Marco Caponera. L’inutile

Mario Grossi

Al pozzo di  Kairouan c’è un cammello bendato e gira in tondo in una stanza al buio. Senza fermarsi gira. E girando, inutilmente si muove, ma non si sposta mai dal suo tragitto circolare. E torna sempre al punto di partenza. Dal suo inutile moto immobile sgorga dal profondo l’acqua che disseta l’intera città. Il suo inutile gesto ci salva tutti i giorni dalla sete.

caponera_fondo magazineUna signora impellicciata chiese a un naturalista: ”Ma a che cosa servirà mai un castoro vivo?” Rispose il naturalista: ”A nulla, signora, a nulla; come Mozart!”

Quando mi raccontarono questa breve storiella dal velato sapore nonsense ne rimasi fortemente impressionato. Era da tempo che mi interrogavo su un tema che per tutta la vita aveva incrociato il mio percorso e che mi era costato anche delle accuse da parte di mia moglie che mi rimproverava di essere un genitore scellerato.

Era capitato che mia figlia, dopo le scuole medie, decise di iscriversi ad un liceo classico. Io sottoscrissi la scelta, mentre mia moglie si lasciò andare a considerazioni che provocarono la mia reazione e a catena una discussione che non si è estinta ancora.

Sosteneva la mia consorte che una scelta tanto inattuale e inutile non avrebbe portato a nulla di buono se non generare un’altra spostata come me, che, guarda caso, avevo in un remoto passato optato per la medesima scelta. Non seppi replicare molto. Sostenni che, il parametro di giudizio da lei scelto, quello dell’utilità, si sarebbe rivelato sterile, come sempre quando lo adottiamo come stella polare del nostro pensiero. Mi lanciai in una perorazione un po’ febbricitante, che mancava di una struttura forte, razionale, comprensibile, sulla necessità dei saperi “inutili” come fondamentali.

Quella storiella della signora impellicciata, del castoro e del naturalista mi sembrò fin dall’inizio come un testo fortissimo, in forma d’aforisma, teso a dimostrare proprio come una visione utilitaristica non approda a nulla e ci impedisce invece di vibrare, fluttuando felici (e inutili) nel variopinto mondo che ci circonda, che dispensa di senso le cose che ci circondano e che non riduce tutto a una piatta tabula rasa costituita dall’utile omnipervasivo.

E quella storiella mi è riaffiorata dalla memoria durante la mia visita alla fiera della piccola e media editoria “Più libri, più liberi” svoltasi a Roma ultimamente, quando nello stand de “le nubi edizioni”, che già conoscevo per alcuni interessanti titoli sul suicidio che avevo letto avidamente, ho pescato L’inutile di Marco Caponera [nella foto sopra].

Troppo ghiotto, mi sono detto, un saggio che in forma breve tenta di attraversare le pieghe di un pensiero irragionevole, così come il sottotitolo mi avvertiva. Troppo ghiotto per un lettore non filosofo, non saggista, non letterato, sceglierlo come breviario per dipanare una matassa di fili impalpabili e frammentari rappresentati dal tema dell’inutile.

I lettori sono una razza strana, come i loggionisti della Scala, pronti a osannare un novello artista o pronti a fischiarlo sonoramente senza mediazioni, senza giudizi moderati dettati dall’opportunità o dall’utilità.

Bene, da loggionista, mi sono alzato in piedi, dopo la lettura, tributando una “standing ovation” all’autore e alla sua opera, breve ma tutt’altro che esile.

L’inizio è abbacinante nella sua immediata ovvietà che proprio perché sotto gli occhi di tutti viene nascosta o trascurata.

Abbacinante come un raggio di sole che ferendoti gli occhi ti impedisce la vista ma ti fa percepire, col suo tepore, quello che non vedi.

Contro l’idea che l’inutile sia il nemico dell’utile e si ponga come suo oppositore e rivale, l’autore scodella una pepita d’oro, con estrema nonchalance, proprio con un gesto gratuito e inutile e ci testimonia da subito quanto questo testo non sia il frutto solo della sua sagacia intellettuale ma che sgorga diretto dal suo cuore.

“La parola inutile nella lingua italiana è composta sia dal sostantivo “utile” che dal prefisso privativo “in”. Nell’uso corrente l’unione genera negazione, ma c’è un altro significato nascosto nella parola stessa: l’uso di “in” come preposizione può essere interpretato come “nello” utile, cioè come qualcosa di non nettamente separato dall’utile, quasi una sua componente interna”.

È da questa dono regalatoci senza contropartita che si dipana tutto il saggio seguente.

L’inutile è parte costitutiva dell’utile è a esso legato tanto che i due sono imprescindibili. L’inutile non può esistere senza l’utile. Utile e inutile sono inseparabili. Sono uno nell’altro. Sono una faccia della stessa medaglia.

“L’in-utile svela la particolarità e la precarietà dell’utile, che da sistema universale quale si descrive, viene rivelato per ciò che è: parte di un tutto, più grande, meglio articolato e decisamente più complesso di una variabile quantità di numeri messi in ordine per misurare il grado di bene individuale e collettivo, di soddisfazione personale e aziendale, di capacità di profitto e di lavoro o piuttosto di impatto ambientale”.

Da qui ne discende che l’inutile non è l’opposto dell’utile ma intende essere il rifiuto del punto di vista unico.

Questa contrapposizione e scontro, nasce in seno alla nostra società postmoderna, dove tutto, come in un lucido delirio, è catalogato e giudicato secondo le sole categorie dell’utile.

È tipico della nostra società assistere al sopravvento dell’economia sulla politica. E se l’economia è il primato dell’utile, “il concetto d’inutile è lo strumento attraverso il quale la sfera propriamente politica prova a rimettere radici in seno alla società”.

L’inutile, con il predominio dell’economia sulla politica non viene cancellato, viene semplicemente nascosto agli occhi di tutti, ma permane. Spetta al volenteroso che vuole farlo riaffiorare rimboccarsi le maniche e mettersi a percorrere una strada ardua e ricca d’insidie.

La comparsa alla vista dell’inutile viaggia di pari passo all’affermazione nella nostra società del totalitarismo imposto dal pensiero economico. Totalitarismo inteso come affermazione di una sola, delle molteplici dimensioni, che costituiscono la policromia del mondo.

E il pensiero quando si fa veramente totalitario genera una sovrapposizione mostruosa. “Allo stato ideologico cui siamo giunti non c’è più distinzione tra utile e realtà: ciò che è utile è reale ciò che non è utile semplicemente non è, non può essere.”

Nessuno si senta escluso da questa riduzione di senso perché “anche l’essere umano stesso è utile e finchè è utile è reale, fuori dall’utile c’è l’emarginazione e la scomparsa, c’è una realtà espulsa”.

Chi intraprende la dura via dell’inutile sappia però che percorre un insidioso piano inclinato e che avrà vita dura perché, in un mondo che ha scelto come modello unico quello della razionalità, dell’utile, sarà difficile far accreditare l’inutile che “è fondato su di una razionalità altra, intesa come apertura e allargamento dei confini della ragione stessa, considerata solo in termini utilitaristici, che evidentemente non contempla null’altro che sé”.

Un’estensione di senso difficile da far capire, che si allarga però a macchia d’olio. “Come l’inutile non è mera negazione dell’utile, così l’irrazionalismo non può essere considerato come negazione del razionalismo ma come sua estensione”.

Accenti orientali in tali definizioni. L’azione inutile non è un salto verso l’irragionevolezza ma “vanta una propria logica, proprie finalità, e un proprio metodo”. “Non è illogica, segue semplicemente una logica avversa all’unica logica ammessa, quella del calcolo e dell’utile”.

Esempio tipico di oltrepassamento del pregiudizio economico e dell’utile è rappresentato dal dono.

Qui l’autore investiga i vari tipi di definizione di dono sostenendo che il dono inutile non discende dai concetti di charìs (greca e romana) e di grazia (divina) o dal concetto di regalo, liberalità tipica del re nei confronti dei sudditi. Tutte queste forme di dono in realtà non prescindono mai dal concetto di scambio e non prescindono pertanto dal vincolo utilitarista.

Per eludere la triade: donare, ricevere, ricambiare descritta da Mauss che prevede una forma di dono, interessato e vincolante, tra coloro che accettano questo patto non scritto, l’autore invita a prendere in considerazione il dono disinteressato, che si pone al di là della formula dello scambio che appartiene più al modello utilitarista che non. In fondo sostiene, come indicato in testi come il Baghavad Gita o il Tao Te Ching, esistono forme di agire disinteressato, senza tornaconto, da diversi secoli teorizzate.

È il dono disinteressato che scardina e oltrepassa il pregiudizio economico (di scambio) insito nel baratto, nella compravendita e anche nel dono nell’accezione indicata da Mauss.

Il dono “è il gesto inutile per eccellenza” ma non è un gesto metafisico, anzi è incarnato nell’immanenza e “non è e non può essere, più o meno puro, esso è o non è, senza gradi, altezze e profondità, senza tanto o poco, è una diversa qualità del pensiero e dell’azione”.

Insomma il dono inutile non può essere quantificato, calcolato. Non è un modello di pensiero razionale descrivibile e insegnabile. Non è prevedibile.

È un gesto spontaneo che compare qui e ora senza poter esser previsto, misurato e circoscritto in un modello che ne descriva l’insorgere, il suo modo di svilupparsi e di scomparire.

È pertanto impossibile insegnarlo e codificarlo, è un moto che va ricercato ma come la folgorazione del lampo, preparando se stessi come un terreno fertile da cui spunterà, forse, non si sa bene come e non si sa bene quando, una scintilla inutile e splendente.

Forse sta in questo la sua debolezza, la sua esile bellezza che sempre viene annientata dallo scarpone chiodato del pensiero logico, razionale, calcolabile, progettabile dell’utile.

Ma di fronte a questo flebile sfondamento di una porta, che ci permette di intravedere un pertugio verso un ulteriore che non ci releghi per sempre in un asfittico presunto utilitaristico Paradiso terrestre, forse è bene, forse è bello tentare con tutte le nostre forze di battere questa via stretta che non è via di fuga, ma che, ci ammonisce l’autore, è via di riscoperta di questo nostro vivere colto come una stratificazione di sensi concentrici che ci evitano una morte certa sancita dal piatto deserto di un senso, l’utile che si vuole appropriare del tutto.

Qui e ora si può assistere all’irrompere, volendo, dell’inutile, scoprendo che di sovente un gesto in apparenza irragionevole nasconde la più grande delle utilità: la vita.

Come successe a me in un viaggio a Kairouan, una delle città sante dell’Islam, che m’ispirò la breve novelletta d’apertura.

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