Sì alla lista Formigoni. Opposizione in piazza. Siamo al delirio…

Angela Azzaro

L’uscita dal caos liste alla fine è stata la peggiore. In nome della democrazia, cioè la possibilità di far votare la lista Pdl anche nel Lazio e nella Lombardia, Silvio Berlusconi ha dato l’ennesimo duro colpo alle regole che proprio quella democrazia dovrebbero garantire. Il Consiglio dei ministri convocato venerdì sera per risolvere la questione  ha varato, nonostante il no dell’opposizione e di gran parte del Paese, un decreto legge in quattro punti che leva le castagne dal fuoco ai burocrati del Pdl che avevano sbagliato o erano arrivati in ritardo nel presentare le liste. Dopo il sì del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che aveva posto la condizione che si trattasse di un ddl interpretativo, è arrivato nel pomeriggio di sabato anche il via libera del Tar alla lista Formigoni.

La decisione del Governo ha però scatenato l’ira dell’opposizione che guidata da Antonio Di Pietro il 13 ha deciso di scendere in piazza. Ma ancora una volta la sinistra si presenta allo scontro divisa. Da una parte il leader dell’Italia dei valori che se la prende con Napolitano, dall’altra il capo del Pd Pierluigi Bersani che attaca Berlusconi ma difende l’operato del Quirinale.

Le strade alternative al decreto effettivamente non mancavano. Nell’editoriale di oggi del Corsera, Sergio Romano, ha cercato di dirimere pacatamente la situazione. Secondo Romano sarebbe grave che il maggior partito del Paese venisse escluso della competizione elettorale e chiede sia al Pdl che all’opposizione un atto di responsabilità: il Popolo delle libertà deve smettere di fare la vittima e deve ammettere di aver sbagliato, l’opposizione deve collaborare per uscire da questa situazione che impedirebbe a molti cittadini di non votare. Ma, spiega Romano, questo non vuol dire approvare un decreto che verrebbe vissuto come un ennesimo atto contro la democrazia.

Giustissimo l’invito al dialogo. Ma ci chiediamo se il Pdl avrebbe usato la stessa attenzione alla “democrazia” se gli errori nella presentazione delle liste le avesse compiute l’attuale opposizione. Le sorprese sono sempre possibili, ma temiamo fortemente che non avrebbero avuto la stessa accortezza.

Sul fronte delle contraddizioni, si potrebbe solo segnalare che mentre i capi Pdl urlano contro la burocrazia che uccide la democrazia (e in parte hanno pure ragione), la stessa burocrazia da loro inventata ha creato un assurdo per i migranti. Chi chiede, con regolare contratto di lavoro, di entrare a far parte della sanatoria voluta dal governo, rischia di essere rimandato a casa. Il motivo? E’ stato clandestino. Ma allora perché dovrebbe chiedere di partecipare alla sanatoria? Ma per favore.

Torniamo al caos liste che appare sempre più come un caos del Pdl. Il Partito del Popolo delle libertà è arrivato al capolinea come abbiamo titolato anche sul Fondo?

I giornali di giovedì hanno affrontato questo quesito con diversi articoli, alcuni dei quali riprendevano l’editoriale pubblicato mercoledì dal Corsera di Ernesto Galli della Loggia. Il politologo non la ha mandata dire a nessuno. Il Pdl secondo lui è un partito che non esiste. Da qui la difesa. Molto debole quella di Alessandro Campi su Il Secolo. Debole perché ha dovuto ammettere che, come detto anche da Fini, molte cose non vanno. Molto più incisiva la presa di posizione di Marcello Veneziani che sul Giornale se la prendeva con chi scambia l’incapacità di presentare le liste con la crisi profonda di una forza politica.

Ma è davvero così? Si tratta solo di incapacità? Non si tratta di propendere per la teoria del complotto, ma di capire quanto e come possa resistere un partito la cui anima è divisa nettamente in due. Riprendiamo i giornali in mano. Il quotidiano di Feltri pur ospitando l’articolo giustificazionista di Veneziani, sferra un duro attacco ai finiani e a Fini. Con un articolo che parte della prima pagina a firma Paolo Francia, si spiegano i motivi per cui Fini sarebbe allergico a Berlusconi. Il problema è quello della leadership, tanto agognata dall’attuale presidente della Camera, ma che Berlusconi non è disposto a cedere. Per confermare questa tesi, Il Giornale pubblica anche un altro articolo che racconta quelli che sarebbero tutti gli errori compiuti in questi anni da Fini.

Su Repubblica, un’altra conferma all’alta tensione che si respira nel Pdl. Si racconta infatti di un Berlusconi molto incazzato nei confronti di Fini e dei suoi uomini. Un capo del governo non più disposto a mediare e che aspetterebbe il dopo elezioni per andare alla resa dei conti.

Il caos delle liste rischia davvero di diventare un terremoto politico dall’esito ancora imprevedibile e non arginabile con un decreto legge. La furbata di ovviare così agli errori commessi non basta a sanare le ferite profonde che hanno determinato quell’errore, né a sanare le differenze politiche tra gli ex di Forza Italia e gli ex di An (o almeno una parte di loro). Tempo fa un sondaggio dava Fini al 6 per cento, qualora si presentasse da solo. Oggi davanti a questo ulteriore scontro viene da chiedersi non come fa Fini a resistere, ma perché debba restare lì a sostenere un progetto politico che a parole smentisce ogni volta che può. Se l’obiettivo (nobile) è quello di costruire una destra moderna e onesta, perché non riconoscere che il Pdl ha fallito e che Fini e Berlusconi esprimono due posizioni diverse e spesso antitetiche?

In questi mesi di estenuante tira e molla tra il presidente del Governo, Silvio Berlusconi, e il presidente della Camera Gianfranco Fini, tutto si poteva immaginare ma non che la resa finale avvenisse dentro le stanze di un tribunale.

Invece, come tutte le coppie che si rispettino, Berlusconi e Fini non hanno voluto tradire il copione cinematografico di Kramer contro Kramer e la separazione di fatto, anche se ancora non ufficializzata, è avvenuta come si conviene: là dove la legge governa anche i processi politici. Ma questa volta la vittima non è stata Berlusconi, ma Fini, proprio lui che in nome della legalità aveva giocato più di un brutto sgambetto al suo alleato avversario.

Dopo l’ennesima beffa che ha visto annullare dal tribunale anche la lista e il listino collegati a Renata Polverini – per mancanza di firma il primo, per somiglianza con il simbolo di Fabio Polverini il secondo – Fini non ha più potuto resistere ed è sbottato. «Il Pdl così come è non mi piace», ha detto il presidente della Camera. Ma più che un grido per annunciare l’ultima battaglia sembra l’urlo di disperazione di chi ha davanti poche chance: restare o mollare? Perché la terza via, che pure veniva suggerita ai giornali in questi giorni dai suoi fedelissimi, quella di conquistare la leadership del partito, oggi sembra una velleità dai tratti più comici che tragici.

Errare umanum est, perseverare diabolicum… Insomma se dopo l’annullamento della lista Pdl nel Lazio, si poteva ancora credere che si trattasse solo di un errore, oggi la ripetizione dell’errore fa trapelare lo zampino del diavolo. Ma non si tratta tanto e solo di un complotto ordito ai danni di Polverini, ma dell’esito di un partito allo sfascio, diviso tra due opposte fazioni che da mesi e mesi si fanno una guerra sotterranea. Era quindi solo una pia illusione credere, come evidentemente aveva fatto la candidata presidente del Lazio, che si potesse raggiungere una tregua in vista dell’appuntamento elettorale. I fatti parlano al contrario di una guerra che non ha mai smesso di essere combattuta e che ha logorato fino all’estremo le forze del Pdl, rendendolo incapace di affrontare anche le questioni formali.

Oggi, quando sul campo di battaglia resta la candidata governatrice, le parole più vere appaiono quelle di Umberto Bossi, che a Roma ladrona non ha certo mandato a dirglielo: «Sono dilettanti allo sbaraglio». Mentre appaiono perlomeno ipocriti i manifesti del Popolo delle libertà apparsi per le strade di Roma con su scritto: «Non ti vogliono far votare, fatti sentire».

Polverini così facendo non solo rischia di rendersi ridicola, ma non capisce come la maggiore minaccia non arrivi dagli avversari (del resto anche loro divisi e poco abili nel sostenere la loro candidata Emma Bonino) ma dall’interno del suo partito. Ma non capire questa cosa non è di poco conto, non solo perché la espone a nuovi rischi ma perché parla di una leader politica che si sta rivelando meno abile e meno capace di quello che appariva all’inizio.

Quer pasticciaccio brutto delle liste Pdl

 

Una volta tanto l’articolo più duro lo scrive Il Giornale. Il vicedirettore Alessandro Sallusti, riferendosi a quello che i quotidiani hanno definito unanimamente “quer brutto pasticciaccio” delle liste non presentate in tempo dal Pdl romano, racconta di un partito spaccato. Quelli del Pdl, scrive Sallusti, vanno in giro sempre in due come i carabinieri: uno scrive e l’altro legge. O meglio, fuor di metafora, uno cura gli interessi di Forza Italia, il secondo di Alleanza nazionale. Ma in questa spartizione e gioco di parti, sabato qualcosa deve non avere funzionato se il funzionario del Pdl (di derivazione forzaitaliota) Alfredo Milioni a un quarto d’ora dalla scadenza per la presentazione delle liste è andato “a magna’ quarcosa”.

In un intervista esilarante rilasciata al giornalista del Corriere della sera Fabrizio Roncone, di quelli specializzati a tirare fuori il peggio dai politici italiani di destra e di sinistra, in realtà non chiarisce se è andato a “magna’ quarcosa”. Prima afferma, poi smentisce. E alla fine della lunga intervista non si ha nessuna certezza, ma si ha un forte dubbio: il dubbio che il signor Milioni dovesse combinare qualcosa con la lista dei nomi. Fuori uno, dentro un altro. Ma il tempo non è bastato. E allora: fuori tutti.

Repubblica racconta che il signor Milioni non è nuovo a questo tipo d’imprese. Nel ’96, in occasione delle elezioni comunali di Roma, sparì con il faldone delle firme. In quel caso voleva vendicarsi della mancata candidatura alla presidenza del XIX municipio, ma la mattina della scadenza per la presentazione delle liste e relative firme fece ritrovare il malloppo. Oggi, pur avendo coronato il suo sogno di diventare presidente dello stesso municipio romano, non ha smesso di combinare casini.

Ma al di là del personaggio, che in fondo suscita anche un po’ di simpatia, non si può certo ridurre tutto a un problema di recidività. Dietro la mancata presentazione delle liste c’è molto di più. C’è un partito alla sbando, diviso tra opposte e forse inconciliabili anime, e – come scritto anche nel corsivo pubblicato ieri dal Fondo – c’è la volontà di boicottare Renata Polverini, che sarebbe quella più penalizzata se non si riuscisse a ovviare al danno combinato da Milioni.

Silvio Berlusconi, davanti al pasticciaccio, non ha perso occasione di attaccare quelli di An,  quelli di An non hanno perso tempo a prendersela con gli ex di Forza Italia. Un problema che sta diventando sempre più macroscopico e penalizzante se oggi la vignetta di Giannelli, sulla prima pagina del Corsera, tratteggiava un Fini perplesso e intento a commentare tra sé e sé: «Quando Berlusconi non parla, non so come contraddirlo».

Oggi però per il Pdl il problema principale è quello di salvare la faccia e di vedere riammesse le proprie liste anche nel Lazio. Le strade da percorre sono diverse: un nuovo ricorso alla Corte d’Appello e poi al Consiglio di Stato. Poi c’è la strada più politica dell’intervento del Capo dello stato, a cui ieri si sono appellati Polverini e il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. I due interessati hanno anche fatto trapelare che la loro richiesta di intervento rivolta al Colle, sia stata concordata con lo stesso Napolitano. C’è anche un terza via, questa sì scandalosa, di un decreto legge che risolva il problema. Ma questa strada avrebbe tutto il sapore di una truffa e dell’ennesimo calcio nei fondelli al sistema democratico.

Ma proprio la democrazia chiede che il cittadino venga messo nelle condizioni di scegliere. Sarebbe quindi auspicabile che si trovi una strada legittima per riammettere le liste. Emma Bonino sbaglia quindi quando dà ragione alla burocrazia e non spende parole a favore delle liste avversarie. Ma ha anche ragione su diversi aspetti. Il cittadino italiano se si trova nella stessa situazione difficilmente può trovare una via d’uscita. Se salta un termine, sono guai, e chiunque di noi può raccontare casi e casi in cui è finito nella maglie della burocrazia. I nostri politici, spesso causa di quella burocrazia, non possono chiedere per se stessi la clemenza che non concedono ai loro concittadini. Ma anche questa obiezione potrebbe essere superata, ricordando che il voto, ancora prima che premiare qualcuno, è un atto democratico e che non riammettendo le liste si penalizzerebbero proprio quei cittadini a cui ci si appellava qui sopra.

Ma l’obiezione più forte posta, in queste ore, dai Radicali, riguarda in particolare la Lombardia e l’Umbria. In queste regioni non state ammesse le liste dei radicali. I giorni scorsi Bonino aveva scioperato proprio per denunciare la macchinosa raccolta firme che avrebbe impedito alla sua lista di essere presente ovunque. Bonino non solo non è stata ascoltata, ma è stata addirittura sbeffeggiata. E oggi nessuno si scandalizza che i Radicali restino fuori in una regione importante come la Lombardia dove il candidato governato del Pdl si ripresenta per la quarta volta (la legge parla di due volte). Insomma l’illegalità, come denunciato da Bonino, esiste ma nessuno se ne preoccupa.

Il pasticciaccio romano diventi allora occasione per ripensare tutto e per chiedere sia la riammissione delle liste Pdl nel Lazio, ma anche quelle radicali là dove sono state escluse. Solo così Polverini e i suoi risulteranno credibili quando parlano di democrazia.

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