Ignazio F. Semmelweis nelle parole di Céline

Romano Guatta Caldini

Alba e tramonto,  vita e morte, tutto scorre in un infinito susseguirsi del tempo: la natura, nella sua semplicità, si auto-regolamenta, ha i suoi tempi, i suoi codici, ha un suo equilibrio prestabilito che  solo l’uomo – nella sua stoltezza – può incrinare. Questo, Ignazio Filippo Semmelweis lo aveva – a sue spese – compreso perfettamente: il medico ungherese, infatti, interessandosi maniacalmente della febbre puerperale che colpiva le partorienti, capì che l’alta percentuale dei decessi, fra le sue pazienti, era dovuta ad una totale assenza di norme igienico-sanitarie. In breve,  i medici che aiutavano le donne a partorire, dopo la consuetudinaria ed accademica dissezione dei cadaveri, non erano soliti lavarsi le mani. Così facendo, le donne venivano esposte ad un altissimo rischio infettivo e, conseguentemente, ad una fine atroce.

Nei padiglioni in cui operava Semmelweis, la vita e la morte, fatalmente, collimavano; uno spettacolo straziante quello a cui era sottoposto quotidianamente il medico: urla, rantoli, bestemmie e preghiere, un coro unanime che, nel vano tentativo d’innalzarsi al cielo, andava inevitabilmente a schiantarsi contro le inferriate delle finestre ospedaliere. Come le urla  di dolore delle partorienti, anche  Semmelweis si schianterà; non contro le vetrate dei padiglioni, ma bensì, contro l’ipocrisia dei colleghi.

Infatti, nella Vienna della prima metà dell’ottocento, all’interno del mondo scientifico, Semmelweis è stato un irregolare, un incompreso, le sue tesi risultarono troppo geniali per i contemporanei, legati – com’erano –  ai loro dogmi idioti e alle loro verità incontrovertibili. E forse, proprio per queste sue peculiarità, per questo suo essere fuori e al di là del sistema, Semmelweis attirò l’attenzione di un altro irregolare, un giovane laureando in medicina: Louis-Ferdinand Céline. La tesi di laurea di quest’ultimo, infatti, verteva proprio su Semmelweis e sugli studi del medico ungherese inerenti la febbre puerperale. In seguito, traendo spunto dalla propria tesi e ri-elaborandone in chiave romanzata il contenuto, Céline darà alle stampe Il Dottor Semmelweis.

Redigendo la prefazione all’opera, Céline ci ricorda quanto sia tristemente attuale l’ottusità della gente e quasi anticipando le grida di rabbia di Massimo Morsello, nella  sua “Buon Anno Professore” (Dedicata al Prof. Luigi Di Bella) Céline scrive: «Ecco la terribile storia di Ignazio Filippo Semmelweis. Essa ci mostra il pericolo di voler troppo bene agli uomini. (…) Supponiamo che oggi, allo stesso modo, venga un altro innocente che si metta a guarire il cancro. Manco s’immagina che genere di musica gli farebbero subito ballare! Sarebbe veramente fenomenale! Ah! meglio che prenda doppie misure di prudenza! Ah! Meglio che sia avvertito. Che se ne stia maledettamente bene in guardia!». Rancori, interessi di casta, arrivismo, invidie, tutte le peggiori bassezze, di cui è capace il genere umano, si coalizzarono contro  Semmelweis e la sua scoperta. La disinfezione delle mani, prima di operare le partorienti, era, per tutti, una pratica inutile, l’inutile vezzo di un medico fin troppo strano che, ad ogni costo, anche attraverso il boicottaggio, andava fermato.

Semmelweis –  nonostante l’apparente semplicità della sua scoperta –   è stato sicuramente un genio, un  precursore, un rivoluzionario, e come tutti gli uomini che riescono a rompere il muro della banalità quotidiana che li circonda, anche il medico ungherese dovette percorrere il suo cammino in solitaria, o quasi.  Gli unici che si dimostrarono favorevoli alla cura antisepsi e, quindi,  alle intuizioni di Semmelweis, furono Skoda e Rokitansy, i suoi ex docenti universitari, i suoi maestri. I due vecchi luminari, più volte, cercarono di consigliare il loro protetto, sostenendolo in ogni modo e  difendendolo contro tutti, solo che, gli slanci impetuosi di Semmelweis, come la forza della sua verità, erano troppo violenti rispetto alla moderazione accademica dei suoi protettori. Scrive Céline: «Skoda sapeva maneggiare gli uomini, Semmelweis voleva spezzarli. Volle sfondare tutte le porte ribelli, vi si ferì crudelmente. Si sarebbero aperte soltanto dopo la sua morte. »

Una fine assurda, un grido  contro l’idiozia è stata la morte di Semmelweis che, allontanato dall’ospedale in cui operava, si trovò a vivere come un accattone, con un sussidio minimo e, cosa ancor peggiore, conscio di aver ragione. Infatti, prima di essere destituito, Semmelweis notò che nei padiglioni in cui i medici si sottoponevano alla disinfezione delle mani, attraverso l’immersione delle stesse nella soluzione di cloruro di calcio, il tasso di mortalità, fra le partorienti, crollava in modo inarrestabile.

Spesso, il peso della verità è insostenibile, questo è stato  il caso di Semmelweis che si fece carico della morte di migliaia di giovani donne, come dell’altrui idiozia. Dopo un apparente periodo di quiete, infatti, Semmelweis venne colto da improvvise crisi nervose,  a cui nessuno riuscì a porvi rimedio. Una corsa sfrenata verso la Follia, questa,  verso il baratro, fino a quando, un giorno: «verso le due lo videro che si precipitava per le strade, braccato dalla muta dei suoi nemici fittizi. Urlando, con i vestiti scomposti, giunse agli anfiteatri della facoltà». Qui, Semmelweis, ormai in preda all’ira, si scagliò contro un cadavere pronto per una dissezione dimostrativa; brandendo uno scalpello, in una sorta di mattanza tutta personale, infierendo sugli intestini del corpo inerte e ormai in putrefazione,  Semmelweis, con un gesto più brusco degli altri, si ferì, infettandosi mortalmente.

Per uno scherzo del destino, o forse, per affinità elettive, negli stessi anni in cui Céline scriveva Il Dottor Semmelweis, un altro medico, anch’egli scrittore e futuro proscritto, si occupava delle puerpere e delle loro condizioni disperate; scriveva Gottfried Benn, in “Sala delle partorienti” : «Le più povere donne di Berlino  – tredici figli in una stanza e mezzo,  reiette, carcerate, prostitute (…) Per questo piccolo pezzo di carne  passerà tutto: affanno e gioia. Se poi morrà nel rantolo e nel dolore  ce n’è altri dodici in questa sala».

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