Jack London. Il popolo degli abissi

Mario Grossi

Jack London è uno di quegli scrittori, assai pochi per la verità, che diventano tuoi amici per tutta la vita, ti stanno a fianco da quando impari a leggere finché, per spossatezza, rinuncia alla lettura. È un pozzo senza fondo. Ha sbarcato il lunario con innumerevoli lavori prima di lanciarsi nell’avventura del Klondike e di cominciare a scrivere. Giornalista, novelliere a puntate sulle riviste, romanziere per ragazzi appassionati d’avventura, scrittore di fantascienza apocalittico come è testimoniato dall’ultimo racconto pubblicato da Adelphi La peste scarlatta. È stato anche brillante osservatore della vita e della società del suo tempo, dedicandosi come reporter alla condizione del lavoro della classe operaia giungendo a firmare memorabili atti d’accusa come Il tallone di ferro in cui dispiegano tutte le sue furie.

Al di là della sua scrittura, scarna e brillante, dal ritmo serrato nella sua asciutta precisione, Jack London è scrittore inarrivabile perché è autore che non tramonta mai e chi si prende la briga di navigare nello sterminato mare di ciò che ha scritto non può che trovare conferma di quello che sto dicendo.

A riprova che Jack London è scrittore modernissimo e di un’attualità che supera di molto la presunta contemporaneità di tanti nostri scrittori e giornalisti basta rileggersi Il popolo degli abissi, che trova spazio nel catalogo di Robin Edizioni.

È un reportage giornalistico che a prima vista può apparire scontato sia per come è stato realizzato, sia per i temi che tratta.

Quando era già uno scrittore ricco, famoso e osannato, per rendersi conto della situazione del quartiere ghetto di Londra, il famigerato East End, London decise di camuffarsi da relitto umano, nella fattispecie un marinaio americano senza un soldo e senza lavoro alla ricerca di un imbarco.

Approccio scontato se si pensa che questa, oggi, è una pratica comune tra i reporter. In realtà allora, siamo nel 1902, questo tipo d’approccio precorreva i tempi. Lo testimonia lo sgomento dei suoi amici londinesi che, non abituati a questo genere di giornalismo realista, lo sconsigliarono, con tutte le loro forze, di percorrere l’East End senza debita scorta armata, proponendogli di raccontargli loro la situazione del quartiere, al riparo di quattro eleganti mura di un hotel di lusso.

London rifiutò seccamente e s’inabissò, senza protezione alcuna, in quel mondo di diseredati, di criminali e di reietti per riaffiorare con un bagaglio di appunti che costituirono l’ossatura appunto del suo Il popolo degli abissi.

Basta mettere a confronto questo atteggiamento con i filmati che ci vengono propinati dalla nostra TV, in cui giornalisti incappucciati in improbabili copricapo ci descrivono le più allarmate testimonianze da  tutte le parti del mondo, con sullo sfondo (in lontananza però) città bombardate o in fiamme ma registrati appena fuori dall’ingresso del loro albergo blindato e sorvegliato, per renderci conto della distanza che c’è tra il vero Jack London e i finti reporter che si susseguono eroici sui nostri schermi televisivi.

Sta di fatto che per Jack London fin da subito appare chiaro che cosa questa modifica di status comporti, Che cosa sia il confondersi con i miserabili dell’East End.

Quella trasformazione ha aspetti positivi “Per strada fui ben presto colpito dalla differenza di status causata dal mio abbigliamento. Qualsiasi servilismo era scomparso dall’atteggiamento della gente comune con cui entravo in contatto. Oplà! Un battito di ciglia, per così dire, ed ero diventato uno di loro. La mia giacca logora, dai gomiti consunti, era il segno e l’attestazione della mia classe, che era anche la loro classe. Mi rendevo simile a loro, e invece dell’attestazione servile e troppo rispettosa che avevo ricevuto fino ad allora, mi trovavo a condividere un certo cameratismo. L’uomo con i calzoni di velluto e la cravatta lercia non mi chiamava più “signore” o “principale”: ero diventato “amico, adesso, una parola bella e sincera…”.

Ma accanto  a questa solidarietà cameratesca ecco spuntare anche le difficoltà: “Dal mio nuovo abbigliamento discendevano altri mutamenti di condizione. Scoprii che quando attraversavo un incrocio affollato dovevo stare più attento a evitare i veicoli, e mi apparve chiaro che il valore della mia vita era sceso in proporzione a quello dei miei vestiti. Prima, quando chiedevo la strada a un poliziotto, in genere mi domandava:- In bus o in carrozza, signore? – Adesso mi chiedeva: – A piedi? – E nelle stazioni ferroviarie mi davano un biglietto di terza classe, come fosse del tutto ovvio”.

Così comincia la sua discesa agli Inferi: “E quando finalmente arrivai nell’East End, scoprii con soddisfazione che non avevo paura della folla. Ero entrato a farne parte. Il mare vasto e maleodorante si era richiuso sopra di me, o meglio mi ci ero immerso dolcemente, e non c’era nulla di terribile in questo, fatta eccezione per la maglia da fuochista”.

Quello che Jack London vide nell’East End è raccapricciante. In un’Inghilterra ancora ricca potenza imperiale, vivono milioni di diseredati, schiavizzati da un lavoro retribuito con salari da fame che consentono, a chi lavora, bambini compresi, di sopravvivere in attesa di morire.

Il salario medio garantisce una stanza in affitto che assorbe il 50% delle entrate. Il resto è impiegato per un po’ di carbone ed un po’ di cibo. Per comprare un capo d’abbigliamento bisogna rinunciare al cibo o al riscaldamento.

La precarizzazione è drammatica, chi, anche per un infortunio di poco conto, non può lavorare per alcuni giorni è già condannato a una discesa che è l’anticamera dei ricoveri per senzatetto o una vita sulla strada, avversata dalla polizia che arresta gli accattoni.

La situazione degli alloggi è devastante con una stanza affittata a spazi e a tempo. Uno stesso letto viene ceduto a turno: la notte ad uno e di giorno ad un altro che lavora nei turni notturni. Si arriva a subaffittare anche lo spazio sotto il letto. Non esistono nuclei familiari stabili che garantiscano assistenza ai malati e ai bambini, che vagano solitari o per bande per le strade, alimentando minuscole necessarie criminalità. La vecchiaia è una rapida agonia che porta alla morte, problematica anch’essa perché nessuno riesce a pagare anche la più miseranda sepoltura. È così che si susseguono casi di morti lasciati nelle stanze per giorni a marcire, dove i rimasti in vita continuano a mangiare e a vivere.

Questo inurbamento coatto spinge gli uomini al più sfrenato alcoolismo. Le fattezze umane, per denutrizione, trasformano i corpi in tronchi ripiegati e rachitici.

Nel testo, per contrapposizione, brilla di luce luciferina il capitolo in cui è descritta l’incoronazione di Edoardo che dà la stura alla requisitoria di Jack London contro la magniloquenza dell’Inghilterra imperiale.

“A Trafalgar Square si poteva ammirare sempre lo stesso spettacolo: forza, una forza schiacciante; schiere di uomini magnifici, il meglio del popolo, la cui sola funzione nella vita è obbedire ciecamente, e ciecamente distruggere, uccidere, soffocare la vita. E affinché questi uomini siano ben nutriti, ben vestiti, ben armati e abbiano navi che li portino fino ai margini estremi del mondo, L’East End di Londra e gli East End di tutta l’Inghilterra devono sgobbare, andare in malora e morire. Non possiamo capire i piccoli e affamati lavoratori dell’East End se non osserviamo le vigorose guardie reali del West End, e non teniamo conto del fatto che i primi devono nutrire, vestire e accudire i secondi”.

È una profonda, abissale ingiustizia quella che registra la penna di Jack London: “Ai nostri giorni, cinquecento pari ereditari possiedono un quinto dell’Inghilterra; loro, i funzionari e i servi del re e tutti coloro che compongono le autorità spendono ogni anno per lussi e sprechi un milione e ottocentocinquantamila dollari, trecentosettantamila sterline, che equivalgono al trentadue per cento di tutta la ricchezza prodotta dai lavoratori del paese”.

La descrizione della parata è grottesca se accostata agli sfaceli di cui è testimone lo scrittore.

“Udite! Whitehall è in festa, la folla ondeggia, i due cordoni di soldati si mettono sull’attenti, e appaiono i battellieri del re in splendidi abiti medievali rossi, proprio come l’avanguardia di una parata da circo. Poi una carrozza reale, piena di gentildonne e gentiluomini della casa reale, con valletti incipriati e cocchieri splendidamente abbigliati. Poi altre carrozze, lord, ciambellani, visconti, guardarobiere della regina: tutti lacchè. Poi i guerrieri, la scorta reale, generali abbronzati ed esperti, venuti a Londra da tutti gli angoli del mondo: i combattenti dell’Inghilterra, i signori della distruzione, i tecnici della morte. Altra razza di uomini rispetto a quelli delle piccole fabbriche e dei tuguri, una razza completamente diversa. E poi gli uomini delle colonie, agili e vigorosi. E ora le guardie a cavallo, un uragano di urla di esultanza, il fragore delle bande. – Il re! Il re! Dio salvi il re!”.

Alla fine Jack London pone una domanda che è anche un’accusa: “La civiltà ha migliorato le sorti dell’uomo medio?” E London risponde con un paragone tra gli Inuit d’Alaska e questo popolo degli abissi rispondendo che no, che una civiltà che crede nel progresso, che ha aumentato con le macchine a dismisura la produttività, dovrebbe mettere i lavoratori in condizioni migliori dei presunti selvaggi dell’Alaska che hanno garantito, pur nella precarietà, cibo, fuoco e vita difficile ma dignitosa senza debiti.

“Se si paragona l’Inuit medio e l’Inglese medio, si vedrà che la vita è meno impietosa per l’Inuit; se dovessi fare una scelta, preferirei decisamente la vita del selvaggio a quella di questi abitanti della Londra cristiana”.

È tutta una classe dirigente che viene messa sotto accusa.

“Se i quattrocentomila nobiluomini inglesi che al censimento del 1881 hanno affermato di non avere nessuna occupazione sono inutili, facciamone a meno. Mettiamoli ad arare le riserve di caccia e a piantare patate… Ogni povero logoro e malconcio, ogni cieco, ogni ragazzino in carcere, ogni uomo, donna e bambino che patiscono i morsi della fame, soffrono perché chi comanda si è appropriato dei fondi. Nessun esponente di questa classe dirigente può proclamarsi innocente di fronte al tribunale umano… Il cibo che questa classe dirigente gusta, il vino che beve, gli spettacoli che allestisce, i raffinati abiti che indossa sono messi sotto accusa da otto milioni di bocche che non hanno mai abbastanza da mangiare e da sedici milioni di corpi che non sono mai stati vestiti a sufficienza e alloggiati in modo decente”.

“ Non ci si può sbagliare. La civiltà ha centuplicato le capacità produttive dell’uomo e, a causa della cattiva gestione, i suoi uomini vivono peggio delle bestie”.

Il lettore poco accorto o insensibile potrà, alla fine della lettura di questo spettacolare viaggio nell’abisso, consolarsi, illudendosi che ciò di cui sta parlando Jack London appartiene al passato.

Oggi, dirà, Londra non è in quella situazione vergognosa. Le condizioni raggiunte anche dai più poveri sono enormemente migliori di quelle dei diseredati dell’East End.

Il popolo degli abissi non esiste più e tutti stiamo meglio.

Ma i fatti di questi giorni dimostrano che il popolo dell’abisso è sempre più grande e numeroso. Ci è solo stato nascosto alla vista o allontanato, spostato in qualche altra parte di questo mondo globale.

Ma è sempre pronto a rispuntare a Rosarno come ad Haiti per testimoniarci una volta ancora l’inciviltà e l’ingiustizia su cui si fonda il nostro ricco modello fatto di sprechi e lussi che attingono direttamente al sangue esangue delle sempre più sconfinate periferie del mondo.

L’attualità di Jack London e della sua scrittura scintillante ci permette, meglio di qualsiasi servizio televisivo, di fare affiorare tutto ciò.

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