Nazifemminismo. Dal focolare al panzerfaust

Luca Leonello Rimbotti

Angeli del focolare, spose e madri esemplari…ma sì, la donna tedesca, durante il Terzo Reich, non fu che la riedizione di antichi sistemi di oppressione del “sesso debole”, anzi, magari anche peggio…Questa la vulgata. Poi si guardano più da vicino le cose, e tutto cambia. Intendiamoci: che l’ideologia fascista e quella nazionalsocialista abbiano veicolato anche un grossolano maschilismo, ereditato da secolari culture precedenti, è innegabile. Che l’emancipazione ideologica dal vecchio sistema liberale faticasse a far emergere una valutazione alternativa della donna è altrettanto vero: un modello millenario – cioè quello biblico dell’assoggettamento della donna all’uomo – pesava ancora troppo sui sistemi sociali europei.

Eppure, neanche la rivoluzione bolscevica aveva sbloccato la situazione: la donna sovietica in fondo era solo un altro tipo di maschio, istigata a rinnegare la propria femminilità per diventare un rude e asessuato strumento della lotta di classe. Quanto al Terzo Reich, più ancora che nel Fascismo italiano si colgono, a ben guardare, dei risvolti che con la “sposa e madre esemplare” di certa propaganda hanno poco a che vedere. Se si esce dai rimasticamenti e si entra nell’analisi storica, si vede che la donna nazionalsocialista portava davvero i caratteri di una rivoluzionaria riconquista della propria natura e del proprio ruolo sociale, sconosciuta tanto al liberalismo puritano, quanto al comunismo sessuofobo.

Gli storici hanno talvolta rimarcato che, ad uno sguardo serio sui fatti, si nota che la donna tedesca conobbe durante il Regime nazionalsocialista un processo di emancipazione sociale parallelo alla celebrazione pagana della donna eroica, dinamica, non relegata tra le mura domestiche, ma proiettata verso la conquista piena del proprio ruolo e della propria specificità. Si tendeva a considerare quello femminile un rango d’onore sociale insostituibile, fatto di diritti e di doveri omologhi a quelli maschili, ma rivendicati come propri ed esclusivi. La studiosa Claudia Koonz, qualche anno fa, rivelò la sua sorpresa allorché, dovendosi occupare del ruolo della donna sotto il Terzo Reich, scoprì che questo non corrispondeva affatto all’immagine comune di sudditanza e relegazione nell’ambito familiare, ma si presentava come una vera e propria rivendicazione storica della femminilità, da punto di vista sociale e politico. E anche sessuale, dato che in molti casi la giovane donna venne liberata dai moralismi di un tempo, legati al matrimonio o alla verginità.

Il Nazionalsocialismo non parlava, come oggi si fa, di “quote rosa”, come se la donna fosse una specie minorata da proteggere per legge. Più semplicemente, istituì addirittura un Frauenministerium, un Ministero delle donne, a capo del quale fu posta la Führerin Gertrud Scholtz-Klink. Secondo il principio nazionalsocialista dell’autogoverno – del tipo “i giovani comandano i giovani”…- le donne furono messe nella condizione di comandare a se stesse, dotandosi di strutture proprie di aggregazione, di lavoro, di volontariato, di militanza. La Koonz non ha esitato a confessare il suo stupore quando, passando dai “si dice” ai fatti, si trovò davanti ad una realtà storica per molti versi imprevista: «Durante i miei studi sul ruolo della donna nel nazionalsocialismo soprattutto un paradosso mi aveva avvinto: nella Germania nazista le donne avevano avuto l’opportunità di costruire la più grande organizzazione femminile della storia, e questo con la benedizione del Partito nazista, del tutto maschilista e sciovinista. Era la realizzazione, sotto forma di un incubo, dei sogni di molte femministe del XIX secolo».

Un’organizzazione propria, comandata da sole donne, significava dare a tutte – soprattutto ai milioni di donne normali – la possibilità di veder riconosciuto il loro ruolo sociale. Se l’emancipazione femminile liberale ha permesso soltanto a poche eccezioni, le “donne in carriera”, di incrinare l’egemonia maschile, le donne nazionalsocialiste volevano molto di più: volevano l’emancipazione e la mobilitazione di tutte le donne, comprese quelle semplici del popolo, quelle mai affacciatesi oltre le mura di casa, e alle quali mai nessun regime precedente aveva dato la possibilità di misurarsi con la realtà esterna. «Non abbiamo mai avuto interferenze maschili – ha affermato la Scholtz-Klink – potevamo fare ciò che volevamo». E così, prima e dopo il 1933, nacquero per le donne inedite possibilità di lavoro, di attività per i poveri e di soccorso sociale, nuove occasioni di conoscere la società e di muoversi liberamente in essa, attraverso forme di attivismo e di volontariato, fino all’istituzione di un anno di lavoro per le giovani e alla militanza politica: le donne scendevano in strada insieme agli uomini, sfilavano, tenevano riunioni politiche con o senza uomini. È noto il fatto che Hitler andò al potere soprattutto grazie al voto femminile e che trovò sostegno, sin dagli esordi, proprio nelle donne: «Senza l’aiuto delle donne – confessò un giorno il Führer – quando uscii di prigione non avrei potuto riorganizzare il partito».

E tuttavia, pur entrando in massa nel Partito, dopo la presa del potere le donne nazionalsocialiste non si inserirono nei ranghi esistenti, ma crearono una propria gerarchia. Questo permise all’elemento femminile di non entrare in competizione con la preponderante presenza maschile, ma di combattere la propria battaglia di emancipazione con strutture proprie, spesso in parallelo, ma altrettanto spesso in alternativa alle strutture maschili. Ad esempio, la potente Frauenwerk, l’organizzazione femminile del lavoro, godendo di notevole autonomia, pensava solo a difendere gli interessi delle donne: posti di lavoro, carriera, assistenza sociale, sostegno alle famiglie in difficoltà…cose concrete, poca propaganda, molti fatti: «Le donne del Frauenwerk non si sarebbero mai limitate a fare tappezzeria: intendevano conseguire risultati importanti per tutto il popolo. Anziché eseguire i desideri degli uomini, esse avrebbero adempiuto alla loro missione con una notevole autonomia e tenendo presenti gli interessi specifici delle donne».

Insomma, se da un lato l’ideologia veicolava l’immagine della donna tedesca custode della stirpe, madre di una schiera di figli sani e rubizzi, sacrario tradizionale della genealogia, dall’altro il dinamismo nazionalsocialista e la sua modernità permisero alle donne una vera fuoriuscita in massa dalla mentalità conservatrice precedente, mettendo l’elemento femminile in un ruolo di protagonismo sociale. Dal Partito nazionalsocialista, si arrivava persino ad incoraggiare le ragazze della BDM (organizzazione di massa femminile) a intraprendere una vera “contestazione” dell’antiquata mentalità borghese dei genitori, avviando processi di socializzazione e di responsabilizzazione mai visti prima.

Vecchi pregiudizi vennero ben presto superati: dai campus paramilitari tra ragazzi e ragazze della Hitlerjugend, con campeggi, sport, gare di tiro e vita promiscua (che attirò scandalizzati commenti borghesi specialmente nelle cattoliche Baviera e Austria), sino agli anni di guerra, che videro le donne tedesche sostituire gli uomini in fabbrica, negli uffici, nei servizi pubblici, poi nell’antiaerea e alla fine anche in trincea, quando si trovarono migliaia di donne e di ragazze cui non tremò il cuore nell’impugnare il panzerfaust davanti ai carri armati sovietici. Similmente a quanto accadde in Italia con il Fascismo, ma in misura più radicale, si ebbe allora in Germania un vero rovesciamento dei presupposti di partenza, per cui la donna, a cui inizialmente era stato assegnato solo il compito naturale della maternità e quello di regina del nucleo familiare, si trovò in breve tempo a dare dei punti anche agli uomini.

Una delle prime donne nazionalsocialiste, Franziska von Proembsky, nel 1923 scrisse che «talvolta ci sono oggi uomini con complessi d’inferiorità, che scelgono volentieri una donna alla quale si sentono superiori. Ma uomini del Nord ancora oggi pensano esattamente come quei Germani che pretendevano una donna per la quale poter avere il sano rispetto dovuto alla sua assoluta capacità d’imporsi». Ed ecco qua una “rivoluzione sessuale” in chiave tradizionale. La donna moderna come specchio di quella arcaica: dolce e sensibile, ma anche nobile, fiera e, quando occorre, coraggiosa.

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