Elvio Fachinelli. Destra e sinistra sono finite

miro renzaglia

Elvio Fachinelli, nato a Luserna nel 1928 morì a  Milano il 22 dicembre 1989. Entrato a far parte della Società psicanalitica italiana nel 1966, ha collaborato con riviste politico-culturali come Quindici e Qaderni Piacentini. Il più importante apporto alla psicologia è stata la promozione di un modello pedagogico “non autoritario”, realizzato anche con la creazione di progetti pratici, come il suo asilo di Milano. E’ stato il traduttore ufficiale delle opere di Freud. Fra i suoi libri: Il bambino dalle uova d’oro (1974), La freccia ferma (1979), Craustrofilia (1983), La mente estatica (1989) e Intorno al ’68, pubblicato postumo nel 1998.

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22 dicembre 2009

Chi ha paura del pensiero libertario?

miro renzaglia


Giorgio Gaber, Destra-Sinistra

elvio fachinelli_fondo magazineL’editoriale di giovedì scorso di Luigi La Spina sulla Stampa, parlando del clima di scontro che sta caratterizzando la vita politica italiana, ha usato la categorie “delle due destre e delle due sinistre”: da una parte il dialogo, dall’altra lo scontro che Pierluigi Battista del Corsera ha addirittura definito da guerra civile. Forse non è una guerra e non è nemmeno tanto civile ma è così ingarbugliata che ormai non si parla neanche più di centro-sinistra e centro-destra ma di dinamiche conflittuali più interne che esterne ai due schieramenti, dove i confini di identificazione dell’amico-nemico, dell’alleato-avversario sono a dir poco problematici.

La verità probabile è che stiamo assistendo al disfacimento di due categorie, destra e sinistra che, non da oggi, segnano limiti di capacità identificativa e interpretativa dei processi politici, e non solo politici, in corso d’opera. Lo aveva capito, per esempio, e anticipato tanti anni fa quel fenomeno della canzone d’autore che fu e rimane Giorgio Gaber con la celebre, la ricorderete: “Destra-Sinistra”, che chiudeva il suo ritornello finale («destra-sinistra-destra-sinistra-destra-sinistra») con un fulminante ed annoiato: «…e basta!». L’invettiva di Gaber probabilmente non arrivava per caso. Era il 1994 e quel testo sembra la risposta polemica al pamphlet di un senile Norberto Bobbio, che portava quasi lo stesso titolo della canzone, Destra e sinistra, uscito nello stesso anno e che riproponeva, puntigliosamente, distinzioni categoriali già vecchie di oltre due secoli.

Ma c’è qualcuno che sulla stessa questione anticipava Gaber di oltre un decennio: Elvio Fachinelli, di cui oggi, 22 dicembre, ricorrono i venti anni dalla morte. La domanda che si poneva era: e se la coppia simbolica destra e sinistra fosse esaurita? Fachinelli, psicoanalista di origine freudiana e scrittore esprimeva il suo quesito su un giornale che certo non poteva essere avvalorato all’epoca, era il 21 ottobre 1981, di aspirazioni pacifiche e pacificatorie: Lotta continua. Il decennio passato alla storia come “anni di piombo” (i fatidici anni 70), non era ancora del tutto passato: tanto per rinfrescare la memoria, e contestualizzare il periodo, l’ultimo cuore nero assassinato, Paolo Di Nella, cadeva sprangato nel febbraio del 1983. A canne di pistola ancora calde, quindi, Fachinelli che insieme alla femminista storica Lea Melandri darà poi vita alla rivista “L’erba voglio”, culla del pensiero antiautoritario, non rivendica, non si arrocca, ma anzi comincia ad esercitare una critica serrata al rigido sistema delle dicotomie contrapposte. In quell’articolo, dall’eloquente titolo “Una proposta: non usare i termini ‘sinistra’ e ‘destra’ ”  scrive: «Per una riflessione intellettuale e non, propongo di esaminare la necessità tragica, in cui si è finora trovata gran parte della specie, di ricorrere a una serie di polarità in forte tensione, di dicotomie simboliche che, variando di sostanza e figura, hanno sempre svolto un ruolo fondamentale nella storia. Basterà pensare alla dicotomia fedele – infedele, credente – non credente nell’ambito religioso; oppure alla dicotomia razza eletta – razza reietta nel successo della propaganda hitleriana. Ed è caratteristico di queste polarità il loro spostarsi spesso, con sempre maggior intensità e crudezza, ad ambiti via via più ristretti e selezionati». E chiosa: «Nel campo politico in senso stretto, la polarità sinistra-destra è andata perdendo via via la sua forza di tensione ed è ormai adibita in prevalenza a operazioni di localizzazione spaziale, per così dire, di ripartizione e classificazione dell’esistente. Di sinistra è perciò quel che viene fatto o avviene nell’ambito di uno spazio politico occupato da forze di sinistra. Ciò che prevale insomma è un’attività nomenclatoria essenzialmente tautologica: sinistra è sinistra è sinistra…».

Non è forse la fotografia esatta della sinistra che abbiamo sotto gli occhi con tutta evidenza ai giorni nostri e che Fachinelli, con sguardo lungimirante, già intuiva in potenza 28 anni fa? Però, attenzione: non apparirà sventato ipotizzare che quanto, secondo lui, era ed è vero per la sinistra potrebbe tranquillamente valere anche per una destra ridotta ad una mera categorizzazione di se stessa all’opera di governo. Una destra incapace di pensarsi e di pensare fuori dal senso (inteso nella doppia accezione di significato/direzione) dato, ripeterà a sua volta la formula tautologica: la destra è destra è destra è destra.

Ma se la sinistra è sinistra è sinistra è sinistra e null’altro, e la destra è idem di se stessa e null’altro, come ultimo principio di differenza e dialettica non resterà che moltiplicare per metameri i fattori del binomio: così, oggi, abbiamo due destre e due sinistre; domani, forse, tre destre e tre sinistre e dopodomani, con ogni probabilità, n-destre e n-sinistre. Come, di nuovo e con più noia, direbbe Gaber (che, per inciso, nel 1976 frequentò un laboratorio psico-socio-politico di Fachinelli): «…e basta!».

Per trovare una via d’uscita da questo giochetto di specchi opposti che rimandano l’un l’altro all’infinito l’identica immagine che si sono dati una volta per tutte, ci può essere ancora d’aiuto Elvio Fachinelli:  «In via del tutto provvisoria, propongo l’uso implicito e il privilegio, in ogni valutazione intellettuale, di qualcosa che si potrebbe chiamare creatività-generatività, contrapposta a non creatività e non generatività. Sarà facile notare come il valore simbolico della creatività-generatività sia fondamentalmente estraneo alla coppia sinistra-destra».

«Creatività-generatività», quindi, come principio di superamento della sclerosi multipla destra-sinistra che imbarbarisce i percorsi della politica, della dialettica, del riconoscimento reciproco, di un bene comune da privilegiare rispetto al bene fazioso della parte. Ma una politica del genere, una politica, cioè, fondata su questo nuovo binomio ha bisogno di un altro presupposto: la libertà. All’invadenza di un’autorità pubblica che già ai suoi tempi prevedeva sarebbe arrivata al cuore del privato, con la pretesa di normare i rapporti anche più intimi fra individuo e individuo, Fachinelli non solo teorizza ma pratica la cultura libertaria e anti-autoritaria. E si riserva perfino la libertà di criticare un certo marxismo ideologico che non sapeva uscire da una lettura ideologica ed esclusivamente economicistica della realtà: «Quando Marx circolava ancora sotto le bandiere rosse delle grandi sfilate, probabilmente pochi tra le centinaia di migliaia sapevano che oltre al Marx del Capitale c’era il Marx che aveva parlato del “comunismo dell’invidia”». Ed è sempre in questa sua ricerca di libertà anti autoritaria che arriverà anche ad esercitare una critica forte alla scuola classica di psicoanalisi, devota in maniera dogmatica a Sigmund Freud: «Dopo lo squarcio iniziale – si legge nelle prime pagine de La mente estatica – la psicanalisi ha finito per basarsi sul presupposto di una necessità: quella di difendersi, controllare, stare attenti, allontanare… Ma certo, questo è il suo limite: l’idea di un uomo che sempre deve difendersi, sin dalla nascita, e forse anche prima, da un pericolo interno. Bardato, corazzato. E l’essenziale, ovviamente, è che le armi siano ben fatte, adeguate. Se non sono tali in partenza, bisogna renderle adeguate: con la psicanalisi, appunto. Altrimenti disarcionamento, se non disastro».

La chiave delle sue critiche – lui marxiano – al marxismo (almeno a quello di vulgata) e quelle che fa – lui freudiano – alla psicoanalisi (almeno a quello di stretta osservanza) è la stessa: tenere prigioniero l’uomo dentro una scuola di pensiero, fissata autoritariamente (di là, a dettar la linea, il “compagno segretario”, di qua “l’analista terapeuta”), che impedisce la via libertaria al «desiderio dissidente».

Penso che il messaggio di Fachinelli possa oggi essere letto senza vincoli di schiera, a mente aperta, con sguardo limpido anche da quanti (noi) un tempo potevamo essere considerati suoi avversari politici. Il suo pensiero, infatti, contiene il seme del non pregiudizio e dell’anti pregiudizio: vizi intellettuali da cui non solo era immune ma che lavorava ad eliminare anche nell’altro. Disse di sé: «Io non sono né uno scienziato né un osservatore né uno sperimentatore né un pensatore. Non sono altro che un conquistador per temperamento – un avventuriero, se volete tradurre il termine – con la curiosità, la baldanza e la tenacia propria di quel genere di individui». Non sentite in queste parole echi che non dovrebbero risultare estranei alla nostra cultura?

Intanto, però, due prestigiosi istituti culturali come Adelphi e Bollati Boringhieri continuano a farsi una guerra per i diritti di edizione che ha l’unico esito di tenere in frigorifero una raccolta trentennale dei suoi scritti: chiara metafora del pensiero libertario soffocato dai soliti esercizi di censura autoritaria.

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