Paolo Pili. Fra Lussu e Mussolini

Romano Guatta Caldini

brigata_sassari_fondo magazineChe il Fascismo non sia stato un monolite ideologico, grazie all’odierna storiografia, è ormai appurato. Eppure, nonostante gli sforzi di molti studiosi, alcune correnti del movimento di rivoluzione nazionale, creato da Mussolini, sono ancora sconosciute e non hanno avuto il giusto risalto. Tra queste, il sardo-fascismo è tra le più  rappresentative.  Nato all’indomani del primo conflitto mondiale, tale corrente sorse grazie alla confluenza  degli ex combattenti del Partito Sardo d’Azione all’interno delle federazioni isolane del movimento fascista. Trasmigrazione politica voluta da Emilio Lussu e conclusasi, fondamentalmente, grazie all’opera di Paolo Pili.  Prima direttore regionale del P.S.d’AZ. e poi segretario del P.N.F., nella città di Cagliari, Paoli Pili si può definire  l’erede di Attilio Deffenu e della sua politica antiprotezionista.

Come il Fascismo, anche l’azionismo sardo nacque dall’aggregazione, pressoché spontanea, degli ex combattenti, al ritorno dalle trincee. Non è un caso, infatti, che molti dei fondatori dell’azionismo fossero commilitoni del Deffenu, nella Brigata Sassari. Sempre al pari del Fascismo, anche il fenomeno sardo fu inter-classista, anche se con una forte connotazione proletaria: contadini e pastori, affiancati, però, da piccoli e medi proprietari terrieri e dalla media borghesia impiegatizia. Tutti uniti dal comune sacrificio bellico e dalla volontà di costruire una Sardegna indipendente, sia politicamente che economicamente. I sardisti, guidati da Emilio Lussu, si faranno promotori di alcune iniziative di protesta come l’occupazione delle terre ma anche l’avvio di progetti cooperativistici al fine di strappare il monopolio caseario e vitivinicolo ai latifondisti legati alle industrie continentali. Questo tipo di politica porterà gli azionisti a scontrarsi con i socialisti,  accusati di riformismo e di scarsa incisività nonché all’avvicinamento al  movimento fascista, che si era fatto portavoce delle medesime istanze di giustizia sociale e re-distribuzione della ricchezza.

L’effettiva fusione tra sardisti e fascisti avvenne, però, solo all’indomani della marcia su Roma, grazie all’opera di Paolo Pili, del Prefetto Gandolfo e dello stesso Emilio Lussu; poi, però, quest’ultimo deciderà di ritornare sui suoi passi. Eppure, almeno inizialmente, l’antiparlamentarismo farà da collante: «Il parlamento – scrive Lussu – è la vecchia Italia, retorica e burocratica, suonatrice di mandolino: è cosa morta (…) Da così sfatto cadavere non può sorgere tanta possente giovinezza.» (1) Lo storico meridionalista Giuseppe Barone, nel tentativo di comprendere il processo di assimilazione, ha scritto: «L’anomalia o la caratteristica del fascismo sardo è, come sappiamo, la confluenza del sardismo, o meglio di una parte di esso, nel fascismo. Due forze antisistema in opposizione al notabilato locale, con forti elementi di differenziazione […], ma anche con molti elementi di omogeneità. A unire combattentismo e fascismo erano certamente la critica alla democrazia parlamentare, una forte vena antisocialista, antioperaia e antiproibizionista e soprattutto una fortissima polemica anticlericale contro le vecchie consorterie: vi erano tutte le condizioni perché sardismo e fascismo unissero i loro sforzi per disarticolare il vecchio blocco di potere e chiudere con l’esperienza politica del trasformismo» (2)

Da rilevare, comunque, che prima di Pili e dopo Deffenu, Paolo Orano si fece portavoce d’istanze ascrivibili alla futura corrente sardo-fascista. La compresenza di temi come l’indipendentismo, il nazionalismo e la ri-visitazione del socialismo di origine sindacalista rivoluzionaria saranno i punti-forza del sardo-fascismo e dei suoi esponenti; Paolo Pili, Antonio Putzolu, Giovanni Cao e Salvatore Siotto, i principali. Questo gruppo, di  ex combattenti e giovani fascisti, si farà promotore di una reale rivoluzione all’interno dell’economia isolana. Grazia alla legge del «miliardo», ad esempio, Pili e i suoi otterranno i finanziamenti per l’ampliamento della rete stradale, per le opere di bonifica, per il rinnovamento di vari porti dell’isola e soprattutto per l’avvio di cooperative agricole.  Un’operazione anti-monopolista, quest’ultima, che Nino Carrus ha così descritto: « Lui (Pili) però, il pensiero cooperativo, il terzo settore né capitalistico né socialista, lo pensava estensibile a tutti i settori agricoli della Sardegna.»(3) Una politica, quella di Pili, che scardinava gli antichi processi clientelari e che rivoluzionava, di fatto, l’intera produzione casearia, a discapito dei potentati locali e non.

Dal ’27 in poi, dopo la rottura e i dissidi con l’amico e deputato Antonio Putzolu, la carriera di Pili comincerà ad avere una fase discendente, dovuta, anche e soprattutto, all’opposizione interna venuta a crearsi a causa delle politiche cooperativistiche da lui avviate. Politiche che, evidentemente, avevano provocato non pochi problemi alle vecchie consorterie isolane in combutta con le grandi industrie continentali. Nonostante l’appoggio del proletariato contadino e dello stesso Mussolini, Pili, di fatto, verrà prima destituito e poi condannato al confino.

Ciononostante, ancora nel ’42, per volontà di Mussolini, Pili si occupa della creazione del porto franco di Cagliari, con  l’incarico di alto commissario per la Sardegna, mentre nel ’46, da alle stampe il suo “Grande cronaca piccola storia”, ripercorrendo, così, le fasi della sua strategia  d’affrancamento autonomista. Un esperimento che, se non fosse stato ostacolato, avrebbe potuto facilmente esaudire i desideri indipendentisti del popolo sardo e, forse, anche le speranze di un celebre fascista sassarese: « Vogliamo l’indipendenza – scrive Stanis Ruinas – e l’unità nazionale ma vogliamo anche la nazionalizzazione dei grandi istituti bancari, il riconoscimento dei consigli di gestione e le grandi riforme agrarie. (…) Vogliamo che nella nuova repubblica (…) non ci sia più una famiglia disoccupata, senza pane e senza tetto.» (4)

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(1) Salvatore Lupo –  Il fascismo. La politica in un regime totalitario, Ed. Donzelli pag.179

(2) Giuseppe Barone –  La Sardegna nel Regime Fascista

(3) Nino Carrus – Il pensiero politico-economico del Sardo-Fascismo fra le due guerre

(4) Paolo Buchignani – Fascisti Rossi, Ed.Mondatori pag.94

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