Flaiano, avevi ragione tu

Angela Azzaro

«Il peggio che può capitare a un genio è di essere compreso». Parole e musica di Ennio Flaiano la cui massima fu rispettata in vita. Lo scrittore fu infatti genio poco compreso e ancora meno amato dalla sinistra del suo tempo, quella schierata, che pretendeva comprensibile, e quindi apprezzabile, solo l’intellettuale organico al suo sistema dogmatico-valoriale. E come poteva, quella sinistra comprendere un fedele devoto in assoluto alla «religione della libertà» quale si considerava ed era l’autore abruzzese di cui il 5 marzo di quest’anno ricorre il centenario della morte?

Il mix che Flaiano proponeva sfuggiva alle contrapposizioni ideologiche nette. Nella sua satira – che di scrittore eminentemente satirico stiamo parlando –  e nella sua causticità, possiamo ritrovare le tracce di questa eresia che non  risparmiava niente e nessuno: «Lei è comunista, io aristocratico e tutti e due odiamo il popolo: la differenza è che lei riesce a farlo lavorare». Oppure: «Io comunista? Non posso permettermelo: non ho i mezzi», e quel che forse è ancora peggio: «In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti». Uno così come poteva interessare ai nostri compagni? Uno che si era inventato da sceneggiatore quell’icona del cinema mondiale in cui Alberto Sordi nel film di Fellini, I vitelloni, spernacchia sonoramente i «lavoratori della bassa»? No, è chiaro: uno così la sinistra di allora non lo poteva né comprendere né , tanto ma tanto meno, amare.

Eppure, se può valere a consolarci, nemmeno la destra lo amò granché. Impietoso il ritratto che ne faceva: «Il fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i  loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il fascismo è demagogico ma padronale retorico, xenofobo, odiatore di cultura, spregiatore della libertà e della giustizia oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli “altri” le cause della sua impotenza o sconfitta». Quindi, non apparirà strano se da quelle parti preferivano di gran lunga baloccarsi con gli esoterismi evoliani, piuttosto che con gli esorcismi dissacranti di Flaiano.

In realtà, Flaiano non faceva grandi distinzioni fra destra e sinistra. Anti ideologico com’era, aveva scrutato nel profondo l’animo degli italiani, cogliendone la quint’essenza, al di là delle apparenti divisioni para-ideali: «I secoli hanno lavorato per produrre questo individuo di stanche ambizioni, furbo e volubile, moralista e buon conoscitore del codice, amante dell’ordine e indisciplinato, gendarme e ladro secondo i casi. Nazionalista convinto, vi dice come si doveva vincere l’ultima guerra e a chi si potrebbe dichiarare la prossima. Evade il fisco ma nei cortei patriottici è quello che fiancheggia la bandiera e intima ai passanti: “Giù il cappello!”». Non a caso a lui si deve il motto dell’italiano sempre pronto «a salire sul carro dei vincitori» che, in politica, definisce in assoluto certe nostre perniciose abitudini, che purtroppo – prima o seconda Repubblica che sia – non sono mai passate di moda.

Nato a Pescara il 5 marzo 1910, grazie all’incontro e all’amicizia con Mario Pannunzio, negli anni 30 comincia l’attività giornalistica: mestiere che sarà il filo conduttore di tutta la sua esistenza. Un’esistenza autoriale che lo vedrà impegnato a sperimentare ogni forma di comunicazione: dalla narrativa (sua, la vittoria nella prima edizione del Premio Strega, nel 1947, con il romanzo Tempo di uccidere), al cinema (suoi i soggetti e le sceneggiature dei capolavori felliniani: 8 e mezzo, I Vitelloni, La strada, Lo Sceicco Bianco, Le notti di Cabiria; ma suoi anche Guardie e ladri di Monicelli e Steno con gli stupendi interpreti Totò e Aldo Fabrizi,  Vacanze romane di William Wyler, e almeno un’altra cinquantina di cult cinematografici); al teatro:  La guerra spiegata ai poveri, Un marziano a Roma, La donna nell’armadio, Il caso Papaleo.

Poliedrico com’era, a lui si devono anche valanghe di aforismi, fulminanti e geniali, spesso attribuiti ad altri: «Non posso prendere impegni superiori alle mie debolezze», «Stavo con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole», «Amore? Forse col tempo, conoscendoci peggio», «L’insuccesso mi ha dato alla testa», «Chi rifiuta il sogno, deve masturbarsi con la realtà», «È un cretino illuminato da lampi di imbecillità». Dimostrazioni di quello spirito satirico che, come si diceva, è la nota dominante di tutta la sua produzione.

La satira, come si sa, è spesso associata al giudizio critico di qualunquismo nei confronti di chi la adopera. Ebbene, solo ad osservarli in maniera meno superficiale, quelli che appaiono dei brillanti motti di spirito utili a denunciare e rovesciare vizi e (false) virtù dell’italiano medio e piccolo piccolo, non segnalano per nulla l’orgoglio luciferino del moralista fustigatore in nome e per conto della propria presunta superiore moralità. Il suo scetticismo profondo, invece, si apre ad una pietas che con il qualunquismo non ha niente a che fare: «Tra i dati positivi della mia eredità abruzzese metto anche la tolleranza, la pietà cristiana (nelle campagne un uomo è ancora ‘nu cristiane), la benevolenza dell’umore, la semplicità, la franchezza nelle amicizie; e cioè quel sempre fermarmi alla prima impressione e non cambiare poi il giudizio sulle persone, accettandole come sono, riconoscendo i loro difetti come miei, anzi nei loro difetti i miei».

Chissà perché, fra i tanti timbri di scrittura da lui praticati, non c’è la poesia. Eppure, come ai poeti, anche a lui si addice il dono della profezia. Scriveva in anni non ancora sospetti: «Fra trent’anni vivremo non come vuole il governo ma come vuole la televisione». E qui il discorso prende necessariamente la piega della sua attualità. Né di destra né di sinistra; né afflitto da torcicollo storico, né ammaliato dalle «magnifiche sorti e progressive» (Leopardi); un moralista, non un moralizzatore; geloso custode della propria libertà e indipendenza di giudizio; disorganico a tutto in quanto organico solo alla verità di cui non si pretendeva né possessore né posseduto, anzi: «La verità, caro amico, dal momento che me la imponi, non mi interessa»… Ce ne è abbastanza per associarlo di diritto al club, sempre più esclusivo, degli antitaliani per partito… perso.

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