Piazza Fontana. Strage cutanea

Fabrizio Fiorini

piazzafontana_fondo magazineEsistono malattie, esistono sintomi ed esistono segni. Se la malattia viene comunemente definita come una anomalia, una disfunzione, un deficit dell’organismo sul piano fisiologico o psicologico e i sintomi come una alterazione che il soggetto ha della propria percezione di sé, i segni sono oggettive manifestazioni patologiche che la scienza medica, a un esame obiettivo, ravvisa e identifica nel soggetto malato.

Ciò che è da curare è la malattia. Se uno ha la malaria non bisogna solo cercare di far cessare il delirio; né bisogna dirgli “curati la febbre”. E’ la malattia che va estirpata, è l’organismo, nella sua complessità fisiologica, che va sanato. Se un medico dovesse fare confusione tra malattia, sintomo e segno si leverebbero contro di lui delle critiche severe, lo si accuserebbe di essere un ciarlatano o un inetto. La stessa severità non è riservata in genere a chi, con la stessa superficialità o malafede, compie analoghi errori nella valutazione di eventi – più o meno ‘storici’ –  che riguardano il corpo politico della società.

Da pochi giorni si è commemorato, per il suo quarantesimo, l’attentato dinamitardo che il 12 dicembre del 1969 ha avuto luogo a Milano, in piazza Fontana, presso la sede di un istituto bancario. E in ogni mese dell’anno, miseri noi, si commemora una strage, un attentato, un sequestro, un’azione armata avvenuta nei primi decenni di vita della nostra Repubblica nata dalla resistenza e dal munifico mandato degli “alleati” (di chi?). Non solo ogni mese, ogni settimana potrebbe tenersi un analogo rito della memoria, tanti sono stati i caduti che hanno alimentato il lago di sangue sparso in quegli anni. E ogni anno, con sbalorditiva clemenza, integerrimi politicanti e zelanti storici fanno trapelare il loro vellutato disappunto nei confronti di questo ordinamento capace di identificare il Dna delle zanzare ma non di trovare chi ha messo una bomba di cento chili in una stazione. E questo ordinamento hanno il coraggio di chiamarlo “Stato”. “La strage è di Stato!”, gridano i più intransigenti. Adeguiamoci alla comodità espressiva, e questa rete internazionale di potenti e ‘illuminati’ criminali chiamiamola pure “Stato”; e affermiamo quindi che la verità su quegli eventi non potrà mai – res sic stantibus – essere svelata perché lo Stato non può condannare sé stesso. La soluzione resta e rimarrà solo in quel “res sic stantibus”, insieme al nostro slancio e alla nostra determinazione per revolvere, per fare in modo che le cose non restino così per sempre.

Le bombe che esplosero in Italia in quegli anni altro non furono che eruzioni cutanee. Un “segno”, appunto, non una malattia. Un segno che rendeva oscena  e purulenta la pelle di un corpo nato irrimediabilmente malato, quello della nostra repubblica senza sovranità. Quello è stato il vero humus da cui queste manifestazioni dolorose hanno preso corpo: non un terrorismo o un’eversione che vedevano solo gli sciocchi e gli utili idioti.

E’ inutile e dannoso cercare le responsabilità analizzando le esternazioni dei protagonisti di quegli anni. Chi crede alle “trame nere” o alla dinamite anarchica e chi – con regale (e reale) distacco – sorvola sulle segrete regie internazionali che sono dietro quegli eventi considerandole chiassoso chiacchiericcio sono sullo stesso piano. Sullo stesso piano anche di chi si ostina a vedere deviazioni e mele marce. Tutti costoro hanno rinunziato al revolvere, hanno abdicato (oltre che alla loro dignità) alla affermazione della nostra sovranità e della nostra libertà. L’analisi e la scienza politica sono scienze sì terrene, ma che possono assurgere agli altari più alti se raffrontate alle inchieste giudiziarie. Pertanto, una volta individuati quale è la malattia e quali le manifestazioni indotte, la verità sulle stragi e sulla violenza è da ricercarsi ancora una volta nell’individuazione di chi da queste stragi e da questa violenza trasse vantaggio.

Tanti ne trassero vantaggio, ma tra questi tanti, come si suole dire, “il migliore ha la rogna”. Senz’altro, per primi, quanti affermarono la cristallina e vecchia prassi di destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare l’ordine politico. Poi coloro che non digerivano l’erigendo dissenso che in quegli anni prendeva forma e che si delineava in inedite strutture politiche, e che preferivano che i giovani si scannassero nelle piazze in nome di un antifascismo e di un anticomunismo d’avanspettacolo. Poi coloro che, non guardando tanto di buon occhio le residuali tendenze politiche italiane che auspicavano una pur incompleta affermazione di sovranità (da Fanfani a Craxi, da Moro a Mattei), provocarono un logoramento delle strutture istituzionali (a quella colonia Italia ancora  inaffidabile non fu concessa neanche l’energia nucleare; ma qui non usarono l’espediente del terrorismo, bensì pretesti ambientalisti…). Se ne giovarono poi quelli che dovevano coprire ogni malefatta e punire ogni slancio mediterraneo della nostra penisola con una “pista araba”. Se ne giovarono tutti, insomma, tranne i (pochi) rivoluzionari.

Questa è la verità sulla strategia della tensione, sulle stragi dell’anti-Stato, al di là e indipendentemente da ogni bassa manovalanza.

Oggi la strategia della tensione può affermare di essere stata vincente. La sua vittoria sta nell’oblio quarantennale che la copre come un sudario. Manifesta la sua vittoria nella menzogna che chi più chi meno prende come verità sacrosanta e nella demonizzazione delle istanze rivoluzionarie. Ha vinto nell’annullamento delle coscienze a cui poco o nulla interesserebbe se domani Il Corriere della Sera titolasse “La strage è di Stato” e a cui viene dato ogni tanto un contentino con la condanna di qualche vecchio generale o di qualche bombarolo d’accatto.

C’è oggi chi parla, buon cuore il suo, di un’amnistia generale per coloro che in quegli eventi hanno avuto un ruolo. Dicono che sarebbe la panacea per tutti i mali. Abbiamo iniziato citando – indegnamente – la scienza medica, e allo stesso modo concludiamo. Non è un po’ di pomata lenitiva sulla consunta pelle di questo sistema che ci risolleverà. E’ tutto questo corpo malato, deforme come il mondo moderno e che assume le sembianze multicolori della società in cui viviamo che necessita non di un’amnistia, ma di un pietoso e liberatorio esame autoptico.

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