E-20 ’09. Il mio no all’omofobia

Anna Paola Concia

omofobia_fondo-magazine1Il 30 settembre 2008 è cominciata l’avventura della legge contro l’omofobia di questa legislatura. Sono stata nominata relatrice e l’avventura è cominciata anche per me. Il nostro è un paese in cui la politica fa una fatica elefantiaca ad affrontare il tema dell’omosessualità, della transessualità e dei diritti che ne conseguono a cittadini e cittadine che si trovano a vivere questa che è una condizione umana.

Perché, molti si chiederanno. Perché la politica italiana, sia di destra che di sinistra, è indietro su ciò che ha a che vedere con le libertà individuali, con i diritti civili e con tutto ciò che riguarda la vita, quella in carne ed ossa. Non lo dico polemicamente, lo dico con rammarico perché sono convinta che la politica (e i politici) dovrebbero innanzitutto stare attaccati come le “cozze” alla vita vera. Perché la buona politica nasce, secondo me, dal pensiero sulla vita reale. Ma tant’è, da noi è un lavoro troppo faticoso e impegnativo fare tutto questo.

I politici non amano perdere tempo con la vita, troppo faticoso. Ma torniamo a noi, al mio racconto di questo anno vissuto pericolosamente insieme a una “leggina” che aveva il compito grandioso di rompere il muro del pregiudizio verso omosessuali e transessuali.

Ho cercato di svolgere il mio ruolo di relatrice della legge in modo superpartes, come è giusto che sia. Dicendo ossessivamente ad ogni seduta di Commissione Giustizia e in ogni dove, che una legge del genere non era né di destra né di sinistra ma doveva essere necessariamente una legge di tutti, perché tutti sui diritti umani dobbiamo essere d’accordo. Altrimenti salta ciò che ci tiene insieme.

Non sono una buonista anzi, sono una cattiva ragazza che va in giro per il mondo. Ma su alcune cose siccome ho le idee chiare, non ha paura di confrontarmi con chi è molto diverso da me. Per questa ragione nel periodo in cui la legge contro l’omofobia era in discussione in Parlamento ho deciso di andare a conoscere i ragazzi di CasaPound. Fascisti sfegatati, ultradestra, violenti, brutti ceffi, mi hanno dissuaso in tutti i modi dall’andare a parlare con loro. Di quella esperienza mi rimane la pacatezza di quell’incontro, il fatto che io e loro ci confrontavamo serenamente, sì serenamente, su un tema per loro tabù. Mi è sembrata una cosa positiva, comunque. Incontrasi è sempre meglio che scontrasi. Questo vale per me.

L’unica cosa negativa di quell’esperienza è stata la violenza con la quale ragazzi, uomini e donne della sinistra mi hanno aggredita. Accusandomi di non essere abbastanza antifascista, visto che avevo scelto di parlare con “quelli” di CasaPound. Per loro avevo perso il mio pedigree.

A me la violenza non piace, né quella di destra né quella di sinistra. E non piacciono le persone che a causa di una debolezza di idee si nascondo dietro gli slogan. Antifasciti lo siamo tutti, ci mancherebbe. Io sono più serenamente antitotalitarista, sono contro una cultura monocratica, sempre. Chiunque la propagandi. Sono quelle le culture che hanno cancellato l’esistenza di tanti omosessuali e transessuali. Sono le culture che cancellano le differenze che mi fanno paura. Le combatterò sempre, senza ideologia. Con il cuore sempre attento a chi è diverso da me.

*P.S. Per la cronaca, sono stata nominata di nuovo relatrice della legge contro l’omofobia dopo la bocciatura del 13 ottobre scorso. Abbiamo ripreso l’iter della legge in Commissione Giustizia. La mia avventura continua da dove l’ho lasciata.

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