Elisa. Heart

Federico Zamboni

Il primo indizio a carico è il titolo: Heart, cuore, è una parola talmente usata, talmente abusata, che presa da sola non significa più nulla. O la si combina con qualcun’altra, cercando di non incappare in un ulteriore luogo comune, appena un po’ meno smaccato, oppure la si accantona. Inutile discuterne. Infantile rammaricarsene. Tenere d’occhio lo stato di salute delle parole rientra negli obblighi inderogabili di chi scrive per professione. E, a maggior ragione, di chi lo fa con ambizioni artistiche.

httpv://www.youtube.com/watch?v=azsb70QdCW0
(Elisa, Hearth, video ufficiale, 2009)

È così che funziona. O ti trastulli o fai sul serio. O resti nell’ombra di una dimensione del tutto privata, e allora sei liberissimo di dire la prima baggianata che ti passa per la testa e illuderti di aver avuto un’idea meravigliosa (“Appena ti ho visto mi è sembrato di conoscerti da sempre”), oppure esci allo scoperto e ti assumi fino in fondo la responsabilità della sfida che tu stesso hai lanciato; e quando ti viene in mente un fottuto stereotipo, ancorché imbellettato da gran signore, non esiti nemmeno un attimo a prenderlo per il bavero e a cacciarlo via, prima che qualcuno ti scopra e si accorga di quale gentaglia frequenti.

Lei, Elisa, prova a difendersi dicendo che sì, certo, lo sa benissimo che Heart è un titolo un po’ troppo ovvio, e però, tutto sommato, perché mai rinunciarci, visto che ciò che lei voleva esprimere è condensato così bene in quella parola tanto comune ma anche, dài, così universale? «So che può risultare banale, ma per me questo titolo era giusto e mi rappresentava. È il cuore che vince sempre nella vita e mi sono accorta che nelle mie canzoni era dappertutto. È un titolo che avevo in testa da anni e mi sembrava fosse il momento di usarlo.»

Il secondo indizio è la rinuncia a un produttore. Tutto da sola. O meglio: insieme ad Andrea Rigonat, suo chitarrista e compagno, e ora anche padre della piccola Emma Cecile che è nata subito dopo il completamento dell’album. Elisa la rivendica come una dimostrazione di maturità. In un’intervista rilasciata a Simona Orlando e pubblicata sul Messaggero lo spiega in dettaglio: «Sapevo cosa volevo e come arrivarci. L’autoproduzione ti permette grandi libertà, anche se, di contro, ti dà enormi responsabilità. A volte essere solo l’artista ti lascia più poesia, perché non fai interventi chirurgici al tuo lavoro. Stavolta mi sono occupata di tantissimi aspetti tecnici che possono risultare più crudi, tipo pratiche burocratiche e organizzative, concordare le prove o l’appuntamento con l’orchestra, e questo mi ha portato a scollegarmi emotivamente nella fase di realizzazione. Ho avuto un po’ di difficoltà a capire l’essenza del disco. Ora che mi sto distaccando da quelle pressioni, si sta riequilibrando tutto. Ho ascoltato in macchina Heart e mi sono davvero emozionata».

Ma i produttori, in realtà, servono esattamente a questo. A uscire dal circolo chiuso, e quasi sempre vizioso, delle preferenze e delle convinzioni/ostinazioni/ossessioni dell’artista. Il produttore, come l’editor per gli scrittori, è la controparte che obbliga al confronto e che prospetta altre ipotesi. È l’antidoto all’intossicazione da eccesso di sicurezza. E di compiacimento. Essendo meno coinvolto su piano emotivo (meno affezionato a ogni singolo brandello di ispirazione) è molto più pronto a giudicare in modo disincantato, o persino spietato, e a disfarsi di ciò che non lo convince. Quand’anche non si erga a giudice unico, diventando il vero artefice del risultato finale, il solo fatto che dica la sua è un incentivo determinante a riconsiderare con maggiore distacco le scelte iniziali. Come ebbe a dire Jon Landau, produttore del miglior Springsteen, «Quando io e Bruce non siamo d’accordo ne discutiamo a fondo. E di solito troviamo una soluzione che soddisfa entrambi».

httpv://www.youtube.com/watch?v=FApL_LBgXPA
(Elisa, Labyrinth, video ufficiale, 2007)

Nella realizzazione di Heart, al contrario, Elisa è rimasta abbandonata a se stessa. Con tutti i suoi pregi, ma anche con tutti i suoi difetti. A cominciare dalla tendenza a confondere la sfera personale con quella artistica. Le percezioni emotive col feedback creativo. Sentirsi bene non equivale necessariamente a fare bene. Gli stati d’animo scaturiscono da molte componenti e, quel che è peggio, tendono a riverberarsi a 360 gradi, fino a offuscare le capacità di giudizio. Un professionista non se lo può permettere: che sia triste o che sia felice non deve contare nulla, ai fini della valutazione del proprio lavoro. Dare sfogo all’inventiva è un giochetto, se si ha un po’ di talento. La cosa difficile è fermarsi. Soppesare freddamente. Distinguere ciò che è stato piacevole al momento – e solo al momento – da ciò che vale la pena di conservare.

Heart manca proprio di questo. Accumula troppe cose e non le seleziona a sufficienza. Più che vario è disordinato. Contraddittorio. Incapace di trovare un’unità stilistica che, pur transitando tra atmosfere differenti, sia in grado di imprimere ai diversi brani un marchio di fabbrica inconfondibile, che non può ridursi soltanto alla voce. Se non fossero così rifiniti, sul piano tecnico, i pezzi di Heart sembrerebbero quasi dei “demo”, degli abbozzi in attesa di sviluppi. La spiegazione ufficiale, manco a dirlo, è che va tutto benissimo e che l’andirivieni è dovuto solo al grande fervore, all’entusiasmo di tornare a lavorare su una raccolta di inediti a cinque anni da Pearl Days. Sul sito della casa discografica, la Sugar della sua scopritrice Caterina Caselli, si legge che “È un periodo felice per Elisa e si sente scorrendo le tracce di Heart dove la cantante si diverte a rallentare i ritmi e ad accelerarli, a lasciarsi andare a ballate e a guidare la sua band in una direzione rock tutta sua. Insomma a liberare la sua parte più istintiva”. Alla sintesi dell’ufficio stampa seguono le parole della diretta interessata: «L’essere mamma ha influenzato questo disco, esserlo ha significato diventare spontanea ma anche pratica, niente più giri di parole o ripensamenti. E questa modalità l’ho adottata anche per le mie canzoni, meno artista e più artigiana».

Ultimo indizio. O una confessione, piuttosto. L’artista che si riconverte in artigiano fa comunque un passo indietro. Per quanto possa mulinare con soddisfazione ed efficacia i suoi utensili, e sfornare prodotti ben fatti, si tratta appunto di prodotti. Non certo di opere d’arte.

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