Tom Waits. Glitter and Doom

Federico Zamboni

Un sacco di gente esagera, ma fa finta di no. Tom Waits fa finta di esagerare, ma è una trovata di scena. Non uno stramaledetto trucco. Un accorgimento a fin di bene, come usare il megafono per farsi sentire da una folla caotica e distratta. La voce esce distorta? Qualche sfumatura si perde, specialmente all’inizio? Pazienza: in certi casi l’importante è richiamare l’attenzione. Per chiarire le cose c’è tempo. E troppi chiarimenti, del resto, è meglio non darli. Più le cose sono (sembrano) chiare, e meno le persone si soffermano a rifletterci. Più le cose sembrano chiare e più rimangono in superficie, in attesa di essere spazzate via dal primo colpo di vento. O macerate dal primo acquazzone.

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(Tom Waits, I Wish I Was in New Orleans)

Tom Waits ti mette subito davanti l’ostacolo della sua voce sgraziata. Se ti ritrai infastidito – sconcertato da quel modo bizzarro di cantare e da quell’assoluta mancanza di impegno a risultare almeno un po’ più gradevole, un po’ più benaccetto – è inutile perdere altro tempo. Tu ti fidi solo di te stesso e pensi di poter giudicare tutto all’istante. Tu sei convinto che le cose siano buone solo se corrispondono alle tue aspettative. Bene: il vecchio Tom non ha da aggiungere nulla, al cospetto di tanta sicumera. Il vecchio Tom ha imparato da molto tempo (o magari lo sapeva fin dalla nascita) che i giudizi stanno nella testa, proprio come gli inganni, e che l’essenza di un uomo sta altrove. Chissà dove: ma nella testa proprio no.

In questo nuovo album di Tom Waits, che si intitola Glitter and Doom, ci sono due dischi. Il primo è una sequenza di canzoni incise dal vivo e tratte dal suo tour del 2008, che nel mese di luglio lo ha portato a suonare anche qui in Italia. Come è specificato nel suo sito, l’assemblaggio del materiale è stato pensato “come la performance di una [stessa] serata, anche se i 17 brani sono selezionati tra dieci città, da Parigi a Birmingham, da Tulsa a Milano, e da Atlanta a Dublino”. Il secondo disco è una cosa strana: una mezz’ora abbondante di divagazioni verbali, anch’esse tratte dai concerti e raccolte sotto la dicitura “Tom Tales”. Nella consapevolezza che non tutto potrebbe essere immediatamente chiaro (!) un foglietto aggiuntivo invita a leggere la trascrizione on-line. Di che si tratta? Apparentemente di chiacchiere a metà strada fra banalità e stramberia. Storielle come ti immagini che se le raccontassero una volta, prima che la comunicazione di massa cancellasse il piacere, e il bisogno, di scambiarsi osservazioni sul vasto mondo circostante, anziché su quello che ci ammanniscono i media, e specialmente Madama Tivù (quella troia). Storielle che prendono un pezzetto di realtà e se lo lavorano un po’, come quando si sceglie un ramo abbastanza dritto da farne un bastone e ci si mette a intagliarlo tanto per fare qualcosa. Anche se poi, magari, lo si lascia lì dove stava. E quelli che lo trovano si domandano se lo hai perso o se lo hai buttato via.

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(Tom Waits, Glitter and Doom, Dirth in the ground, 2008)

«Benissimo… adesso chiacchieriamo un po’. Okay, uhm, questa è davvero strana. Sapete, gli avvoltoi, io ne ho visti un mucchio da quando ho attraversato il confine del Texas, un mucchio di avvoltoi. La cosa interessante riguardo agli avvoltoi è che, beh, la ragione per cui passano tanto tempo in aria è che sono così leggeri perché mangiano così di rado. Siccome sono tutti piume, tu ne vedi volteggiare uno e pensi “Probabilmente tra un po’ atterrerà e mangerà”, e quello invece si sta chiedendo “Come cazzo faccio a scendere laggiù?”. Ora, ecco la parte triste, immaginati di essere nella stessa situazione. Dopo aver mangiato, e obiettivamente la maggior parte degli avvoltoi che vengono feriti, stando al Soccorso Aviario… la maggior parte degli avvoltoi che vengono feriti sono feriti mentre mangiano. Ecco la cosa triste… essere colpiti da un’auto mentre stai mangiando; ma il problema è che una volta che sono atterrati e che si sono rimpinzati – loro mangiano così tanto perché mangiano così di rado – sono talmente pieni che non possono alzarsi in volo senza vomitare. Lo so, è dura… che razza di scelta, sapete, ti sei appena fatto una gran mangiata e ti tocca vomitare tutta quella dannata roba solo per tornare di nuovo su nel cielo. Io penso a questo, tutte le volte che passo un momento difficile».

Non è uno sketch. Non vuole strappare una risata o, come minimo, un sorriso. È un piccolo apologo da vagabondi, che potranno anche non avere in tasca il becco di un quattrino ma in compenso hanno ancora il tempo e la capacità di guardarsi intorno e di fare qualche riflessione autonoma, su quello che vedono. Parole che non nascono per essere lette, ma ascoltate. Parole che non presuppongono nessun commento. Semmai, un’altra piccola affabulazione dello stesso genere. Ma non subito. Con calma. Come una canzone che si canta per regalarla agli altri, non per far vedere quanto si è bravi.

Tom Waits compirà 60 anni proprio domani. Il tempo, nel suo caso, si è rivelato molto più un alleato, che non un avversario. Tutto quello che avrebbe potuto distruggerlo, a partire dalla sua infanzia povera e dalla sua giovinezza a dir poco inquieta, ha finito invece col temprarlo. Le cose che vanno bene sono molte. Quelle che non vanno bene – o che non vanno sempre bene – hanno smesso di essere una minaccia e si sono ridotte a un dato di fatto. È come vivere in un posto dove il clima è inclemente, in certi periodi. Lo sai e ti regoli. Non ti fai illusioni e, in cambio, non hai brutte sorprese. Prendi quello che c’è di buono e lo onori. Prendi quello che c’è di cattivo e lo accetti. Tieni gli occhi bene aperti sulla società e osservi la follia di un sistema come quello americano che mette il denaro al primo posto, ma quando vuoi distogli lo sguardo e vedi che la tua vita non te l’hanno strappata.

Non sei una superstar come può esserlo – per citare un artista vero e non l’ennesimo pupazzo in formato maxi, tanto acclamato quanto inconsistente – il coetaneo Bruce Springsteen? Nessun problema. Non è mai stato questo, l’obiettivo. L’obiettivo era potersi dedicare a tempo pieno alla propria arte. Scrivere canzoni e suonarle dal vivo. Rinnovare all’infinito questo patto a distanza tra persone libere che devono cavarsela da sole ma che ogni tanto si ritrovano. Anche solo applaudire, a volte, è come essere nella band.

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