A. Pennacchi. Aspettando “Canale Mussolini”

Giovanni Di Martino

«Non ancora in libreria, ma in corsa per lo Strega», così titolava La Stampa di domenica 21 febbraio, facendo riferimento alle prossime uscite dei romanzi di Antonio Pennacchi, Paolo Sorrentino ed Emanuele Trevi. L’autrice del breve articolo (che sembra veramente scritto in funzione di un buco da riempire al fondo di pagina 33) si chiama Mirella Serri e, tra il serio ed il faceto, spiega un possibile criterio di assegnazione del famoso premio: «anche se la regola dell’alternanza vorrebbe che la Mondadori, dopo anni di vittorie, si facesse da parte lasciando il passo alla Rizzoli o alla Feltrinelli o alla Gems». Bel criterio: da suggerire agli stati maggiori del PD, chi sa che al prossimo giro elettorale non serva tirare fuori l’alternanza per chiedere a Berlusconi di farsi da parte dopo aver governato per così tanti anni. Sicuramente sarebbe una strategia migliore di quelle impiegate fin’ora.

Ma torniamo allo Strega: Pennacchi vincitore sulla fiducia, tipo il premio Nobel ad Obama (con tutto il rispetto… per il primo ovviamente). Anzi no, perché c’è la regola dell’alternanza e quindi Mondadori ceda il passo. Tanto vale premiare la copertina migliore, o anche solo la grafica. Ho scoperto Pennacchi in un’intervista televisiva, nella quale concludeva che gli italiani sono un branco di somari: i giornalisti (in generale e con le dovute eccezioni), vero nuovo clero secolare del capitalismo assoluto odierno, non fanno certo eccezione.

Noi (intendo io, lo staff e l’utenza de Il Fondo, forse per una volta riesco ad essere organico e non in dissidio con tutti), comunque, Canale Mussolini lo aspettiamo veramente e con ansia. Senza porci il problema dello Strega e dell’alternanza, e convinti che il Pennacchi narratore, giocando in casa, risulterà sempre un vincente. Perché, a parte l’estratto pubblicato sul sito dell’Anonima Scrittori, il titolo dell’opera, trasudando fasciopontismo, è indicativo dello sfondo in cui la storia è ambientata.

Ben venga dunque. In fin dei conti, se non ce la spiegava lui, la bonifica potevamo continuare ad immaginarcela, o a conoscerla in modo incompleto. Io stesso ho scoperto Pennacchi dalla prima edizione di Viaggio per le città del Duce (i romanzi pubblicati da Donzelli li ho letti dopo). E da Il fasciocomunista, che è stato, non solo per me immagino, un pugno nello stomaco di emozioni, il racconto di una realtà che a distanza di tempo e di spazio abbiamo vissuto uguale, perché è la realtà di chi fa militanza politica, nel contempo cresce, ragiona e sbatte il naso sempre più forte. Questo è quello che non ha capito chi ha fatto quel film con l’inutile finale salvifico ed una seconda parte del tutto traviata e in mala fede (al cospetto di una prima parte curata nel dettaglio, il che fa capire che c’era proprio la mala fede, perché tu non puoi avere capito ed essere riuscito a portare sullo schermo addirittura il disagio del protagonista nel trovarsi in un MSI imbrigliato dalla “marcatura a uomo” sui comunisti, e poi sbarellare da Valle Giulia in poi, se hai capito e trasposto il primo concetto devi fare altrettanto con il resto). E per quanto non tutti siano obbligati ad avere vissuto con passione la lettura di Il fasciocomunista, la comprensione del testo era la configurazione minima per farci un film. Io comunque mi ci sono rivisto in pieno, soprattutto quando aspetta la ragazza milanese ad un’ora e questa non viene, passa una, due tre ore e questa non viene e lui continua ad aspettarla e spiega il perché: sono stato fascio e se non mi dai il contrordine non mi muovo. Perfetto! Anche io sono stato fascio e una delle cose che mi sono portato dietro anche dopo sono proprio i paraocchi. Alla fine i giapponesi che restano sugli atolli del pacifico fino agli anni sessanta sono degli sconfitti sì, ma non necessariamente dei perdenti.

E poi credo di capire cosa intende quando parla di quella specie di tara che la famiglia di Accio Benassi si porta dietro e che finisce per contagiare pure i prossimi affini (il fidanzato della sorella che chiede al commissario già incazzato se sul cartellone “Johnson = Hitler” il capo di stato vilipeso fosse Lyndon Johnson o Adolf Hitler). Io per esempio ho creduto per mesi che Pennacchi fosse uno scrittore appartenente alla corrente del “finalismo”. E che cos’è il “finalismo”? E che ne so. L’unica volta che ho incontrato Pennacchi di persona è stato nell’estate del 2003, la più calda in assoluto che io ricordi aver vissuto. Sarà un discorso da vecchi rincoglioniti, ma nel 2003 faceva un caldo terrificante ed io, a fondo sala, avevo tutta la camicia appiccicata alla schiena dal sudore. Lo stesso Pennacchi, appena arrivato in sala ha chiesto al pubblico il permesso di togliersi la giacca. Io che Pennacchi era ad Alassio e avrebbe presentato il libro nella sala conferenze della biblioteca comunale l’ho saputo dai manifestini che erano affissi sul retro delle cabine, in spiaggia. E sul manifestino c’era scritto: “interverrà Antonio Pennacchi, scrittore finalista”. E chi se lo perde! In effetti ne valeva la pena, c’ho anche il libro con la dedica. E poi io conoscevo solo Viaggio per le città del Duce, come ho detto gli altri libri sono andato a cercarli dopo. Quindi per me Pennacchi poteva essere un finalista come Verga era un verista, Hegel un idealista e Diderot un illuminista. Roba da Totò e Peppino davanti al Duomo di Milano, ma io che ne sapevo. Io avevo compreso per filo e per segno il romanzo, ma che finalista significasse che probabilmente era arrivato in finale di qualche premio ci sono arrivato almeno sei mesi dopo.

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