Architetti italiani in Russia

Carlo Fabrizio Carli

Spettò ad uno storico non dell’arte ma della letteratura, a quello che può considerarsi il padre della slavistica in Italia, Ettore Lo Gatto, indagare per primo, sistematicamente, negli anni ’30, l’opera degli artisti e degli architetti italiani e ticinesi in Russia e in particolare a San Pietroburgo. Lo Gatto, che nel 1960 avrebbe pubblicato anche un testo dal titolo illuminante, “Il mito di Pietroburgo“, dedicò al tema quattro imponenti volumi, che all’inizio degli anni ’90 vennero ristampati (anzi il quarto, rimasto fin lì inedito, pubblicato per la prima volta) dall’editore Scheiwiller per conto di Finmeccanica. Nel corso di un settantennio, le ricerche pionieristiche di Lo Gatto, sono state naturalmente arricchite da molte acquisizioni storiografiche ed archivistiche, oltre a collocarsi in una diversa prospettiva storico-politica, a cominciare dalla stessa riacquisizione del nome originario alla città fondata da Pietro il Grande. L’occasione per fare il punto aggiornato sulla questione fu offerto nel 2003 dall’importante mostra Dal mito al progetto. La cultura architettonica dei maestri italiani e ticinesi nella Russia neoclassica, promossa dall’Archivio del Moderno dell’Accademia di architettura di Mendrisio (Università della Svizzera Italiana) e dal Museo Cantonale d’Arte di Lugano. Curata da Nicola Navone e Letizia Tedeschi, con un monumentale catalogo in due tomi di oltre 900 pagine, l’esposizione, dopo l’iniziale allestimento a Mendrisio e Lugano, approdò all’Ermitage pietroburghese riscuotendo un enorme interesse critico.

Nella lunghissima vicenda comacina – forse la più straordinaria pagina della storia dell’architettura, che interessa l’intera Europa, spaziando dal romanico al barocco (un nome solo: Borromini) al neoclassico, e volendo si spinge fino ai nostri giorni, con personalità come Terragni e Botta – l’apporto degli architetti italiani e ticinesi in Russia riveste un rilievo particolare. Cominciando proprio da San Pietroburgo, la nuova capitale che Pietro il Grande volle come emblema dell’apertura della Russia all’Europa e che conserva ancora oggi un particolare sapore italiano. Questo grazie ai progetti di un Giacomo Quarenghi in primo luogo (progettò l’Accademia delle Scienze, la Banca di Stato, Palazzo Anickov), di un Luigi Rusca, di un Vincenzo Brenna, di un Carlo Rossi, di un Domenico Gilardi, cui si affiancarono molte figure minori di architetti, costruttori, decoratori, scenografi e paesaggisti (tra questi ultimi, occorre ricordare la singolare figura di Pietro Gonzaga). Del resto – come ricorda in catalogo Vittorio Strada – benché San Pietroburgo sia spesso accostata ad Amsterdam o a Venezia, per il fatto di sorgere presso la riva del mare e su una rete di canali, il suo referente simbolico è Roma, in quanto per volontà di Pietro il Grande la Russia si costituiva in impero guardando all’impero per antonomasia, quello romano; inoltre, il suo stesso nome – “la città di S. Pietro” – valeva ad associarla alla Roma cristiana, erede dell’antica.

La mostra propone un eccezionale corredo di disegni di progetto, di schizzi e documenti provenienti da musei e archivi pubblici – che coinvolgono la Russia, l’Italia e il Canton Ticino – ma anche dagli archivi rimasti tuttora nelle mani dei discendenti degli architetti; tra questi ultimi particolarmente significativi quelli ticinesi (dei quali aveva già cominciato l’esplorazione Lo Gatto). E poi ancora modelli architettonici (a cominciare dalla raccolta dell’Accademia di Belle Arti di San Pietroburgo, in cui sono riprodotti in sughero i più famosi edifici di Roma antica), dipinti, incisioni, libri.

Mirabile esempio di “città di fondazione”, cartesianamente more geometrico construita, San Pietroburgo non racchiuse interamente l’opera degli architetti italiani e ticinesi attivi in Russia in età neoclassica: Giacomo Quarenghi, Osip Bove (questi autore del Teatro Bol’soj, purtroppo distrutto da un incendio nel 1835), Domenico Gilardi furono infatti attivi a Mosca, specie negli interventi di ricostruzione dell’antica capitale, dopo l’incendio del 1812, e nelle città della Russia meridionale. Un caso tutto particolare è costituito dalla tenuta imperiale – e dal vicino insediamento voluto da Caterina II – di Carskoe Selo, non lontano da Pietroburgo, la cui costruzione era già iniziata nella tarda età barocca, vedendo all’opera l’architetto Francesco Bartolomeo Rastrelli, ma che fu proseguita in epoca neoclassica, con l’obbiettivo di farne un vero e proprio prototipo di città ideale.

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