Tutte le pupe (in rosso) di Buttafuoco

Annalisa Terranova

fimmini_fondo magazineUn omaggio alle donne dove non c’è nulla di stucchevole, a cominciare dal titolo – Fimmini – col quale Pietrangelo Buttafuoco sigilla la sua nuova fatica editoriale da oggi in libreria (Mondadori, pp. 151, € 18.50). Un libro che appunto non concede molto ai vari tipi di retorica che si attardano sul soggetto femminile: quella femminista, quella emancipazionista, quella cronachistica e infine quella sfacciatamente misogina. Eppure l’autore sembra quasi compiacersi di quel tratto residuale maschilista che qua e là balza agli occhi tra le pieghe di una scrittura grondante metafore, simboli, sospiri e visioni oniriche. Per esempio: «I fianchi morbidi, e con questi i seni dell’orgoglio mammifero, sono esche esibite per la raccolta di sperma». Oppure: «La donna con le gambe, lo stile, le belle braccia, gli occhi e il calcagno prepotente è la macchina più che compiuta dello Spirito e non vuole essere compresa, bensì presa». Siamo alla pagina 11 e già l’antifona è chiarissima: in tempi in cui si fa un gran chiasso sulle veline e le starlette, sui complimenti esuberanti del capo del governo, sulle debolezze private di governatori beccati in adamitica impudicizia, Buttafuoco decide di volare più in alto (o più in basso) scommettendo sul fatto che tale trasgressione alla moda del momento gli sarà perdonata quale seducente licenza poetica. Infatti la sua è una scrittura saldamente ammaliatrice, dove non scorrono concetti ma immagini e che non cerca di comunicare idee ma sensazioni. Quando la sensazione non si trasmette, viene fuori il gusto per l’aforisma irriverente. Ma siamo nel terreno del puro divertimento, appena appena sopra il livello delle chiacchiere maschili da bar: «Da quando le madri di famiglia hanno smesso di recitare il santo rosario, può capitare di tutto, persino di vederle in televisione, tutto questo quando ormai il tempo bello è passato. Ogni colpo d’anca, infatti, è una sciatica…».

Dunque il libro non guarda alle femmine che fanno l’attualità, né a quelle che fanno la politica e tantomeno a quelle che hanno fatto la storia. Si rivolge alle icone, e solo a quelle, tutte discese da un immaginario maschile quasi alla maniera aristotelica: la femmina è la materia bruta, sfuggente, caotica, che sta lì per ricevere l’impronta formatrice del maschio troneggiante. La femmina è ancora, seguendo suggestioni del geniale Otto Weininger di Sesso e carattere, un essere privo di individualità, un essere che «vive sempre in uno stato di fusione con tutte le persone che conosce». Un essere cui è estraneo il principio d’individuazione. Per questo le femmine viste da Buttafuoco sono un po’ la controparte letteraria del best seller di Rosalinde Miles Chi ha cucinato l’ultima cena? in cui la storia è riletta al femminile per dimostrare che le donne sono state centrali nel progresso, nella scienza, nella religione. Di contro, con questo libro si vorrebbe ribaltare la questione, sottolineando che alle femmine non resta che essere amabile orpello, benefico decoro delle esistenze maschili, come se Dio non avesse creato Eva per fare un aiuto all’uomo ma per deliziarne la vista. Soprattutto se vestita di rosso…

Eppure, coniugando la filosofia con l’estetismo, Buttafuoco rifà anche un po’ il verso al D’Annunzio che nelle donne apprezzava il “vigore ferino” e la “giovinezza insolente”. Infine, c’è l’anima siciliana, anzi catanese, che non si appaga delle pagine dedicate a donna Franca Florio e al suo filo di perle lungo sette metri immortalato in un ritratto a Villa Igiea dal pittore della bella epoque Giovanni Boldini. La si ritrova qua e là, arrogante e sfacciata, in molte pagine del libro: «Sono dee e sante, le donne di Sicilia. Tizzoni d’inferno e criminali vere, poi, quanto a fabbricare trappole ai maschi, così come a mettere ferro e fuoco con le altre donne».

Fimmini non è un romanzo ma neanche un saggio. Piuttosto sembra una raccolta di appunti, con quello stile impressionista che è un po’ il timbro specifico dell’autore. Un timbro che non disdegna la provocazione: il primo ritratto che s’incontra, infatti, è quello di Elizabeth Bathory, murata viva nel 1614, un po’ strega un po’ vampira. Sicuramente un’ossessa e un’assassina. Un salto di quattro secoli e passiamo a Carla Bruni, non solo Circe e non solo ammaliatrice. Una che ha dalla sua parte l’attivismo dell’azione conquistatrice: «Sbrana fascino dopo fascino, conquista lei, muove all’azione e non è icona adatta ai froci, non ha, infatti, la patetica cosmesi delle megere frou frou del pop». Meglio di lei, perché meno temibile, la fulgida Nicole Kidman. In mezzo l’omaggio ad altra icona maschile oggi un po’ polverosa e arcaica ma evidentemente non per tutti: il playboy, rintracciandone il carattere di amor fati nelle biografie di Porfirio Rubirosa e Tomaso Staiti.

Buttafuoco paga quindi il suo tributo ideologico inserendo nella sua personalissima galleria femminile tre donne d’eccezione, che sfuggono alla categoria di “macchina da fottere” graziosamente forgiata da Charles Bukowski: Edda Ciano, Rachele Mussolini e Leni Riefensthal. Alla fine si afferrano alcune verità di fondo che, sulla questione, è bene tenere a mente. La prima: «Cosa c’è di peggio del maschio, cattolico, italiano? Presto detto: un maschio, talebano, mediterraneo». La seconda: «Adesso la femmina sta tornando, e si riprenderà l’incoercibile sostanza dell’assoluto, quella che la rende Oggetto per eccellenza». Ma questa femmina da quale segreto uscio della storia era mai uscita? Invece la femmina appartenente al “secondo sesso”, quella costruita non sulla sua vera sostanza ma sulle sue relazioni sociali, è poderosamente in cerca (e da tempo) di passatempi che non si riducano al rito della seduzione. Buttafuoco non lo ignora di certo, magari se ne ricorderà in un altro libro.

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