Il sangue dei vinti. In fiction

Giovanni Di Martino

il-sangue-dei-vinti_fondo magazineLe vicende della guerra civile italiana, o se si preferisce della guerra di Liberazione, o se si preferisce  della guerra tra i fascisti repubblicani e i partigiani (1943-45) e le relative atrocità, che da una parte (bande di assassini torturatori che prendevano il nome dal proprio capo: Koch, Carità, Barracu, Bardi…) e dall’altro (così detto “triangolo della morte”, linciaggi a caso delle folle cittadine impazzite…) sono state commesse, non sono oggi sdoganabili. Lo sono state negli anni Cinquanta e Sessanta, forse lo saranno un domani, ma sicuramente non lo sono oggi. Lo saranno nuovamente quando il fascismo verrà nuovamente considerato un periodo storico, così come è stato considerato subito dopo la propria fine. Ma finchè il fascismo resterà il paradigma di riferimento di ciascuna parte politica per indicare il male assoluto totale contemporaneo (Fanfani, Craxi, Berlusconi, Fini, D’Alema, Bush, Chavez, Amadinejhad), operazioni tipo Il sangue dei vinti (libro, film o miniserie televisiva che sia) sono destinate a fallire. Questo Giampaolo Pansa lo sapeva molto bene anche prima di scrivere il controverso libro a cui è ispirato lo sceneggiato televisivo che è andato in onda la scorsa settimana su Rai Uno. Infatti in un intervista a Paolo Pisanò di un po’ di anni fa, lo stesso Pansa ha dichiarato che negli anni Cinquanta e Sessanta, per quanto il fascismo fosse demonizzato, frottole sulla guerra civile 1943-45 non se ne raccontavano. Erano ancora vivi tutti quelli che l’avevano combattuta o vissuta, e raccontare balle era molto difficile.

Il problema è tutto di oggi. Giampaolo Pansa, giornalista e storico antifascista, scrive un libro in cui documenta alcune atrocità commesse dai partigiani, cioè dei vincitori in una guerra conclusa 60 anni prima. In teoria niente di male, ma in pratica (e in Italia) il finimondo. Pansa viene accusato subito di essersi convertito al fascismo, e la corporazione degli storici non si degna nemmeno di aprire i suoi libri per vedere cosa ha scritto. Nessuno – tranne il torinese assessore Gianni Oliva, lo storico del Crtl C, Ctrl V – prende le tesi di Pansa e cerca di smontarle. Nessuno accusa Pansa di aver trovato un filone aurifero e di volerlo sfruttare (cosa che probabilmente è successo, ma non è un peccato grave). Tutti riversano insulti su Pansa per lesa Resistenza, e l’operazione riesce sì a livello commerciale, ma fallisce a livello culturale. A Pansa viene impedito di parlare in pubblico, e tutto quello che gli storici (Giorgio Bocca in primis) riescono a fare è lodare le iniziative di boicottaggio.

Sdoganare quei fatti, per il solo interesse storico s’intenda, dato che – questa è la mia opinione – l’otto settembre 1943, nella sua sciagurata vergogna, ha legittimato qualunque scelta, fascista, antifascista e neutrale, è in Italia impossibile. E dal momento che è impossibile, il film e la versione televisiva de Il sangue dei vinti, con tanto di attore protagonista PD, e quindi potenziale viatico per lo sdoganamento, è interessante artisticamente, ma non sposta di una virgola la miseria storiografica nazionale.

Lo sceneggiato (o “miniserie”, come oggi si usa dire con neologismo orrendo) è anche riuscito bene. Non tanto in senso assoluto, quanto se confrontato con le porcherie degli ultimi anni, piene di errori storici e di attori non attori che leggono l’elenco del telefono anziché recitare (da La vita è bella, con il carro armato americano che libera Auschwitz, fino ai due orrendi film su Cefalonia ed El Alamein).

Eppure in Italia film di guerra all’altezza ne sono stati fatti (La battaglia d’Inghilterra di Castellari, La battaglia di El Alamein di Ferroni…), anche sulla Repubblica Sociale (Tiro al piccione), e sembra impossibile che oggi non si riesca più a recuperare un minimo di tecnica e di capacità in quel senso. Proprio per questo Il sangue dei vinti non è un fiasco: lo hanno scritto due vecchi artigiani, lo sceneggiatore Dardano Sacchetti (quello dei polizieschi anni settanta) e l’ex allievo di Dario Argento Michele Soavi, e lo hanno riempito di vecchie glorie cresciute in un epoca in cui l’Italia del cinema diceva la sua (Philippe Leroy, Giovanna Ralli, Luigi Maria Burruano…). Anche sul protagonista sono andati sul sicuro: l’ex commissario de La piovra, Michele Placido, temprato da ogni tipo di ruolo ed interprete dei film di Citti e Monicelli. Insomma ce l’hanno messa tutta e il risultato è apprezzabile.

Ma lo sdoganamento non è riuscito per i motivi prima elencati. Tant’è che se ci fossero le condizioni per uno sdoganamento (ed oggi non ci sono), non ci vorrebbe uno sceneggiato drammatico per spiegare che molte volte le scelte sul campo in cui combattere la guerra civile sono dipese da cause del tutto contingenti e dunque bisogna andarci piano a dare giudizi ex post. Basterebbe un film comico. Nel 1974 uscì il film Il domestico, con Lando Buzzanca, nella cui prima scena questa drammatica fatalità venne spiegata molto bene: il protagonista viene nominato attendente di Badoglio il 7 settembre 1943, ed essendo cameriere, è lusingato per l’incarico perché pensa che dopo la guerra questa sia una referenza eccezionale. Ma dopo ventiquattrore si trova su un treno che lo porta in campo di concentramento in Germania e non ha ancora capito il perché.

Per spiegare il sangue dei vinti, occorre dunque il permesso dei vincitori e solo quello.

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