Grande Fratello. Sicuri che sia da buttare?

miro renzaglia

L’articolo che segue è stato pubblicato sul Secolo d’Italia di martedì 9 marzo e ripreso da Radio 3 per il programma “Taglio di Terza”.

La redazione

CHI HA PAURA DEI REALITY?

Miro Renzaglia

La fine, lunedì 8 marzo, della decima edizione del Grande Fratello ci induce a riflettere se sia il caso di arrenderci al suo evidente successo oppure fare come nel romanzo dell’argentino Sergio Bizzio Reality (Edizioni e/o, 2010, pp. 149, euro 16) in cui un commando di terroristi dà l’assalto alla scena.

Ma prima, facciamo un passo indietro. Probabilmente, ha ragione Pierluigi Battista quando nel suo saggio, I conformisti (Rizzoli, 2010), polemizza con la sinistra che usa l’allegoria del “Grande Fratello” come riflesso di un presente stato di controllo e direzione dei gusti per via mediatica. In realtà – gli ricorda l’Autore – l’allegoria fu creata da George Orwell, nel suo romanzo 1984, per accusare un altro potere: quello stalinismo che la sinistra dichiara aver superato ma che ad occhi attenti appare piuttosto una rimozione di bella, ancorché poco convincente, maniera. Basta osservare la spocchiosità intellettuale che da quelle bande dure e pure riservano a fenomeni mediatici di massa, primi fra tutti quei format che contemplano modalità residuali di consenso e democrazia partecipata attraverso il televoto. Intendiamoci: un surrogato resta un surrogato, ed il televoto tale è, anche se di successo. Ma non è forse un fenomeno sul quale vale la pena soffermarci criticamente e cercare di capirlo, piuttosto che censurarlo dall’alto di non si sa bene quale superiore integrità morale ed intellettuale? Sono proprio completamente rincoglioniti quegli italiani che, fra i 6 e i 10 milioni a puntata, assistono e partecipano parteggiando e coinvolgendosi nelle vicende, per esempio, della madre di tutti i reality, che prende titolo appunto di Grande Fratello?

Il meccanismo del format è ultranoto e non conviene perdere tempo a riferirlo. Qualcuno lo ha paragonato alle tragedie greche, qualcun altro alle commedie di costume che tanto piacciono allo spettatore italico. A me non pare nemmeno fuorviante un riferimento al mito della caverna platonica, dove la vita virtuale dei partecipanti, attori e spettatori, è solo il riflesso residuale della loro vita reale. Solo che sotto l’occhio della telecamera, non si sa mai dove finisce la recita virtuale e dove comincia l’autenticità dei personaggi in scena.  Infatti, chi partecipa al Grande Fratello è un consumatore vorace di successo, di soldi ma, soprattutto, è un divoratore dell’apparire. Ma chi lo dice che l’apparire sia sempre matematicamente distinguibile dall’essere e che, come produttore di immaginario, sia meno efficace? Millenni di teatralità affermano esattamente il contrario. Prendiamo il caso del vincitore di questa ultima edizione: il “maschilista” Mauro Marin. Che lo sia veramente (maschilista) o ne reciti la parte è difficile stabilire. Certo è che ha liberato l’istinto del maschio represso dal politically correct, riconsegnando all’immaginario collettivo il cliché dell’uomo che non deve chiedere mai. Non si spiega altrimenti il fatto che, puntualmente “nominato” dagli altri partecipanti della “casa”, è sempre stato salvato dal televoto e, dal televoto, significato vincitore.

Un ribelle contro le convenzioni lanciato a cuneo nelle contraddizioni del sistema? E’ un’ipotesi da non scartare, anche perché trova conferma in un altro personaggio: la cubista Veronica. Quella che, di primo acchito, si è offerta facile preda di tutte le fantasie erotiche, della “casa” e no. Putacaso, dopo  aver fatto innamorare un po’ tutti gli uomini del Grande Fratello, ha finito per stringere il patto più forte con un’altra concorrente, Sara. Insieme hanno fatto valere le loro ragioni, fingendo virtualmente (o vivendo realmente?)  un amore saffico.

Ora, qualcuno potrebbe obiettarmi che attribuire a un maschilista e a una lesbica, per di più nel rango di un reality, il ruolo dei ribelli è una caduta di stile. E lo è, se ci atteniamo ai canoni classici in uso per definire quella tipologia (del ribelle). Ma non è detto che il canone classico sia valido a interpretare tutto e tutti una volta per sempre. La settimana scorsa, per esempio, sempre su queste pagine, abbiamo fatto i conti con una nuova definizione di ribelle: si tratta di quella compresa nel saggio collettaneo Il Potere delle minoranze (Mimesis, 2010) curato da Massimo Ilardi. E’ – il suo – un ribelle che non contesta più il consumismo ma converte il consumismo a leva contro le leggi imposte dal mercato. Il sociologo urbano dell’Università di Urbino, pur non affrontando direttamente la questione dei reality, offre una chiave utile per analizzare il potere del consumo e del desiderio ribellistico che da questo può scaturire. E’ una chiave che ho a mia volta contestato ma che fa rientrare di fatto i finalisti dell’ultimo Grande Fratello in questa categoria: ribelli che usano il consumo – del format televisivo e dei loro stessi personaggi –  per costruire immaginario, linguaggio e  simbolica contro gli stereotipi del politicamente corretto.

Il romanzo Reality di Sergio Bizzio, in tal senso, offre ulteriori spunti di riflessione. L’autore argentino – che è anche giornalista, autore televisivo e regista cinematografico –  immagina appunto un attacco terroristico al Grande Fratello del suo Paese. E mette a confronto due mondi: quello dell’audience e quello dell’integralismo musulmano. Non temete: non si tratta di banale propaganda anti-islamica. Il gioco dichiarato fin dall’incipit è un altro: «Se quello che segue verrà letto come un romanzo, allora conviene dire subito che i terroristi entrano nella sede della rete televisiva con un luogo comune: mettendola a ferro e a fuoco». Invece, no: una volta che il commando entra dentro la rete televisiva, la principale del Paese, lo scontro tra i due schieramenti è, sì,  totale, ma totalmente altra è la linea dell’impatto:  «Fu – scrive l’autore – uno scontro tra l’Audience e il Corano. Per i talebani quello che dice il Corano è buono, e quello che il Corano non dice è cattivo. Per i produttori televisivi la faccenda funziona allo stesso modo: quello che fa audience è buono, quello che non fa audience è cattivo». Ad un certo punto, insomma, questi due mondi, che pure sono o dovrebbero essere antitetici, si incontrano. I terroristi iniziano a scrivere i dialoghi dei partecipanti al Grande Fratello portando le persone, ancora dentro la casa, a svelare falsità e meschinità che fino a quel momento erano state opportunamente dosate dai veri sceneggiatori. E i veri sceneggiatori, pur di cavalcare la tigre dell’audience, diventeranno veicolo delle istanze dei terroristi, in una gara fra irriducibili integralismi.

Il romanzo, ancora, forzando la realtà in funzione letteraria ci svela come il confine fra vero e falso, fra attori e spettatori, fra chi consuma chi e da cosa è consumato, in quel gioco di specchi opposti e riflessi che sono i reality, sia assai incerto. Tanto da produrre scarti interpretativi multipli dentro i quali si individuano due possibilità di rilievo diametrale: rifiutare qualsiasi interpretazione e bollare tutto come luogo della decadence borghese, come fanno i nostalgici della presa definitiva del Palazzo d’Inverno o cavalcarne le modalità utili alla rivolta permanente come fanno i cavalieri per l’avanzata dei diritti civili.

Fra questi ultimi possiamo ricordare i protagonisti di due episodi di segno politico (apparentemente) opposto. Il primo,  quando (21 gennaio 2008) i militanti del Coordinamento per il Mutuo Sociale e del movimento delle OSA (Occupazioni a Scopo Abitativo) fecero irruzione nella “casa trasparente” allestita a Ponte Milvio dalla produzione del Grande Fratello,  per protestare contro l’emergenza abitativa, contrapponendo la casa come diritto alla casa immaginaria divorata dalla pubblicità e dal voyeurismo. E il secondo, quando Vladimir Luxuria partecipò, vincendo, all’Isola dei famosi (edizione, 2008), facendo conoscere agli italiani un’identità sessuale su cui pesavano e continuano a pesare  ignoranza e pregiudizio.

Tutto ciò non basta certo a salvarci dalle ore e ore di banalità, piagnistei, amori, tradimenti, coatterie e trivialità varie profuse in diretta o per selezione di riassunto settimanale. Ancor di più: non serve per salvarci dall’illusione che il massimo dell’esercizio democratico possa consistere nella possibilità di far vincere o eliminare qualcuno con il televoto che – lo dicevamo all’inizio – resta un surrogato di una sana democrazia realmente partecipata. Quello che possiamo farne è un uso diverso e antitetico rispetto al progetto che li ha concepiti. Ed è su questa ipotesi che l’analisi va approfondita. Gli storcimenti di naso dei perennemente afflitti dai mali della (post)modernità, invece, non servono a niente.

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