Razzismo è mistificazione

Angela Azzaro

Quello che è successo a Rosarno non va letto solo come un conflitto tra sfruttati e sfruttatori. L’elemento razzista  è stato abilmente cavalcato dalla ‘Ndrangheta non solo come potenziale incendiario per controllare meglio la forza lavoro, ma perché culturalmente intrinseco allo stesso sistema mafioso. La famiglia mafiosa è di per sé chiusa, xenofoba, stretta a riccio contro l’altro. Non si tratta di dipingere un intero Paese come razzista, ma certo non si può non notare come la contrapposizione tra nativi e migranti ha assunto questa, drammatica, valenza. Che altro vuol dire altrimenti la reazione al cibo portato dalla polizia ai migranti, rinchiusi in uno stabile per paura della caccia allo straniero? Le mamme di Rosarno hanno detto: che vergogna, noi abbiamo dovuto pagare l’asilo, loro mangiano gratis. Noi versus loro: e così si nega anche un pasto caldo a persone più sfortunate di noi. Non è pietismo, non è buonismo. E’ buon senso. Perché negare un pasto caldo non costava niente a nessuno. Ma invece no, non andava bene. Perché loro sono i diversi, sono gli altri, non siamo noi. Noi italiani, noi calabresi, noi rosarnesi.

Sorprende però quando questa stessa visione, anche se edulcorata da parole altisonanti,  viene più o meno espressa da un cosiddetto padre della patria come Giovanni Sartori. Il costituzionalista, fervente sostenitore del sistema maggioritario e bipolare ma anche acerrimo nemico di Silvio Berlusconi, il 29 gennaio sul Corriere della sera ha scritto l’articolo “L’integrazione degli islamici”. «In tempi brevi la Ca­mera dovrà pronun­ciarsi sulla cittadi­nanza e quindi, an­che, sull’italianizzazio­ne di chi, bene o male, si è accasato in casa no­stra. Il problema viene combattuto, di regola, a colpi di ingiurie, in chia­ve di “razzismo”. Io dirò, più pacatamente, che chi non gradisce lo straniero che sente estraneo è uno “xenofobo”, mentre chi lo gradisce è uno “xenofi­lo”. E che non c’è intrinse­camente niente di male in nessuna delle due rea­zioni». Secondo Sartori il problema dell’immigrazione in Italia è quella creata dalla presenza degli islamici e dall’impossibilità per loro di integrarsi, visto che non lo avrebbero fatto in altre epoche e altri Paesi.

Ma è veramente così? Il primo appunto alla tesi di Sartori la muovono gli stessi numeri. Quella che lui considera una minaccia è invece una presenza importante ma non così significativa. Stiamo parlando i un milione di musulmani presenti nel territorio italiano, cioè circa il 1/4  del totale di immigrati. Eppure per il padre e salvatore della patria sarebbero una minaccia e un problema. Altro confutazione viene dalla storia, anche recente. Glielo ha ricordato, in un articolo pubblicato sempre dal Corsera, Tito Boeri: «Il 77 per cento dei maghrebini di seconda generazione immigrati in Francia ha sposato una persona di cittadinanza francese. Dichiarano di sentirsi francesi tanto quanto gli altri immigrati. In Germania un figlio di immigrato turco (al 90 per cento di religione islamica) ha la stessa probabilità di un figlio di immigrato italiano di sposarsi con una persona nata in Germania. Si identificano di più con il Paese che li ha accolti di quanto non facciano i figli dei nostri emigrati. Nel Regno Unito gli immigrati del Pakistan o del Bangladesh, le due più grandi comunità di fede islamica ivi presenti, si integrano allo stesso modo degli indiani, dei caraibici e dei cinesi. Si sentono britannici e parte del Regno Unito più degli immigrati di fede cristiana, anche se mantengono la loro religione».

Il dispositivo ideologico di prendere un dato e amplificarlo per far passare un messaggio razzista è del resto molto in voga. Vale questo anche per l’ultimo provvedimento della ministra dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. La circolare, che stabilisce una presenza di studenti migranti nelle classi non superiore al 30% per cento, di per sé spacciata come una norma contro i ghetti, viene smontata anche questa volta dalle cifre. Le classi che hanno superato questa percentuale sono appena il 2.2 per cento del totale. Perché allora questa decisione e perché renderla nota durante le ore di caccia allo straniero? La motivazione è più che altro politica e appunto ideologica: stabilire con tutti i mezzi possibili il confine tra chi è italiano e chi non lo è. Separare. Distinguere. Contrapporre. Nella realtà la presenza di studenti migranti non è un problema e, se lo è, va affrontato, come chiedono gli operatori del settore, dotando gli insegnati di maggiori strumenti, cioè di risorse umane ed economiche.

Ma questo non viene fatto. Si tende invece ad alimentare la paura del diverso per sostenere un’idea di società chiusa e identitaria. Una reazione alla globalizzazione? Sì, ma non una reazione positiva come alcuni sostengono. E, in ogni caso, non è la prima volta che accade nella storia. Inutile qui ricordare quando erano gli italiani a emigrare in massa, o quando erano i calabresi ad essere trattati allo stesso modo quando emigravano nel Nord Italia. Le migrazioni fanno parte della storia dell’umanità: nella mescolanza, e solo dalla mescolanza, sono nate le più grandi culture e civiltà. Piaccia o non piaccia a Bossi, ma anche a noi bravi italiani.

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