Sartori, ecco quello che chiedono i musulmani

Omar Camiletti

Omar Camiletti è nato nel 1950. Negli anni 70 ha viaggiato tra Eindhoven, Berlino e Parigi, partecipando alle illusioni e ai moti dell’epoca nelle correnti situazioniste. Nel 1977, era fra i cosidetti “indiani metropolitani” che cacciarono Lama dall’Università di Roma. Negli  anni 80 si trasferiva in un casolare della Maremma e, negli anni 90, sarà spesso, risiedendovi a lungo, ad Istanbul, dove si convertirà  all’Islam. Dal 2000, lavora presso la Grande Moschea di Roma, impegnato nella divulgazione e nella trasposizione della cultura islamica in ambito europeo. Attualmente, si appresta a finire qualche libro, soggiorna per studio  a Londra e molto spesso è  in Scozia. Scrive ogni martedi sul Secolo d’Italia nella rubrica “Musulmani d’Europa”.

La redazione

Per capire l’incongruenza con cui in Italia ci si dedica a temi cruciali quali l’integrazione degli immigrati e la libertà religiosa per i musulmani, in una fase di profondi cambiamenti per la nostra nazione, bastava leggere domenica 20 dicembre 2009 l’editoriale di Giovanni Sartori “l’integrazione degli islamici”,  apparso sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Sartori iniziava con una  serie di eufemismi rivelando un atteggiamento a dir poco sprezzante di chi crede di saperla lunga. Ad esempio, impiega il termine “accasato” come a suggerire di qualcuno che si sia infilato proditoriamente in casa altrui. Invece, per il fatto che siamo stati un paese di emigrazione dovremmo evitare questo genere di facili battute: gli immigrati, come gli italiani un tempo, pagano “fior di affitti” per le loro abitazioni e da regolari contribuiscono alla ricchezza generale dell’Italia. Oggi i giornali ci dicono cosa c’è nel made in italy dei macedoni che coltivano le vigne del barolo, dei sickh che mungono nelle stalle di Reggio Emilia,  dei maghrebini che fanno la fontina della Val d’Aosta. Per non parlare di chi coltiva e raccoglie veramente i pomodori, le arance o i mandarini.  Per questo, a proposito della distinzione fra xenofobi e xenofili, come ha scritto Sheriff al Sebai sul suo blog: «rimarrà negli annali della politologia il sofisma degno dell’azzaccagarbugli come l’ottuagenario professore su come definire i razzisti: essi, si possono, “più pacatamente”, chiamare  “xenofobi”. E “xenofobi” è il contrario di “xenofili”. E si può essere l’uno o l’altro, indistintamente, non c’è intrinse­camente niente di male in nessuna delle due reazioni». Insomma, come cantava Gaber “si può.. essere razzisti” – pardon: ” xenofobi”.

Sartori sembra ignorare che le proposte di legge di cittadinanza non riguardano gusti personali sul condimento del primo piatto o se la bevanda nazionale sia da considerarsi la birra, il vino o il the. Non a caso per i diritti che quella legge sancirebbe si parla di nuovi italiani. Poi senza porre altri indugi Sartori  esprimeva con nettezza  che il problema è l’Islam – cosa che aveva già fatto 9 anni fa dalle stesse colonne del Corriere. Questa volta, però, la rozzezza evidente delle argomentazioni cela poco il livore e l’astio nei confronti dell’Islam e dei musulmani. Semmai, stupisce  la “leggerezza” del maggior quotidiano italiano, finestra della nostra informazione in tutto il mondo. a trattare la materia.

Sinceramente, in molti credevano eclissate dal Corriere simili invettive dopo la dipartita per Strasburgo di un suo vicedirettore. Sartori è sbrigativo, per arrivare a conclusioni non gli serve documentarsi sul Corano che, ovviamente, dice di aver letto ma per lui tanto il Corano è simile all’Antico Testamento nel suggerire tutto e il suo contrario.  Fa appello a Toynbee, che scriveva nel contesto degli anni 50  e quel suo «imparare dall’esperienza» risulta la liquidazione della storia di un mondo che dal Marocco arriva all’Indonesia, così come riduce ad una specie di partita a scacchi quella dei rapporti fra “Occidente” e Islam.

L’Islam non sarebbe per lui  una religione “domestica”. Cosa significa?  che non è di “casa”? e i 20 milioni di musulmani  in Europa,  allora, dove li metterebbe Sartori? Oppure vuol dire che non è una religione di gente civile? Suvvia, un professore di così ampie relazioni internazionali e che ha insegnato alla Columbia University, ora, ci propugna lo scontro di civiltà e l’invasione islamica? e senza neanche la verve stilistica di Oriana Fallaci!!!

Come ha replicato Tito Boeri sul Corriere e sul Riformista non è vero che i musulmani hanno imposto la loro fede con la forza sotto l’impero Moghul, anzi… Così come non corrisponde al vero affermare che solo la cultura islamica abbia prodotto i martiri che si immolano per la propria religione: ad esempio, i kamikaze appartenevano alla tradizione buddista. Il professore ha poi abbastanza mitigato il tono che in realtà ammicca a quel vero e proprio apartheid da qualcuno sognato per i musulmani  in qualche parte del Nord Italia.

Del resto non la smette con la sua serie di strafalcioni  del tipo: «il comportamento dei fedeli è dettato, ogni venerdì, nella moschea dal discorso del Khateb che accompagna la preghiera pubblica»; ma dove l’ha trovata una simile fesseria? Semmai è il contrario:  non si riesce ad avere in Europa adeguata formazione per gli imam.  Oppure: «La moschea, si ricordi, non è solo un luogo di culto, una chiesa nel nostro significato del termine, è anche la città-Stato dei credenti, la loro vera patria»  come per la cristianità la umma islamica è un orizzonte abbastanza ideale e concludendo che tanto i musulmani contrari al fondamentalismo hanno voce e peso soltanto con gli occidentali!!! Questa è pura ignoranza!  Se al contrario si volesse approfondire quel trito e ritrito luogo comune secondo il quale i musulmani per definizione sono contro la laicità dello stato, si constaterebbe che nella storia e nei principi giuridici  dell’islam non c’è nessun ostacolo che impedisce la residenza in uno stato non musulmano anche perché l’islam, va ribadito, non è una teocrazia, non ci sono intermediari di Dio sulla terra, come è per il cattolicesimo romano, il sultano ottomano non era una autorità spirituale, non c’è alcuna gerarchia religiosa: i sunniti sono liberi di seguire le opinioni di quella che ritengono sia la loro guida migliore.

Intanto, ricordiamo che le 5 maggiori aree socio economiche e culturali dell’intero pianeta, hanno già (Russia Cina ed India) o stanno avendo (Stati Uniti e Europa) al loro interno consistenti minoranze di cittadini di religione musulmana. Quel che deve risultare evidente è che proprio negli stati liberal democratici è possibile una più pertinente dimensione della fede che sia  sganciata  da obblighi e consuetudini piuttosto di ordine sociale che spirituale, come avviene purtroppo  in molti paesi islamici. Ma questo è normale anche per i cristiani. Quel che i musulmani chiedono  alle istituzioni europee nell’offrire totale lealtà allo stato di cui sono cittadini, è la libertà di manifestare, in quanto diritto costituzionale,  la propria religione anche nello spazio pubblico,  la libertà di educare i propri figli e di impartire loro  una formazione islamica.

Al pari di tutti gli altri cittadini, però,  non li si può obbligare per il fatto di essere musulmani – in ciò si intravede un subdolo non detto status  di sorvegliati speciali –  ad aderire a morali correnti, fossero anche quelle di larghe maggioranze della popolazione come, ad esempio, nella valutazione  della decenza femminile  nell’abbigliamento (e si deve essere libere o meno di indossare il velo). O come, nel settore bancario, dove  considerano usura ogni tipo di prestito e per questo cercano d’impiantare, sopratutto per se stessi in Europa, banche islamiche.  O, ancora, nell’alimentazione dove –  è noto – ci sono alcuni divieti che andrebbero rispettati per esempio, e soprattutto a tutela dei minori, nelle mense scolastiche.

L’impero romano dissoltosi ci ha messo quasi 5 secoli per ricompattare le migrazioni germaniche nella sua nuova identità di Europa cristiana medievale. Sono convinto che l’elemento islamico nel 21° secolo si inserirà nel suo nuovo orizzonte grazie ad un genius loci che agisce nonostante tutto.

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