Google condannata. In nome della giustizia?

Matteo Mascia

La sentenza con cui il tribunale di Milano ha condannato i vertici italiani del colosso Google ha fatto rapidamente il giro del mondo. Il Belpaese è stato sbattuto in prima pagina con pesanti accuse: si va dalla promozione delle censura all’attento alla libertà di espressione.

La vicenda è ormai arcinota. I dirigenti del blasonato motore di ricerca sono stati condannati dai magistrati meneghini con l’accusa di aver violato la normativa a tutela della privacy. Un utente di “Google Video” aveva pubblicato un filmato che ritraeva un ragazzo affetto da sindrome di Down che veniva preso a botte da un gruppo di coetanei, gli unici responsabili – secondo i togati –  sarebbero i quadri dell’azienda statunitense.

Una decisione che stride con molti principi del diritto penale. Tanto per fare un esempio, quale sarebbe il locus commissi delicti? Il punto da cui viene inviato il filmato oppure quello in cui stanno fisicamente le informazioni registrate sui server? Lo chiariranno le motivazioni della sentenza, per il momento è sufficiente dire che nessun magistrato italiano può pretendere di avere giurisdizione su un server che sta fisicamente a Mountain View (la cittadina americana che ospita la sede di Google), l’unica eccezione è rappresentata dai reati che hanno a che fare con la pedopornografia, delitti per i quali le ultime riforme hanno concesso una repressione di stampo extraterritoriale. Una scelta, animata indubbiamente da nobilissime motivazioni, che ha comunque scatenato un vivace dibattito in seno alla dottrina penalistica nostrana.

Quella italiana non è però l’unica disavventura per Google. Anni fa ci pensarono i giudici di Ankara a far vedere i sorci verdi ai vertici del browser. I sostenitori di una squadra greca “postarono” su YouTube (sito di cui Google è proprietaria dal 2006) un filmato in cui si canzonava il padre della patria Mustafa Kemal Ataturk comportamento sanzionato penalmente in Turchia. Risultato: Google si rifiutò di rimuovere il video incriminato e per due anni gli internauti d’Anatolia non poterono accedere al network se non tramite sotterfugi degni di hacker provetti.

La sentenza italiana rappresenta un pericoloso precedente. Oggi si viene condannati per non essere stati in grado di controllare il flusso di informazioni in transito sui propri server, domani si potrebbe andare incontro a delle sanzioni per ciò che si scrive sul proprio blog. Evenienza poco auspicabile che potrebbe essere favorita qualora un disegno di legge  che prevede la “registrazione” dei diari virtuali dovesse essere approvato. Norme espressione di politiche securitarie esasperate che comunque sarebbero vigenti solo entro i confini nazionali. Gli utenti di WordPress o Blogger potranno quindi dormire sogni tranquilli.

Analizzano brevemente la legislazione Usa, si scopre che Oltreoceano una vicenda come quella italiana non sarebbe stata possibile. La libertà d’espressione sancita nella costituzione rappresenta un principio inattaccabile che non può essere sacrificato su nessun altare. In passato, a nulla sono valse le levate di scudi delle più varie associazioni per far oscurare i siti a contenuti neonazista o i portali che propagandavano la superiorità di una razza su un’altra. Questo non vuole essere un atto di acritica ammirazione per il sistema a stelle e strisce, la digressione è però utile per capire come potrebbe cambiare internet se dovesse essere sottoposto a lacci e lacciuoli che mal si conciliano con la sua natura.

La rete delle rete è infatti anarchica in nuce e non ammette nessun tipo di controllo. Si deve sicuramente trovare un modo per perseguire i reati ma bisogna sempre tenere a mente che non tutto quello che è virtuale è destinato a diventare reale. La diffamazione in una chat è sicuramente diversa da quella operata dalle colonne di una testata a diffusione nazionale, fare di tutta l’erba un fascio non sarebbe corretto né utile ad evitare che un certo genere di comportamenti si ripetano. Occorrerebbe che siano gli stessi utenti a dettare le regole per un corretto utilizzo della rete, regolamenti che sarebbero più facilmente osservati non essendo visti come un’imposizione. Anche i provider dovranno dare il loro contributo per migliorare l’etichetta cibernetica. Attività che ad onor del vero hanno già intrapreso.

Dalla fine del 2008 Google, Yahoo e Microsoft, solo per citare i più grandi, hanno costituito con le associazioni dei diritti civili la Global Network Initiative, un organismo preposto alla definizione dei principi a cui attenersi sul web per coniugare libertà di espressione e privacy. Una sentenza che spinge alla censura non troverà mai il consenso degli internauti. Sono gli autori del pestaggio a dover essere puniti, non chi fornisce un servizio. Nel caso del reato di molestie telefoniche nessun giudice si è mai sognato di punire il proprietario dell’infrastruttura, a pagare è sempre stato chi sta dall’altra parte delle cornetta.

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