Ben Harper. Montreal Jazz Festival

Federico Zamboni

Una guida sicura, più che un esploratore. Un musicista che è stato in un milione di posti – le pianure per nulla monotone del blues, le piantagioni assolate del reggae, le periferie sovrappopolate del rock – e che ha imparato a sentirsi a suo agio dappertutto. C’è sempre qualcosa da prendere. C’è sempre qualcosa da dare. Il cuore può battere di felicità o di paura, di gioia o di angoscia, ma l’importante è che batta abbastanza forte da ricordarti che sei vivo. La musica è innanzitutto questo: è il battito del cuore che viene amplificato per renderlo più facile da ascoltare e da riconoscere. È il racconto di chi è tornato. La conferma che in un modo o nell’altro ne è valsa la pena.

Ben Harper è nato e cresciuto a Claremont, una cittadina californiana a trenta miglia da Los Angeles, ma è come se avesse viaggiato moltissimo fin da bambino, muovendosi in lungo e in largo sulle strade della musica popolare americana. I nonni materni avevano creato dal nulla il “Folk Music Center”, che all’origine era ubicato nel retro di un’agenzia immobiliare ed era solo una minuscola bottega artigianale per piccoli lavori di liuteria, ma che in seguito si era trasferito in uno spazio più grande e, a poco a poco, si era conquistato una solida fama come laboratorio specializzato e aveva accumulato una tale quantità di strumenti da diventare una sorta di museo. I genitori, la bianca Ellen Chase e il nero Leonard Harper, erano entrambi musicisti: lei suonava la chitarra, lui le percussioni. Ben si era ritrovato immerso nella musica ancora prima di nascere. Come racconta sua madre, «Ero incinta di circa otto mesi e stavo dando lezioni ad alcuni allievi. Suonavo con la chitarra a tracolla ed evidentemente le vibrazioni gli arrivavano, così lui iniziava a scalciare: la chitarra rimbalzava e gli studenti ridevano». Il seguito era stato altrettanto naturale. I bambini ascoltano gli adulti che parlano e imparano senza nemmeno rendersene conto. Ben era circondato da persone che suonavano e che cantavano. I ritmi come le forme geometriche degli oggetti. Le note come i colori. Una miriade di combinazioni diverse a partire da pochi elementi di base. Un’infinità di sfumature da osservare meravigliati, in attesa di provare a riprodurle. E di meravigliarsi di nuovo, vedendo la facilità con cui ci si riesce.

L’anomalia di Ben Harper è cominciata così, da questa mancanza pressoché assoluta di barriere precostituite tra un genere e un altro. Avere delle preferenze è naturale. Avere dei pregiudizi è sciocco. Non è una gara a eliminazione, in cui alla fine c’è posto solo per un singolo vincitore. E non è nemmeno uno scontro fra generazioni successive, ciascuna col suo gergo e coi suoi riti. Lo diventa se gli adulti pretendono di imporre la propria identità come se fosse l’unica possibile. E se i ragazzi reagiscono in maniera uguale e contraria, illudendosi che in uno qualsiasi dei loro capricci ci sia più energia e autenticità e valore che in qualunque eredità del passato.

«Ricordo quando a scuola io provavo a far conoscere Robert Johnson (leggendario chitarrista blues degli anni Trenta – Ndr) a qualche mio amico e loro si limitavano a ridere. Mi dicevano cose del tipo “Che cavolo è questo?”. Era strano perché per me, ad esempio, Mississippi John Hurt era sempre stato una pop star. Non vedevo nessuna linea di demarcazione tra John Hurt e i Bee Gees, tranne il fatto che i Bee Gees passavano per radio. Bee Gees, John Hurt e Clash per me erano tutti solo e unicamente una cosa: musica. Willie Dixon ha scritto Little Red Rooster, che fu il primo hit dei Led Zeppelin. Per me non c’era nulla di misterioso».

httpv://www.youtube.com/watch?v=9PXke7vF2Uc
(Ben Harper, Why Must You Always Dress in Black / Red House)

L’anomalia è rimasta. Facilitando alcune cose e complicandone altre. La serenità del ragazzo che ascoltava di tutto è diventata la poliedricità di un artista che sfugge a qualsiasi etichetta. Sull’arco dei quindici anni che sono trascorsi dall’esordio di Welcome to the Cruel World, primo album per una major dopo il prologo di Pleasure and Pain, Ben Harper ha spaziato in molti filoni diversi, dimostrando di possedere  sincerità e talento. E un’ammirevole integrità. Allo stesso tempo, però, non è mai arrivato a qualcosa di completamente autonomo e di davvero innovativo. Come ha scritto Riccardo Bertoncelli, recensendo There Will Be a Light, apparso nel 2004 come sesto album di studio all’interno di una carriera che aveva ormai completato il suo primo decennio, «Harper è un personaggio affascinante, con i suoi modi aggraziati e il calore di canzoni che vogliono avere radici lunghe nella terra dell’american music. Non è mai uscito dall’apprendistato, però, non ha mai fatto vera sintesi delle tante musiche che lo affascinano, aggiornando quel discorso con una sua cifra originale».

La prima vera rivoluzione, si fa per dire, è sopravvenuta solo l’anno scorso. Harper ha cambiato band, interrompendo il lungo sodalizio con i The Innocent Criminals e dando inizio al nuovo corso coi Relentless 7, e ha virato su una rotta decisamente più rock, che nonostante la sua conclamata passione per i Led Zeppelin (e non solo per loro) era rimasta sullo sfondo. Il risultato del mutamento di direzione è stato un lavoro buono, ma non certo eccellente, come White Lies For Dark Times, ed è abbastanza strano che a distanza di appena undici mesi il contenuto dell’album venga riproposto in questo live registrato il 12 luglio 2009 al Festival Jazz (Jazz?) di Montreal. Tolto un paio di cover, Red House di Jimi Hendrix e Under Pressure dei Queen (cui andrebbe aggiunta Good Times, Bad Times degli stessi Zeppelin, che però non si trova nel cd ma solo nel formato digitale per il download), e tolto un altro paio di recuperi dal passato, il resto è nulla di più che l’esecuzione dal vivo delle varie Shimmer & Shine e Lay There & Hate Me e Up To You Now.

Esclusi i fan più accaniti, insomma, c’è da chiedersi a chi possa interessare. E infatti, guarda caso, il disco esce a prezzo normale anche nell’edizione che comprende il dvd del concerto. Al di là della veste editoriale, che è quella classica di un album musicale,  verrebbe quasi da rovesciare i termini della questione e da concludere che è il cd a essere un accessorio del filmato. Nel qual caso, in extremis, l’operazione avrebbe un pizzico di senso, e di dignità, in più.

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