Scuola. La geografia non serve più

Fabrizio Fiorini

In sessantacinque anni di gestione democratica della cosa pubblica e, contestualmente, di ciò che tuttora porta indegnamente il nome di “pubblica istruzione”, ne abbiamo viste talmente tante da divenire avvezzi a ogni bruttura.

Per dovere di cronaca, citiamo in ordine sparso: il relativismo (anti)nozionistico, mirato a sostituire al semplice apprendimento di ciò che è (dalla bellezza dei versi di una poesia, ai contenuti di un saggio letterario fino al dipanarsi degli eventi storici) un libero arbitrio mediocre e opportunista secondo cui ogni versione (o quasi) dei fatti può essere valida, ogni interpretazione può essere funzionale alla comprensione, ogni singolo docente – e quindi ogni singolo discente – possono diventare fulcro della reale essenza delle cose, generando frazionismo nella conoscenza e seminando individualismo tra gli uomini. C’è stata poi la sufficienza (il “sei”, o il “diciotto”) politica, naturale conseguenza di quanto sopra, in quanto la bocciatura – o comunque la valutazione negativa – sarebbe stata generata da una visione assolutista e dottrinaria degli argomenti di studio.

Altra sciagura abbattutasi sulla pubblica istruzione nazionale è stato l’asservimento della storia e della storiografia all’indirizzo politico dominante, alla vulgata propagandistica determinata dalle strutture di indottrinamento dell’Occidente democratico; non ne occorrono, su queste pagine, degli esempi: è ben impressa nei nostri occhi la bruttura delle versioni degli eventi storici europei degli ultimi settant’anni. Ci basti ricordare di Winston Churchill, il quale, biascicando il suo sigaro, programmò e mise in atto lo sterminio del popolo europeo tramite incenerimento, che sui libri delle nostre scuole viene descritto come un benefattore magnanimo. Et de hoc satis.

Non basta: c’è poi la trascuratezza riservata alla materie classiche di studio, soppiantate dall’importanza riposta nelle famose “I” di governativa memoria, quell’inglese che, come cantava qualcuno «il giorno della fine non ti servirà…», quell’internet che non si è ben capito perché insegnarlo come materia a sé stante (esso è infatti uno strumento della divulgazione: è come se al posto della geometria fosse insegnata la materia “righello”) e quell’impresa su cui sorvoliamo per carità di patria. Ancora: la dismissione di ogni regola di disciplina interna alla vita scolastica, dall’alzarsi in piedi all’ingresso del professore, all’uso comune del tu, alla caduta in disgrazia delle sanzioni disciplinari e di condotta; non si vogliono qui naturalmente riproporre la gogna col cartello “asino” o l’inginocchiamento sui ceci, sia chiaro. Però, per come vanno le cose oggi, ci sembra fuori luogo che poi ci si lamenti dello scarso senso civico degli studenti e degli alunni: perché è sciocco lamentarsi di ciò che non può essere altrimenti.

La carrellata degli orrori potrebbe proseguire a lungo. Ma limitiamoci, per concludere, alla proliferazione degli indirizzi di studio, sia a livello universitario che nella scuola secondaria. Siamo arrivati al punto di vedere licei con numerose decine di sotto-sorsi e sub-sezioni c.d. “sperimentali” e facoltà talmente disgregate da rendere arduo il compito di individuare una natura disciplinare comune, delineandosi quindi la situazione in cui si formano gli studenti a «sapere – diceva un poeta – sempre di più su sempre di meno, fino a sapere tutto di niente».

Dicevamo quindi di averne viste tante, talmente tante che riuscire a scandalizzarci diventa davvero un’improbabile impresa. Tuttavia, l’ultima trovata contenuta nella recente riforma dell’ordinamento scolastico relativa all’abolizione – o comunque al forte ridimensionamento – dello studio della geografia dalle scuole, ci è parsa veramente lisergica. Come dire: non c’è mai limite al peggio.

Il luogo comune è l’ambiente in cui vivono delle idee o delle semplici supposizioni ivi relegate da tre fattori: la leggenda metropolitana, quando le suddette idee e supposizioni hanno rilevanza futile o fantastica; oppure una subdola censura, quando queste hanno una rilevanza politicamente scorretta e vengono quindi dal potere dell’informazione assimilate alla prima categoria; in ultimo assurgono a questo collocamento le verità talmente evidenti e riproposte da diventare trite e consunte. In tutti e tre i casi, e in particolare negli ultimi due, pur vivendo in questa sorta di limbo, godono di un fondo di verità. All’ultimo insieme statistico appartiene il caso della geografia: non c’è dibattito giornalistico, o televisivo, o seminario, o conferenza, o discussione da bar sul tema che non metta in evidenza l’ignoranza degli italiani sull’argomento; tanto da far diventare la questione, appunto, un luogo comune. Le cronache e il vissuto quotidiano di ciascuno di noi sono piene di laureati, di persone comunemente ritenute colte, di comuni cittadini con un livello di istruzione medio-alto che non hanno la minima idea di dove si trovi la Basilicata, di quali siano gli affluenti del Po e che non distinguono Pesaro da Pescara. La soluzione ministeriale? Abolire la geografia. Aboliamo la storia, piuttosto: tanto, se bisogna insegnare che gli abitanti di Dresda sono morti dal freddo, serve a ben poco.

A onor del vero, questa ultima riforma della scuola non è da condannare nel suo complesso, anzi: raffrontata alle precedenti assume quasi le sembianze della decenza. Ha, ad esempio, messo ordine nel caos e nel frazionismo degli indirizzi di studio, eliminato qualche orpello clientelare, tentato di arginare il fenomeno dei “baroni” universitari. Ha, non ultimo, manifestato la volontà di ripristinare un certo equilibrio disciplinare all’interno degli istituti scolastici, o quantomeno di evitare che i ragazzi delle medie minaccino la prof di italiano col Mauser. Tuttavia, nella peggiore e ormai consolidata tradizione del regnante governo della Repubblica, non ha saputo e potuto andare oltre una linea invalicabile. Come il ministro Zaia con le normative agricole comunitarie, come Tremonti con le banche. E ha dato il peggio di sé con l’abolizione della geografia.

La consultazione di un atlante mette i tempi dinanzi a uno specchio. Era un tempo l’atlante geografico (fino a vent’anni fa’, mica ai tempi di De Amicis) l’idoneo sussidiario su cui sviluppare lo studio classico della geografia, nelle scuole come altrove. Era il viatico per la conoscenza del proprio territorio, del luogo di vita del proprio popolo e degli altri su tutta la Terra, di una vera e propria cultura ambientale che contribuiva alla composizione organica della formazione individuale. Era un testo di studio didascalico e rigoroso. C’erano, spesso in appendice, le cartine mute, che rappresentavano il territorio, i fiumi, i monti le città privi del relativo toponimo, in modo da potersi esercitare nel mandarli a memoria, nel saperli identificare e conoscere. C’erano le carte tematiche, ma non come quelle di oggi: erano l’immagine di un mondo semplice e lineare che non esiste più. Produzione industriale e agricola, precipitazioni e clima, lingue e religioni. Sugli atlanti di oggi ci sono invece quelle che evidenziano gli Stati in cui vengono rispettati i diritti dei sodomiti, quelli in cui c’è la stampa libera (con in didascalia: “fonte Freedom House”), quelli in cui c’è il mercato libero, quelli dove c’è stata la pulizia etnica, quelli dove ci sono solo colture biologiche. E, guarda caso, gli Stati ‘neri’ sono sempre gli stessi: gli Stati canaglia. Tutto nel pieno rispetto di quelli che sono i nuovi programmi ministerial-coloniali, secondo cui la geografia è roba da archeologi, soppiantata da addomesticate geo-politica, geo-economia, geo-diritti umani, geo-solidarietà, geo-integrazione.

Un’altra cosa è scomparsa di punto in bianco dagli atlanti, sul principio degli anni Novanta: la cartina tematica dedicata alle “razze”. Chissà, forse la parola era troppo scorretta. Ma mica sulla cartina c’era scritto ariani e impuri: c’era scritto europei sull’Europa e amerindi sull’Amazzonia. Forse disturbava lo stesso, forse qualcuno ci preferisce mischiati, apolidi, senza identità e senza radici; e quindi deboli. Dalla caduta dell’Urss in poi, cogli atlanti del nuovo corso, anche le “razze” sono sparite; con buona pace del conte De Gobineau, quindi, rassegnatevi: hanno fatto la stessa fine della Cecoslovacchia e della Jugoslavia.

.

LOGO

I LIBRI DE “IL FONDO”

Per ulteriori informazioni sui volumi cliccare sulle copertine

fondo

I libri de “Il Fondo”
possono  essere acquistati online
sul sito “ilmiolibro.it

libri_fondo magazine

nella finestra “cerca”
digitare il nome dell’autore o il titolo e seguire le istruzioni

_______________________________________

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks