Almas. Se FareFuturo si mette a FareRemoto

Angela Azzaro

Le reazioni all’episodio che ha coinvolto la ragazza di origini pakistane, Almas Mahmood, la diciasettenne rapita dai genitori e ritrovata nei giorni scorsi dai carabinieri di Pesaro, colpisce per come è stata trattata da alcuni giornali e da alcuni commentatori per attaccare, ancora una volta, la religione islamica e la possibilità per chi la professa di vivere e “integrarsi” nel nostro Paese.

Il più accanito nel sostenere questa tesi è stato, dopo le sparate su quello stesso quotidiano di Giovanni Sartori, il Corriere della sera: la violenza di una padre e di una cultura che vuole obbligare una giovane donna a sposarsi con l’uomo scelto per lei e contro la sua volontà dipenderebbe dai valori religiosi. Valori che noi dovremmo respingere in toto, mettendo quindi in discussione la stessa presenza di persone che professano quella fede religiosa. Maria Luisa Agnese, in uno dei commenti pubblicati dal quotidiano di via Solferino, è arrivata a scrivere: «Che fare oggi di fronte al ritorno di questi fantasmi, re-importati da culture chiuse e antagoniste? Dove porre il confine del dialogo e del bisogno di integrazione fra mondi diversi? Arretrare non si può, neppure in nome di quella tolleranza sulla quale si fonda la storia della civiltà occidentale e che viene messa in crisi proprio in nome del suo principio cardine: tollerare…».

Ma è su FareFuturo che Angelo Mellone si spinge più lontano. Il titolo del suo pezzo è già un manifesto: «Ma il multiculturalismo non è la soluzione». Secondo Mellone «il multiculturalismo è una fregnaccia». «Esistono – spiega – portatori insani di tradizioni arcaiche, nemiche della parità dei sessi, dell’umanità delle relazioni familiari e sociali, i primi nemici che deve combattere, sconfiggere, respingere, chi crede a una buona cultura dell’inserimento degli stranieri anche attraverso lo strumento della cittadinanza. La cittadinanza esprime una monocultura politica, un unico sistema di regole e valori entro cui agire politicamente, non una multi cultura». E via dicendo per dimostrare come noi siamo un popolo felice perché rispettoso dei diritti, mentre quegli altri, in questo caso i musulmani, sarebbero esempio dell’esatto opposto. E quindi che fare? Meglio che ognuno se ne stia a casa sua.

Ritorniamo al fatto. Un fatto deprecabile, in ogni latitudine. Di più di deprecabile: è, dovrebbe essere il termometro principale con cui misurare il grado di civiltà di un paese. Ma un secolo di femminismo, che Mellone cita nel suo pezzo come meritorio dei diritti conquistati in patria, chiama quel modo di comportarsi in un unico modo: maschilismo o potere patriarcale. Non c’è bisogno di scomodare gli esperti per sapere come la piega fondamentalista presa dalla religione musulmana non sia da attribuire a questa in quanto tale, ma al significato che il potere, gestito dai maschi, gli ha voluto dare. La Sharia non è scritta nel Corano, non è scritto nel Corano che una ragazza non possa scegliersi il marito né che le bambine di nove anni (come accade nel tanto osannato su queste pagine Iran di Ahmadinejad) possano convogliare a terribile nozze. O meglio: esiste un’ampia e condivisibile letteratura che dimostra lo stretto legame tra religioni monoteiste e patriarcato, tra quelle e il fondamentalismo.

Ma questo va da sé, vale anche per la religione cattolica. Eppure davanti alla violenza degli uomini italiani, spesso o sempre di religione cattolica, a nessuno viene in mente – men che mai a Mellone – di attaccare la loro fede e i loro valori religiosi. Invece perché non notare come una certa idea della famiglia e della donna non sia la conseguenza dei valori impartiti dalla Chiesa romana?

Nel ragionamento di Mellone e del Corriere della sera non si tiene conto di quanta violenza maschile ci sia anche in Italia e in Europa; questa viene taciuta o evidentemente attribuita a fatti di follia. Fatti che non ci riguardano come se avvenissero da altri parti.

E invece accadono in Italia, nelle nostre case, da parte di cittadini italiani da  più, tante (troppe?) generazioni. Almas è tornata nel centro anti violenza che si prende cura di lei da quando era scappata di casa. In quel centro non è sola. Ci sono altre donne, donne italiane, donne di altri paesi. Che cosa c’entra la religione o la provenienza? C’entra sì la cultura, ma intesa come rapporto uomo donna. La violenza maschile non ha passaporto, hanno scritto in questi anni le donne che hanno manifestato per denunciarla, cercando però di evitare qualsiasi discorso razzista.

Invece sempre lì si torna. Si usa e abusa di un fatto già di per sé odioso come la violenza sulle donne per giustificare la chiusura. Tant’è che il ragionamento di Mellone arriva a definire una cittadinanza che in quanto tale e monoculturale.

Dire questo non significa cadere nel cosiddetto relativismo culturale, men che mai giustificare una cultura che limita così fortemente la libertà femminile. Significa non cadere nel tranello opposto di definire la superiorità culturale di qualcuno, in questo caso degli italiani.  Siamo così sicuri di poter impartire lezioni di civiltà agli altri?

Sarebbe molto meglio anche per le tante Almas che vivono in Italia, e che spero nessuno voglia rimandare nei loro Paesi d’origine visto che li abbiamo appena definiti così incivili, dare loro la cittadinanza prima possibile quando sono nate all’estero, subito se nate qua. Questo gli darebbe molta di quella libertà che usiamo come una clava contro i loro padri ma che poi noi neghiamo loro dall’altra parte.

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