Sui diritti e sulla cittadinanza

Alessandro Cappelletti

Diritti Civili, Diritti Umani, Diritti dei Consumatori, Diritti di Cittadinanza, Diritti delle minoranze, Diritti di parola, Diritto alla Vita.

Un’overdose normativa il cui scopo è concedere un’illusoria percezione di libertà. Illusoria, perché la Libertà non è una spoglia sequenza di norme adattate all’ordinaria pratica della buona convivenza civile, ma una dichiarazione di Identità e una potente testimonianza di Popolo, di conquiste fatte contro le tirannie nel corso dei secoli. Il Diritto, invece, è la trasposizione scritta di questo patrimonio, un’affermazione di principi, valori e identità tramandati di generazione in generazione, un tesoro che deve essere esercitato quotidianamente, non una semplice ed egoistica tutela da utilizzare a seconda delle necessità del momento.

Così era nel passato, anche recente, mentre nell’era contemporanea, il diritto prevede una miriade di regolamentazioni che stabiliscono dettagliatamente tutto ciò che è lecito o illecito fare, in cui la tutela della Libertà è esternalizzata ai tribunali, la pertinenza civile limitata al minimo indispensabile, l’indifferenza civica e l’egoismo sociale sono accettati come normalità, arrivando al paradosso che, per garantire le piccole libertà dei singoli individui, si possa andare contro al sentire comune della Maggioranza, disgregando i valori e i principi morali su cui si fonda la coesione civile. Tutto questo non è altro che l’espressione di una cultura liberale e materialista che interpreta lo Stato come un impedimento alla realizzazione delle libertà particolari e che indica nella privatizzazione anche dei diritti un obiettivo necessario alla realizzazione dell’obiettivo stab ilito: la derubricazione del cittadino a consumatore.

Gli Stati e gli Imperi occidentali, fin dai tempi degli antichi greci e romani, costruirono civiltà socialmente coese, complesse e stratificate fondando il Diritto e la Legge sugli antichi costumi tradizionali, trasmissione di un’eredità intimamente accettata da ogni membro, che permise di superare la dimensione tribale delle società primordiali e di vivere l’appartenenza sociale come un legame inscindibile di forza e garanzia della Libertà per tutti i cittadini. I valori codificati nelle Tavole delle Leggi, venivano difesi anche a costo della propria vita. Esempi di tirannicidi ce ne sono talmente tanti e famosi che è inutile stilare una noiosa lista della spesa.

Il moderno eccesso di codificazione rappresenta quindi la Crisi dello Stato classico, inteso come Nazione, incapace di difendere la Libertà delle persone se non grazie, appunto, a un’overdose di codici e regolamenti , e manifesta la scomposizione del significato di appartenenza ad esso in relazione all’idea liberale di Individuo il quale, secondo questa idea, deve essere messo nelle condizioni di agire senza impedimenti e al di sopra di qualsiasi vincolo sociale. Lo Stato, così, non è più Comunità di popolo, ma si riduce al livello di un grande Burocrate che deve ritirarsi il più possibile dalla vita dei singoli “associati”.

Alla luce di questi fatti ormai acquisiti e alle questioni che la quotidianità politica ci pone, occorre interrogarsi sull’attuale significato di Cittadinanza e di appartenenza a una Comunità, in relazione anche ai flussi migratori che, dall’Eurasia e dal Sud africano, si sono abbattuti sull’Europa.

Da questa discussione dipende anche la differenza tra Libero (cittadino) e Schiavo (consumatore).

Il dibattito seguito alle dichiarazioni dell’Onorevole Fini sul diritto di cittadinanza, per esempio, avrebbe meritato una discussione più articolata rispetto alle solite affermazioni primitive del genere “bravo c’hai ragione” e/o “non se ne parla neanche per scherzo”.

Innanzitutto: cosa determina oggi il concetto di Cittadinanza? Per essere italiani basta parlare correttamente la lingua? Risiedere nel nostro territorio da determinato tempo? Giurare sulla Costituzione? Sono questi gli estremi di definizione del Cittadino Italiano? Non è un po’ riduttivo o, nel terzo millennio, ci possiamo accontentare così?

Proviamo ad esporre un’interpretazione.

Fino a quando sono esistite le ideologie, il concetto di Cittadinanza era legato a quello di Patria ed era sentita come un’appartenenza di Popolo fondata sull’identità di idioma, sull’eredità storica, sulla tradizione. L’etimologia della parola “barbaro” nasce infatti nell’antica Grecia come termine onomatopeico (bar-bar-ov= barbaros) per definire spregiativamente le genti straniere che parlavano il greco male, balbettando. Oggi questa definizione non è più accettata non solo perché sciovinista, ma anche perché le Nazioni nate a seguito delle rivoluzioni ottocentesche e dalle guerre mondiali del ‘900, o successivamente alle invasioni coloniali nei nuovi continenti, comprendono all’interno dei propri confini minoranze linguistiche in tutto e per tutto parificate alla maggioranza delle popolazioni originarie come in Italia accade per i tirolesi, i ladini, i walser, i luras, i grecanici, gli occitani valdesi in Calabria, gli arbereshe in Sicilia, per cui l’identità idiomatica, di derivazione ellenistica, non è già più determinante alla definizione di italianità da diverso tempo. La memoria storica, invece, è stata massacrata da mezzo secolo di retorica resistenziale che ha denigrato qualsiasi riferimento all’identità nazionale e comportato la demonizzazione del sentimento di Patria, in quanto troppo apparentato al nazionalismo fascista, sostituiti dall’internazionalismo socialista o, in alternativa, dall’americanismo; a ciò si aggiungano le antiche frammentazioni campanilistiche ereditate dall’Unità imposta dai Savoia. Per capire quanto poco abbiamo a cuore la nostra Storia, basti solo ricordare che il sacrificio di sangue dei due milioni di giovani italiani morti, feriti o dispersi e degli altri quattro milioni e passa che combatterono nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, non è più nemmeno degno di una festività, ma al massimo di qualche retorica e inutile, perché falsa e non sentita, celebrazione di circostanza.

L’unico pretesto cui si rimanda all’italianità, oggi, è tutt’al più la fede cristiana in quanto posta in una contrapposizione becera e ottusa al diffondersi della fede musulmana importata, principalmente, dagli immigrati di origine maghrebina, confondendo il problema dell’integrazione con quello dello scontro di civiltà. Poco importa che le due religioni siano, come dimostrato dal Professor Cardini, apparentate dalla comune discendenza da Abramo o che abbiano più affinità di quanto non sembri. Non trovando basi su cui fondare l’identità del nostro Popolo, ci si appella quindi ad una Fede che però in pochi effettivamente dimostrano di conoscere e seguire e così vediamo moderni crociati, che magari non vedono una Chiesa se non di passaggio, ergersi a difensori di un’identità debole che non tiene conto degli atei, dei laici, di chi non cede alla provocatoria contrapposizione tra il Cristo e Maometto. Occorre necessariamente trovare basi più solide, che non siano esclusive, né tanto meno inclusive, ma che sappiano fondare l’idea di cittadinanza sull’appartenenza.

Dal crollo del Muro di Berlino, abbiamo assistito alla liberalizzazione e alla privatizzazione dei diritti sociali e civili, che hanno portato l’individuo a rappresentare se stesso di fronte allo Stato con conseguente atomizzazione dei legami comunitari. (Si tratta, in realtà, dell’estremizzazione di concetti già patrimonio delle religioni monoteiste e delle idee illuministe del ‘700, nei quali la responsabilità sociale del cittadino nei confronti della Comunità, era subordinata alla propria coscienza di fronte a Dio oppure in un rapporto biunivoco con i Diritti Umani/Universali che trascendeva l’ordine nazionale). Contestualmente, , al termine della Guerra Fredda, sono aumentati i flussi migratori sia da Est che da Sud, conseguenza di un minor controllo militare alle frontiere politiche e geografiche.

Su cosa possiamo fondare quindi il moderno concetto di Cittadinanza?

Per quanto ci riguarda, possiamo indicare nell’antica idea di Romanitas del periodo imperiale, un modello ancora attuale a cui ispirarci, poiché in essa potevano convivere etnie e tribù di origini lontanissime, costumi, usanze e tradizioni di ogni genere, ed inoltre era concessa ogni libertà di fede purché fosse subordinata all’impero di Roma, considerato perno centrale e massima espressione di identificazione tra i cittadini. Se c’era infatti una cosa nei confronti della quale Roma non conosceva  tolleranza alcuna, questa era proprio la minaccia nei confronti  dell’ordinamento istituzionale, motivo che indusse, per esempio, alla persecuzione dei primi cristiani che non riconoscevano nell’Imperatore, ma in Dio, l’unico referente del proprio agire. Da questa base di partenza, Roma divenne il più potente, ricco ed evoluto Stato del mondo, paradigma di ogni successiva idea di grandezza e civiltà.

Per tornare a questa idea di Cittadinanza e Stato, serve una riflessione critica e approfondita che sappia estrarre e definire i valori condivisi dalla Popolazione Italiana e i principi a cui ispirarsi, in modo che possano diventare il giusto parametro per chiunque voglia chiederne la cittadinanza. E’ necessario individuare valori e principi assoluti che siano di adesione e condivisione e che valgano e vengano rispettati da tutti in primis, specialmente, proprio dagli italiani stessi, che oggi si ricordano di essere tali solo quando conviene o quando ci sono i mondiali di calcio.

Possiamo iniziare provando a indicare nell’Italia stessa, in quanto tale, un primo principio fondante di riferimento, inteso come Patria (nella cui etimologia è facile trovare il rimando ai Patres) e quindi tradizione di un ethos millenario. Una Patria che non sia sopraffazione, ma difesa di un’identità storica e culturale e di un ambiente ricco di bellezze artistiche e geografiche, nel quale ci si possa specchiare e trovare quelle radici che i nostri avi ci hanno tramandato. Una Patria laica, nella quale ci possa essere spazio per ogni confessione religiosa perché non la Fede, ma il principio di responsabilità verso il Popolo e la Cittadinanza devono essere il punto di riferimento sociale comune.

Una Patria, infine, che sia Spirito e non arido interesse giuridico.

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