La gogna mediatica non ha funzionato

Angela Azzaro

bilancia_della_giustizia_fondo magazineOggi che sembra finita e che è stata stabilita un po’ di verità, mi vengono in mente gli occhi di Alberto Stasi. Erano gli occhi di una persona braccata dalle telecamere. Con il fiato sul collo. Con l’opinione pubblica tutta contro. Ma secondo la maggior parte delle persone i suoi occhi erano quelli dell’assassino di Chiara Poggi.

Secondo loro quello sguardo spaventato, terrorizzato non avrebbe mai potuto essere dovuto al dolore per la morte della fidanzata o alla paura di essere incastrato. Era invece un’ammissione di colpa, era lo sguardo di chi diceva sì, sì: sono stato io. Questa sentenza senza processo non l’ho mai capita.

Adesso che il processo vero si è concluso con l’assoluzione di Alberto Stasi non posso che tornare a quei giorni. A quel can can mediatico che spingeva verso la sua colpevolezza senza se e senza ma. Una colpevolezza di cui si era convinta fin dal primo istante anche la pm Rosa Muscio spingendola non verso la verifica seria e puntuale delle prove, ma verso la costruzione di una tesi accusatoria campata totalmente in aria. C’è un collegamento tra queste due cose: cioè tra la pressione mediatica e il pressapochismo del pubblico ministero?

La scelta del rito abbreviato, fatta dai difensori di Stasi, è stata alla fine una scelta vincente. Stasi ha incontrato sulla sua strada un gup, Stefano Vitelli, meticoloso che davanti alle carte della pm ha detto: qui qualcosa non va e ha chiesto nuove perizie, perizie che hanno ribaltato molti punti confermando soprattutto l’alibi di Alberto quando diceva che la mattina dell’omicidio era rimasto a casa a scrivere la tesi di laurea.

E’ forse questo uno dei punti più importanti per capire la sentenza di assoluzione pronunciata da Vitelli. La pm, all’inizio, aveva supposto che l’ora dell’omicidio doveva essere tra le 11 e le 11, 30. Orario poi slittato a dopo le 12 e trenta, quando le nuove perizie avevano verificato che effettivamente verso le 11 Alberto era al computer. Ma può essere credibile una pm che fissa l’orario dell’omicidio in maniera così imprecisa e adattandolo di volta in volta alle sue convinzioni?

Vitelli ha motivato la sua scelta sulla base dell’articolo 530, secondo comma, del codice di procedura penale secondo cui deve essere pronunciata sentenza di assoluzione «quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova». I dubbi non riguarderebbero solo l’orario, ma anche il movente, l’arma (mai ritrovata), e le famose scarpe di Alberto. Secondo l’accusa dovevano essere sporche. Fu infatti Alberto a trovare il corpo di Chiara in un lago di sangue e a denunciare il ritrovamento alla polizia. Come mai, si è chiesta, la pm Muscio, non c’era traccia di sangue? L’unico modo, secondo la sua ricostruzione, è che Alberto se le fosse cambiate proprio per nascondere le prove. Troppo poco anche questo, visto che – come hanno sostenuto gli avvocati di Alberto – potevano essersi pulite da sole, nei vari spostamenti di Alberto, prima dei controlli, oppure non essersi mai sporcate.

La sentenza Garlasco è importante perché smonta un’accusa tutta basata su indizi e su un’indagine effettivamente compiuta non a tutto tondo, come dovrebbe essere, ma sulla base di un’idea preconfezionata fin dall’inizio.  Cosa sarebbe accaduto se la pm avesse agito in maniera meno prevenuta? Forse oggi non saremmo in questo limbo. Perché è sì vero che Alberto è stato riconosciuto innocente, ma resta invece sospesa la domanda di chi è stato davvero l’assassino di Chiara. Non sappiamo chi sia stato, ma certo le prove in mano al gup non sono davvero sufficienti per inchiodare l’unico personaggio diventato oggetto delle speculazioni del pubblico ministero.

Questa vicenda, risulta interessante per tanti aspetti, ma mi vorrei soffermare soprattutto sull’aspetto simbolico, e per tornare alla domanda di prima sul legame tra media e giudici, su quanto oggi l’opinione pubblica sia entrata, in modo qualunquistico, dentro le aule di tribunale. Non è un problema che si ritrova solo a Garlasco ma è una tendenza che da alcuni decenni caratterizza la vita italiana.

La storia di Alberto racconta una società che ha bisogno di mostri. Mostri che vengono costruiti in un batter d’occhio senza alcuna pietà nei confronti della persona coinvolta. E’ come se gli italiani, con la scusa di aver bisogno di conoscere la verità e di voler giustizia, avessero invece dimenticato davvero le regole basilari del diritto. E’ una spirale che coinvolge società, media, uomini politici. Ed è una spirale che non ha colore politico.

Il punto è capire che questo senso comune così forcaiolo non rimane fuori dalle stanze dei pm. La pressione mediatica ha effettivamente un peso. Rosa Muscio, con il suo modo di procedere, lo ha dimostrato. Questa volta il gup è riuscito a ribaltare la tendenza. Ma andrà sempre così? Ci sarà, ogni volta, un giudice serio che non si accontenta di indizi poco credibili? E’ difficile dirlo, ed è altrettanto complicato pensare di affidarsi al caso. Forse, varrebbe la pena fermarsi un momento a riflettere per capire che cosa è accaduto in questi anni. Si è iniziato con Di Pietro e i suoi processi in tv su Tangentopoli, si è continuato in un crinale sempre più pericoloso che ha prodotto Cogne, Perugia, Garlasco e – aggiungerei – anche le lacrime di Moggi, mostrate durante il processo di questi giorni. Non si può pensare che le telecamere accese sul volto delle persone sottoposte a processo sia neutra, non produca significato. Ed un significato che va ricercato non tanto sul piano della verità e dell’informazione, ma su quello del colpevole a tutti costi, di una telecamera che spinge verso la condanna popolare di una persona prima della sentenza definitiva. Ma questa è una deriva che va fermata.

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