Bombe sullo Yemen? Obama mi ha deluso

Angela Azzaro

Quando Barack Obama ha vinto le primarie e poi le presidenziali sono tra coloro che, a sinistra, ha gioito e non ha avuto tema a dire che si trattava in evento storico. Quel giudizio non me lo rimangio: l’elezione del primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti è un fatto, di straordinaria importanza, che resta. Vincere la discriminazione che ha tenuto lontana una parte dell’umanità dalla Casa Bianca è un passo avanti nella storia di tutti.

Ed è una vittoria che parla di uguaglianza e di fratellanza.

L’elemento simbolico non era però il solo a convincermi. Mi piacevano le sue parole, la sua apertura alla cultura musulmana, il suo pensiero riformista e attento ai diritti. Mi sembrava che davvero si potesse chiudere con il bushismo, cioè con un governo mondiale fondato sulla guerra.

Oggi la mia posizione è cambiata. Mentre sulla politica interna, Obama sta tentando anche se tra mille mediazioni e contraddizioni di andare avanti – da questo punto di vista anche la Riforma sanitaria per quanto tenuta sotto scacco dalle assicurazioni, il cui potere resta intatto, è comunque un risultato; lo stesso non si può dire della politica internazionale. Obama non ha compiuto il salto che ci si aspettava da lui e continua invece a perseguire le orme del suo predecessore. Il premio Nobel per la pace da lui ricevuto, che avevo interpretato come un buon auspicio, come una scossa in più per cambiare strada, è stato tradito e non ha portato al risultato sperato.

Obama, subito dopo il rischio di attentati, ha puntato il dito contro Al Qaeda e le loro sedi nello Yemen e ha quindi pensato bene di lanciare qualche bomba su quel Paese. Ancora non è certo se agirà così e se si tratterà di un’azione lampo o di un pantano di morte come è in Afghanistan e in Iraq. Quel che è certo è che sono state già chiuse le ambasciate Usa, inglese e – oggi – anche quella francese. Soprattutto è certo che davanti alle pressioni dell’opinione pubblica americana, il loro presidente ha usato la stessa strategia del predecessore: minacce e ripristino della coppia guerra-terrorismo. Questo non significa giustificare Al Qaeda o gli attentatori ma ribadire la specularietà della riposta. Ma mentre da Al Qaeda non mi aspetto nulla, dal vincitore del Nobel per la pace mi sarei aspettata molto di più.

Il vero pantano al momento è quello in cui si trova Obama.  Ancora una volta il conflitto, che lui tenta di spostare all’esterno e molto probabilmente sulla popolazione civile dello Yemen che non c’entra nulla, riguarda i poteri locali legati alla sicurezza. Si parla di uno scontro tra Fbi e Cia, e una cattiva gestione dell’agenzia antiterrorismo che avrebbe dovuto coordinare le varie attività ma non è riuscita, visti i conflitti, a gestire il compito. Il presidente americano dovrebbe mettere le mani su questo intricata vicenda, ma è talmente complicato uscire indenne che ha scelto la strada più facile.

Perché questa mancanza di coraggio? Non credo infatti si tratti di mancanza di visione politica. Obama,  se avesse avuto carta bianca, avrebbe agito in maniera diversa. E non si tratta solo di fare i conti con poteri (non controllati democraticamente) che in America riescono a orientare il dibattito politico e le decisioni delle istituzioni. Bisogna anche tenere conto di un’opinione pubblica ancora sotto choc dopo la caduta delle Torri Gemelle e nuovamente allertata da un terrorismo internazionale che – ripeto – deve essere condannato senza se e senza ma.

Ma questo non giustifica Obama né mitiga il nostro pessimismo. Anzi, in qualche modo lo rafforza. La strada del cambiamento di cultura – che pure ci siamo aspettati da Obama – richiede evidentemente tempi più lunghi e una pressione internazionale per la pace e contro la guerra che obiettivamente in questi anni è venuta meno. Nel Medio Oriente la guerra continua. E lo Yemen è solo un ulteriore elemento, che però diventerebbe tragico proprio perché andrebbe a spezzare la speranza di chi aveva creduto nel cambio di registro.

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