPhone (Camilla Cannarsa), un rapido diario di una giornata della protagonista alle prese con una lotta estenuante con telefonino, risposte e-mail, vagabondaggi in Internet, Facebook, articoli che viaggiano via etere.

Il ritmo è travolgente, incessante, incalzante, trascinante. La sola lettura mi ha fatto sudare, ansimare, girare e scuotere la testa. Un po’ perché è simile alla mia tipica (e a quella di molti altri) giornata di lavoro, un po’ perché se uno si astrae dalla sua situazione e guarda, come un distaccato osservatore, la scena, si rende conto come un tale fiume di attività informatiche porterebbe allo sfinimento un elefante.

L’inizio è traumatico nella sua accelerazione a freddo che inchioderebbe qualsiasi motore.

«ore 8:00. Le otto, e la mia sveglia non smette di ripeterlo. Mi alzo, accendo il PC e il gas, metto su la macchinetta del caffè, mi siedo e attendo che il mio acer riparta. Anche lui avrebbe bisogno di una buona dose di caffeina, così ne bevo due tazze. Una per me, una per lui. Tra le email ci sono tre comunicati stampa, due dei quali utilizzerò per scrivere i pezzi di oggi. L’email dedicata alle amicizie è infestata di segnalazioni di Facebook. Tutti mi vogliono, tutti mi cercano, ma esattamente chi, ancora non l’ho capito. Le mie amiche storiche mi invitano a dare un’occhiata alle 253 foto che hanno postato stanotte…». Sembra un Sabba mattutino, un incubo lisergico al primo risveglio.

Il finale, in cui si consuma un consapevole, voluttuoso, violento, febbrile tradimento sembrerebbe riportare tutto su un piano d’umana naturalezza, con la protagonista che non cede al ricatto del telefonino che squilla e non risponde. Ma è proprio la presenza di questo Grande Fratello, seppur inascoltato nell’occasione, di questo Moloch incessante che chiede attenzione totalizzante e fiumi di sangue alla vittima sacrificale che trascina nuovamente la scena in un inferno disumanizzante.

Bellissimo racconto nella sua deprimente collocazione. Qui e ora il futuro ha fatto scempio della carne.

Esempio superbo di quell’agro che unito al dolce è la cifra della “macédoine” di cui sopra.

Se vogliamo trovare del dolce, però, possiamo passare a Tom (Daniela Rindi), storia che s’intreccia tra uomini e navigatori satellitari, quegli aggeggi che dovrebbero portarti in un luogo e che talvolta ti sbattono in culo al mondo.

In realtà il racconto comincia con un’acida sequenza con un navigatore, in apparenza stolta macchina, che replica un percorso sbagliato e che fa infuriare la guidatrice. Ma la scoperta della sua umanità e dell’errore a bella posta, che rende il navigatore complice della guidatrice ignara e che la spinge verso una relazione umana futura, si suppone potenzialmente felice, ne fa virare il sapore verso un dolce invitante.

Forse questo è il racconto più “macédoine” di tutti. Assaggi le prime righe e ti rimane l’acidulo del ribes o dell’arancio, poi metti in bocca un pezzetto di pera e quell’acidulo d’incanto si trasforma in dolcezza. Il tutto amalgamato da un profumo di maraschino di sottofondo che rende tutto fluido e allontana quel sapore metallico che scaturisce dalle voci elettriche del navigatore e del Fastpay del casello.

Se invece vogliamo tuffarci voluttuosi nello straniamento, anche qui carico di potenziali sensi positivi, non dobbiamo trascurare Videotape da Carnate (Nicola Villa) in cui un irrancidito VHS, che può leggere la videocassetta solo al contrario, complice una sbornia colossale fatta di rum e banane, è artefice di una lettura inversa dei fatti di Genova e del G8. Ne nasce un finale incandescente, una parata sbilenca di avvenimenti che, dal finale tragico di sangue e devastazioni arriva a gruppi di ragazzi imbandierati, sorridenti che sfilano nel sole, verso un altro positivo che costituisce l’opposto di ciò che fu. Se penso a una trasposizione musicale, quel pirotecnico finale mi porta alle bislacche ballate di Vinicio Capossela. Come mi ha fatto affiorare alla mente, il finale del romanzo di Umberto Eco La misteriosa fiamma della regina Loana, in cui, in un’ultima rassegna prima di morire, il protagonista vede passare di fronte a sé, in una parata multicolore, tutto il suo vissuto. «Ero davanti alla scalinata del mio liceo…. E al sommo della scala era apparso un trono e sul trono vi era un uomo dalla faccia d’oro…, e tutti levavano i calici per rendere omaggio a lui, Ming Signore di Mongo. E sul trono e intorno al trono stavano quattro Viventi, Thun dal volto di leone, e Vultano dalle ali di falco, e Barin principe di Arboria, e Uraza regina degli Uomini Magi…. E i Lancieri di Fria sugli Uccelli delle Nevi, e infine su un cocchio bianco, accanto alla regina delle Nevi, arrivava Flash Gordon…».

Nel gioco dei rimandi non posso non citare L’attesa (Antonio Pascale) che, nel suo cambio di senso che culmina nella frase «Il satellite era partito da quel pianeta – Voyager c’era scritto sopra l’apparecchio e il pianeta pare fosse chiamato Terra dai suoi abitanti – questo dicevano i dati», mi porta dritto a quella splendida fulminante novella Sentinella contenuta nell’antologia Le meraviglie del possibile.

Ma L’attesa ha in più un finale ambiguo, anch’esso molto “macédonie”, in cui non si capisce bene dove questo potenziale incontro tra mondi diversi porterà. «”Che Dio ci aiuti, che Dio ci aiuti”, rispose l’uomo», si apre su un ulteriore carico di ogni possibilità. Un agrodolce in pieno stile.

Come un perfetto agrodolce è Il telefonino (Antonio Pennacchi) che sapientemente miscela nostalgia e ironia, in un racconto in apparenza disincantato, ma che vibra di un’umanità comunque aperta alle novità. Ma di Pennacchi non voglio dire, perché sarei giudice parziale. Da quando l’ho scoperto tre anni fa (meglio tardi che mai, direte), fulminato sulla via di Damasco, l’ho elevato a mio scrittore di culto. Il mio scrittore-pugile, novello Omero dei nostri calamitosi giorni.

E ancora il retrò Parigi – 1896 (Gabriele Santoni) che descrive epicamente lo stupore dei parigini alla prima proiezione dei fratelli Lumière. Bellissimo perché il gusto retrò si miscela con una velata disperazione che forse è solo nel mio occhio di lettore. Potremo ancora domani provare lo stesso attonito sgomento di fronte a un’invenzione? Ci sarà, soprattutto ancora un’invenzione?

È qui che il sapore agrodolce della “macédonie” mi fa percepire un sentore di sfatto, che ancora non c’è ma si preannuncia, nel pezzetto di frutta che goloso addento.

Per finire, e non so se la posizione è casuale, con Appunti di viaggio in Fiandra (Giancarlo Baroni) che potrebbe bene far da compendio all’intero volume. Nelle brevi fotografie in versi, il senso, per me, corre tutto tra il farmacista, in cui si racconta di un farmacista che, durante la rivoluzione francese, distrugge le statue del portale di Notre-Dame a Digione e Tournai che narra la distruzione della città causata da un bombardamento il 16 maggio 1940.

Il filo rosso che collega il passato al futuro viene reciso dal farmacista e la mancanza di senso che si condenserà sempre più plumbeo nel dopo, e che come una cappa si allunga anche sul nostro futuro, è racchiuso tutto proprio in quei due cammei che voglio riprodurre per lo scintillio sinistro che emanano (se letti come io li ho letti collegati tra loro).

Il farmacista

Scendo le scale di casa
subito dopo aver chiuso il negozio
e porto con me il martello.

In bilico sulla scala
stacco facce di santi corpi di eremiti
dalla facciata scolpita della chiesa.

La piccozza è medicina
che libera le anime dei cittadini
dai falsi pregiudizi

Tournai

Nostra Signora dei Malati
in passato ci avete salvato dalla peste
e ieri avete lasciato che le bombe
incendiassero la città.

Vi abbiamo dedicato una basilica
e uno scrigno di pietre che perfino
le regine Vi invidiano. Dite
che cosa è mutato nel frattempo?

Nel frattempo è arrivata la piccozza del farmacista che ha desacralizzato l’universo, liberando l’uomo dal suo pregiudizio atavico, regalandogli un mondo liquido, imperscrutabile, carico di opportunità e di orrore, in cui il senso tende a svanire e che spetta a noi riempire.

Tutto il resto, di cui vorrei ancora dire, si innesta in questa luce pulsante, accecante e tenue, che avvolge il dipanarsi dei racconti ma che ha un sottofondo comune (che amalgama come il maraschino i pezzetti di frutta) che è una sensazione d’inquietudine ambigua che ti fa oscillare tra alti e bassi, tra agro e dolce.

Ne sono testimonianza: l’introduzione, carica di un così grande spirito positivo che fa da contraltare alle tante depressioni dei racconti, che suona come temeraria e tipica di tutti coloro che, consapevoli del rischio, con spirito pioneristico si buttato nell’oltre; la copertina in cui un sole nascente illumina la scena con tonalità ambrate e malatamente velate che ricordano un paesaggio da day after; l’angoscia aumenta se ci si concentra su quel reiterato 01 del bit che invade la scena quasi annichilendola e su quell’orizzonte con un solo astronauta e bandierina che, se da un lato fa pensare a nuove conquiste, dall’altro è di una desolante solitudine; il nome del laboratorio Anonima Scrittori, di cui gli autori fanno parte, che rimanda per assonanza all’Anonima Sequestri e a un mondo per nulla tranquillizzante; l’editore Tunué Editori dell’immaginario che cavalca queste ambiguità; l’autore della copertina Iena Animation Studios Srl che sceglie un animale per rappresentarsi che è il principe dell’ambivalenza, un carnivoro che si ciba di carogne, e che rimanda allo Jena di 1997 Fuga da New York per dirci che il futuro è qui, terrificante e splendido.

Una lettura entusiasmante, per chi non si scoraggia e sa trarre anche dai buchi neri una fiammella di luce a illuminare una strada che appare sempre e sempre di più sconcertante. Quella verso il futuro. Ammesso che ci sia. La strada e il futuro!

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