Tutte le gioie della famiglia

Mario Grossi

«C’è un’agenzia criminale in Italia che provoca un omicidio volontario (senza contare i suicidi o altri tipi di violenza fisica o morale) ogni 2 giorni, per un totale che supera le milletrecento vittime, dal 2000 al 2008. Delitti che avvengono, quasi sempre, nel luogo più sicuro che dovrebbe esserci: la casa. È un’agenzia diffusissima su tutto il territorio nazionale: si chiama famiglia».

Il lettore avveduto avrà riconosciuto in queste poche, inequivocabili righe la penna di Miro Renzaglia, titolare della webzine Il Fondo, che si è molto speso nel dimostrare la potenziale criminalità dell’istituto che va sotto il nome di famiglia. In articoli e risposte ai lettori ha evidenziato quanta violenza fisica e morale si nasconda nelle sue pieghe.

Non ho mai replicato a questa tesi che, in prima battuta, mi è sempre apparsa eccessivamente radicale (anche se sostenuta da dati di fatto che la rendono, nella sua lineare esposizione, inoppugnabile), ma la sua rilevanza numerica ha aperto in me una crepa, costringendomi a riflettere.

Alla fine mi sono piegato all’evidenza: la famiglia è, non solo potenzialmente, un istituto in cui si esercita la violenza (violenza ancor più meschina perché agita contro i più deboli e al riparo di un’ipocrita rispettabilità che spesso fa da diga e nasconde la verità).

Da qui prendono il via le considerazioni che mi hanno portano a dire che la famiglia genera, oltre a queste, altre violenze molto più estese che si radicano nel pubblico e che la rendono fonte di comportamenti criminali.

Ad aprirmi gli occhi ulteriormente è stato un breve articolo di Aldo Grasso sul Corsera del 18 febbraio u.s. a commento delle ultime intercettazioni sulla Protezione Civile. In una conversazione, oggetto d’indagine, citata nell’articolo, Diego Anemone, imprenditore indagato, chiede ad Angelo Balducci: «Oddio, quanti ce ne sono di cognati?». Come a dire che di parenti da foraggiare ce ne sono moltissimi. Il cognato è la quintessenza del parente e rimanda alla famiglia.

Ecco a me sembra che la famiglia, così interpretata, getti un’ombra ancor più fosca sulla tesi che la vuole istituto violento.

Quando una famiglia che lo detiene, tenta di esercitare il proprio potere, genera una violenza decuplicata che si riverbera sulla comunità in modo devastante.

Il caso degli appalti distribuiti ai cognati (ai parenti in genere) è testimonianza della criminalità della famiglia, quando si trovi in condizioni di potere che glielo consente. Il comportamento criminale è naturalmente incarnato in appalti pilotati che sono senza regole certe, affidati, non alle imprese che presentano progetti migliori, ma a quelle la cui credibilità è affidata al privilegio del famiglio.

Gli esempi di sfruttamento del potere detenuto che genera comportamento criminale sono infiniti. Uno è la cooptazione dei figli nella casta dei notai, un ordine professionale la cui base è quasi esclusivamente di tipo familiare. Non si tratta di comportamento criminale in senso stretto ma evitare qualsiasi accesso e selezionare solo in nome della famiglia di provenienza è un comportamento scorretto e paracriminale verso la comunità. Non scegliere i migliori apre il fianco a bassa qualità professionale, e spesso a basso profilo morale.

Lo stesso accade in ambito universitario con gli Ordinari che, con concorsi tutt’altro che trasparenti, selezionano le nuove leve su base familiare. Cito testualmente da un’inchiesta dell’Espresso: «È come essere a un matrimonio, a una festa di famiglia: c’è il padre che ha appena messo a contratto la figlia, nella facoltà di cui è preside, senza alcun concorso (Vito e Giulio Maria Gallotta). C’è il vecchio professore di medicina (Riccardo Giorgino) che sta giudicando il cognato (Sebastio Perrini) di suo figlio Francesco. A uno stesso tavolo potrebbero sedersi otto invitati della stessa famiglia (Antonella, Fabrizio, Francesco Saverio, Giansiro, Gilberto, Lanfranco, Manuela e Stefania: tutti Massari), stesso cognome, stesso mestiere: professore universitario, facoltà di Economia. Il grande ricevimento si tiene all’Università di Bari, il luogo italiano per eccellenza dove il mondo accademico e gli affetti familiari tendono a fondersi. Nulla che sia stato dichiarato illegale. La Procura, però, vuol capire sin dove si sono spinti i sentimenti. E in un anno e mezzo ha aperto 18 inchieste. Gli otto Massari rappresentano per Bari (e probabilmente per l’Italia) un record assoluto. Seguono a ruota a quota sei i Dell’Atti e i Girone, capitanati dall’ex rettore Giovanni. Il proliferare di figli e dunque di cattedre ha provocato non pochi problemi alle casse dell’ateneo: stretta la cinghia, lo scorso anno non è stato bandito nemmeno un concorso da professore. Nel 2005 furono più di cento. E la parentopoli barese alimenta feroci sarcasmi. A Medicina, è scritto in alcune delle denunce anonime che riempiono le scrivanie della Procura, è scoppiato il ‘caso Ottanta': è la somma di Antonio e Nicola Quaranta, padre e figlio. Il primo, eletto preside, ha lasciato due mesi fa al secondo (34 anni appena) la direzione della scuola di specializzazione. Era l’unico candidato. Tradizione questa assai diffusa: solo alla meta anche Pierluigi Passaro, fresco di nomina a ricercatore in gestione delle imprese. Il concorso era stato bandito dalla facoltà nella quale insegna suo padre, Marcello».

Si arriva anche a sancire il ruolo della famiglia con accordi sindacali, se è vero che è stato siglato un protocollo d’intesa tra la Banca di Credito di Roma, Federlus (federazioni della Bcc del Lazio, dell´Umbria e della Sardegna) e le sigle sindacali del credito Fabi, Fisac-Cgil, FIba-Cisl, Uilca, Sincra-Ugl. In sostanza, l´accordo prevede che ai lavoratori costretti, per motivi e politiche aziendali, al prepensionamento sarà data una doppia possibilità. Potranno infatti decidere se accettare gli incentivi e i bouns previsti dall´azienda in caso di esodo anticipato, oppure potranno far entrare in banca, al loro posto, un figlio o un parente fino al terzo grado (quindi anche un nipote). Insomma puro nepotismo. Niente di nuovo sotto il sole.

Alla base di questo potere della famiglia c’è quello che è stato definito “familismo amorale” dall’antropologo americano Edward Banfield che studiò il comportamento degli abitanti di Chiaromonte, un piccolo paese della Basilicata, a cui fu dato il nome fittizio di Montegrano, oggetto di una sua analisi pubblicata con il titolo The moral Basic of a Backward Society. Comportamento che può sintetizzarsi così: «Massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare; supporre che tutti gli altri si comportino allo stesso modo».

I familisti di Montegrano, non erano solo diffidenti verso i vicini, gli amici e verso qualunque forma di cooperazione, d’associazione e d’iniziativa pubblica, ma anche verso gli altri parenti che consideravano in competizione per l’acquisizione di risorse scarse.

Così i familisti di oggi. Il massimo lo si raggiunge con le famiglie d’imprenditori che si tramandano lo scettro del potere familiare.

Se c’è una cosa che non si tramanda è il senso dell’imprenditoria, il fiuto, la capacità di rischiare dell’imprenditore che insegue un’idea e un obiettivo. Invece anche qui la famiglia o le solite famiglie dominano incontrastate, anche perché le Banche non finanziano buone idee imprenditoriali di figli di nessuno ma prestano soldi ai figli di papà, a fronte di solide garanzie tutelate dalla famiglia. Non fanno il loro mestiere ma partecipano anch’esse del privilegio di appartenere a quella famiglia allargata che una volta si chiamava la Grande Borghesia dei salotti buoni che non a caso ha preso la famiglia come centro di potere da cui dispiegare tutti i suoi affari.

Si arriva all’eccesso di istituire corsi per figli d’imprenditori che rileveranno le aziende di famiglia, peraltro legittimamente.

A chi non ci crede basta andare sul sito della SDA Bocconi e verificare tra i corsi che cosa propone quello che ha come titolo “Di padre in figlio”. Tutto vi s’insegna tranne l’unica cosa (non insegnabile) di cui un imprenditore avrebbe bisogno: lo spirito imprenditoriale appunto.

Qualcuno sostiene con delle ragioni che se non ci fosse stata la famiglia, che si è sostituita al carente walfare statale, tutto il Sud Italia sarebbe esploso da tempo in una rivolta senza fine. Marcello Veneziani nel suo (anche qui ritorna il titolo del corso della Bocconi, magari copiato) Di padre in figlio oltre a fare l’elogio della tradizione pone quest’accento positivo sulla famiglia. E gli si può dare ragione, peccato che il peso del negativo faccia spostare l’ago della bilancia verso il segno meno.

Insomma questo tipo di comportamento criminale della famiglia, così intesa, genera una duplice forma di violenza. Una al suo interno, soprattutto nei confronti dei figli (che molte volte sono vittime compiacenti) costretti spesso e volentieri, in modo consapevole o inconsapevole, a ripercorrere le orme paterne, con grave pena psicologica e con risultati imbarazzanti. Esempio tipico quello dei figli degli artisti alle prese con fantasmi ingombranti (i figli di De Andrè, Dylan, Lennon, Zucchero, Morandi sono paradigmatici da questo punto di vista).

E una, rivolta verso l’esterno e che si estende all’intera comunità come forma soffocante, nepotista di gestione del potere che, a tutti i livelli (io ho solo accennato ai baroni universitari, ai notai, ai politici ma nel caso dell’impiegato di banca il suo microscopico potere replica il comportamento dei grandi potenti), impone il parente anche se inetto, demolendo di fatto qualsiasi possibilità per i senza casato di affermare le proprie qualità, attribuisce appalti, prebende, posti di lavoro ai famigli, depredando le tasche di tutti gli altri cittadini che si trovano a dover pagare il conto sempre e comunque.

Mi sentirei di dire che esistono due tipi di modello di famiglia in osmosi tra loro. Il primo fonda la sua legittimità sulla violenza esercitata nel privato; il secondo basa la sua legittimità sul potere (che è una forma efferata di violenza) nel pubblico.

I due modelli sono contigui. La differenza è nel ceto. Quando per mancanza di mezzi non si può estendere il proprio potere familiare sul pubblico lo si esercita sotto forma di violenza fisica in casa. Quando i mezzi lo consentono il potere familiare si esplicita nel possesso e nella gestione del potere nel pubblico.

Quando la famiglia acquista sufficiente forza la sua violenza tracima oltre le mura del privato andando a infettare la sfera pubblica con grande detrimento della collettività.

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