128 battute. Racconti Twitter

Mario Grossi

Ne avevo sentito parlare e mi ero incuriosito. Poi l’altro giorno l’ho visto in libreria e l’ho comprato. All’inizio mi sembrava un chiacchiericcio sparso dal web, ed io, diffidente retrogrado, l’avevo considerato alla stregua di un gossip. Mi ci vuole sempre la testimonianza scritta su carta per dire che una cosa è vera.

Nel recente passato, per la verità, erano comparsi, su alcune rubriche dei magazine che ammorbano i quotidiani con scadenza settimanale, cenni e tentativi che andavano in quella direzione. Ad esempio il Corsera, nella rubrica che Nico Orengo tiene su Sette, aveva ospitato alcuni scritti minuscoli, dei romanzi in poche battute.

Ora invece la Feltrinelli pubblica 128 battute, il primo esperimento di microletteratura per scrittori concisi.

La casa editrice aveva promosso un concorso per i naviganti del web, cui chiedeva di inviare un racconto non più esteso di 128 battute tramite la piattaforma Twitter o via mail.

Dal 9 novembre 2009, data d’avvio del concorso, al 14 febbraio 2010, data di chiusura dello stesso, è arrivato un diluvio di racconti, circa diecimila che, scremati nel numero di 128, presumibilmente i migliori, ha dato il via al libro che nel marzo scorso è uscito nelle librerie.

Come ognuno di voi sa, assai meglio di me che non ne faccio uso, Twitter è una piattaforma informatica che permette di dialogare tra utenti con scambi di messaggi che non superano appunto le 128 battute (o forse sono 140). Non so altro se si eccettua la notizia rilanciata dai giornali circa un anno fa, in cui, per completare i pregi del divino Obama, si rendeva noto al pianeta che il primo presidente nero, usava Twitter come mezzo di comunicazione rapida.

Se lo usa il Divo Obama, mi sono detto, deve essere qualcosa di buono a prescindere!

Da qui la mia curiosità verso questo libro collettaneo che, si legge dalla copertina, è un esperimento per dimostrare l’essenzialità distillata di Twitter.

E proprio da questa dichiarazione, “l’essenzialità distillata di Twitter”, che partono le mie considerazioni su un esperimento che, dopo la lettura, giudico fallimentare.

Il tutto parte forse da un mio errore di fondo: considerare il racconto Twitter come l’epigono della scrittura aforismatica.

Mi sono sempre appassionato all’aforisma che spesso, meglio di tante altre espressioni letterarie e poetiche, riesce a condensare un senso che, scevro da qualsiasi orpello inutile, coglie il significato profondo della realtà. Ha la concisione e la precisione di tutte le scorciatoie che sembrano tagliare, con una rasoiata diritta, tutte le volute e gli arzigogoli di un pensiero troppo carico di accessori. Fa sua l’intuizione che, per andare rapidi alla meta, ci si deve liberare di tutti i pesi inutili, di tutti i falsi crocevia che s’incontrano nel pensiero analitico ed in tutte le strade di campagna che ci conducono sovente in vicoli ciechi, facendoci perdere molto tempo.

E fin qui sembrerebbe che il racconto Twitter non si discosti per nulla dall’aforisma classico o dal racconto breve o brevissimo che abbiamo conosciuto attraverso molti suoi cultori. Ridondante sarebbe ricordare gli Aiku giapponesi, brevissimi componimenti poetici, sintetici e folgoranti «Tra gli alberi il ciliegio, tra gli uomini il guerriero». Così come sembra inutile citare la prosa di Cioran o le pillole brucianti di Gomez Davila. Per non parlare dei raccontini di Feneon o degli smaglianti giochi di parole di Oscar Wilde. E la lista potrebbe continuare a piacimento.

È qui che le strade tra il racconto Twitter e l’aforisma divergono prepotentemente.

Il racconto Twitter, almeno nello spaccato raccolto dalla Feltrinelli, è figlio di un’urgenza e di una frenesia da cui non riesce ad astrarsi. È figlio «della leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità che sono le dimensioni in cui si dispiega lo spazio letterario per la contemporaneità».

«Si va nella direzione di una condensazione sempre maggiore dell’espressione. Non si può imporre al lettore di investire più tempo di quello indispensabile ad afferrare il concetto centrale».

«Il ritmo salva solo l’indispensabile di ogni storia dalla centrifuga del tempo che manca e della memoria che non riesce più a trattenere nulla.»

È in questi passaggi della prefazione, o meglio in quello che non è detto, che si traccia la diversità tra l’aforisma e il racconto Twitter.

Il racconto Twitter offre un flash che si gioca tutto sul ritmo, rivolto a fruitori, cui manca il tempo di gustarne gli anfratti, privi di memoria, inabili a trattenere nulla.

Anche gli autori Twitter non riescono a prescindere da questo flusso accelerato, da questa mancanza di tempo, da questa memoria labile, da questa inanità che nasce appunto da una virtualità comunicativa che non riesce a condensare alcun senso.

Alcuni racconti sono come le frasi dei baci perugina «L’amore è una guerra che si combatte in due: se uno diserta, l’altro muore», «Scrivere è credere che le parole possano cambiare il mondo o forse renderlo migliore con la bellezza di un verso o una storia…».

Altri parafrasano celebri poesie «Vita pasticcera nel peso tegame il tuorlo sta solo sul pelo del latte addolcito manteca con scorza e vaniglia: ed è subito crema».

Altri ancora sembrano messaggi infantili stile chat “Non sei niente per me. Non il primo pensiero la mattina. Non l’ultimo pensiero la sera. Non sei più la password della mia mail”.

Solo alcuni hanno una briciola d’intensità «Morì sulla sedia del dentista mentre gli devitalizzavano un dente. Era l’unica cosa vitale che aveva», «Ho confuso la tachicardia con l’amore».

Insomma questi racconti Twitter appaiono, non potrebbero fare altrimenti, privi di tutto quello che precede il detto aforismatico.

L’aforisma è una folgorazione improvvisa che fa nascere l’urgenza di scrivere come se si frustasse qualcuno. Sono una scudisciata che, solo apparentemente, è frutto di un’ira improvvisa.

In realtà l’aforisma, e qui sta la sostanziale differenza con il racconto Twitter, è frutto di una lenta macerazione di pensiero che occupa un tempo indefinitamente lungo, che passa per false strade, per supposizioni fallaci, per vie impervie e faticose che sono percorse nel silenzio, nella meditazione, nell’angoscia del confronto solitario con il proprio pensiero. Sono dolore che si condensa in un lampo, come insegna, su tutti, il percorso intellettuale di Nietzsche.

Il breve lampo illuminante, che dura un attimo appena, fa luce su un prima oscuro e faticoso che l’autore risparmia al lettore non per bontà, ma per perfidia. Gli fa balenare davanti, con un cupo scintillio, una possibilità. Poi all’improvviso il buio torna sovrano e spetta al lettore intraprendere un percorso doloroso e lungo, fatto anch’esso d’angoscia, per trovare un pertugio che è solo l’inizio del sentiero che si snoda periglioso a partire da quel lampo.

L’aforisma da questo punto di vista ha un sapore Zen, è un’illuminazione, un Satori che, seppur casuale, è preparato con cura maniacale.

Ricordo a tal proposito il mio maestro di Ken Do, Jungi Endo, che fino allo sfinimento mi faceva mettere in guardia per parare la sua offesa e ogni volta, per infinite volte, mi colpiva dolorosamente, come si colpisce una vittima sacrificale. Men! E mi trovavo colpito sulla testa (fortunatamente coperta). Do! E il colpo finiva di lato sul petto a destra o a sinistra. Koté! E il mio polso veniva metaforicamente tagliato di netto. Così ammaccato, deluso, sconfitto, depresso prendevo la via dello spogliatoio. Endo sorrideva e non diceva nulla.

Fu un giorno, dopo uno sfibrante correre circolare intorno alla palestra, soffocato dall’armatura che indossavo e che mi faceva quasi svenire, che Endo mi mise in guardia per prepararmi all’incontro. Parai il suo Men, fui ripetutamente colpito al petto da una scarica di Do di una furia cieca, poi parai un kotè e mi lanciai su di lui, alla sua testa. Men! Men! Men! Parò tutti i miei tre colpi portati con una rapidità che mi era sconosciuta. Endo indietreggiò di alcuni passi e chiuse i conti con una serie di affondi che mi stordirono. Mi ripresi dallo stordimento sorpreso, finalmente illuminato. Avevo per la prima volta, dopo una sfinente macerazione, acquisito una consapevolezza che non mi abbandonò più. Certo ero un neofita, ma per la prima volta anch’io replicavo ai colpi. Satori!

Ecco lo vedo così l’aforisma. Un lento, costante ragionare che all’improvviso, quasi inconsapevolmente, si condensa in un senso che non ha più bisogno di parole se non quelle pochissime che squarciano il mistero.

E questo il racconto Twitter non lo sarà mai. Gli scrittori Twitter, i loro lettori, i mezzi che usano: veloci, leggeri, smemorati non hanno tempo per preparare il fulmine, al più possono acquistare una lampadina.

Nessun senso, che sia profondo, può condensarsi nella rapidità istantanea del tempo virtuale. Troppi sono i messaggi che sommergeranno in un nanosecondo l’immediato coagularsi, in 128 battute, di una sensazione che è ben lungi dall’essere un senso.

Ecco perché reputo fallito l’esperimento. Nulla si condenserà e la letteratura Twitter potrà solo distillare forma, ritmo, ma mai sostanza.

Non è possibile, date le premesse, fermare il tempo, astrarsi dal flusso continuo di nuove informazioni, mai la mente potrà concentrarsi, oltre l’attimo, su un senso che non c’è e che non può essere cercato.

Il senso può nascere solo dall’estraniarsi da questo tumultuoso fiume che, scorrendo impetuoso e virtuale, tutto cancella al suo passaggio.

Quello che resta è infine una lettura meccanica, istantanea, sterile che nulla restituisce al lettore se non, ma solo raramente, un brivido lieve che presto si dimentica.

Se volete fare la prova, provate. In fin dei conti il libro costa un euro e si legge tra un batter d’occhio e l’altro. Poi rileggendo e rileggendo, come io ho provato a fare, scoprirete che un senso questo libro lo trasmette.

Un nulla figlio di un deserto virtuale, che forse è la cifra di questo esperimento, come ci insegna infine uno dei racconti selezionati «L’informatica serve a far sentire utili quelli che non sanno usare la zappa».

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