E-20 ’09. Italiano sarà lei

Carla Reiter

immigrato_fondo magazineNel 2009 per i migranti non c’è niente da festeggiare. Molto da ricordare. Ogni giorno che passa vince la palma del miglior giorno di merda dell’anno.

Tu, migrante, la mattina ti svegli e pensi: peggio di così non può andare. Ma arrivata la sera ti devi ricredere perché il padrone che ti sfruttava e ti pagava in nero, siccome ti eri incazzato e avevi chiesto che venissero rispettati i tuoi diritti, ti ha ucciso e ora ti resta solo tanto tempo per riflettere e forse per maledire un po’ il giorno in cui hai deciso di venire nel Belpaese. Ogni nuova data del calendario cristiano per te è una sorpresa: perché non puoi pregare nella tua moschea, perché tua figlia non può cantare nel coro della chiesa, perché non puoi votare. A volte, non puoi neanche pisciare, ma almeno questo vale anche per gli italiani. Devi solo lavorare, pagare, ingoiare tutto e stare zitto. Sì, zitto, perché se no sei arrogante, e non rispetti i valori e le tradizioni del popolo che ti ospita. E se proprio vuoi parlare, ringrazia lo Stato  per i bei Centri d’accoglienza che ti ha regalato. Tu pensi che siano galere e che non hai commesso nessun delitto per doverci stare per sei mesi, ma loro, i politici, in fondo si aspettano almeno un sorriso che li ripaghi dell’impegno profuso per il tuo bene e il bene supremo della geeente.

Ma vaffa, viene da dire. Se non fosse che qui dobbiamo tentare di razionalizzare e di confrontarci anche su questioni che, ho letto più volte su questo sito, dividono, creano dibattito.

Nell’anno appena trascorso si è molto discusso sulla cittadinanza. Da una parte l’opposizione capeggiata da Gianfranco Fini, dall’altra il pezzo reazionario del Pdl capeggiato dalla Lega. Bisogna fare un salto giù nel Nord per capire come il partito di Bossi cavalchi il peggiore populismo. Il loro ragionamento è tautologico: il migrante dà fastidio perché migrante. Da una parte c’è l’italianità, i suoi usi e costumi, dall’altra ci sono donne e uomini che hanno commesso un unico peccato: non essere come noi. Ma noi chi?

Ed è su questo che l’ipotesi finiana e dei suoi non regge. La loro proposta di legge per l’estensione della cittadinanza, firmata anche con alcuni esponenti del Pd, è sicuramente un passo avanti. Un passo importante. Prevede infatti di portare da dieci  a cinque gli anni per poter richiedere la cittadinanza italiana, cittadinanza – altra loro proposta – che verrebbe riconosciuto immediatamente a figli di immigrati nati in Italia (adesso devono aspettare il diciottesimo anno di età).

Ma c’è una parte del ragionamento che Fabio Granata e gli altri che appoggiano la scelta libertaria del presidente della Camera fanno che non regge. Granata, sul Secolo d’Italia in edicola il 24 dicembre, portava come esempio la Francia di Sarkozy. Esempio valido quando si parla di diritti, ma il deputato del Pdl lo faceva in riferimento al dibattito in corso sulle tradizioni nazionali. E’ un dibattito lanciato dallo stesso presidente ad ottobre, ma che ha anche creato una grande sollevazione. L’associazione Sos Racisme ha racconto 25 mila firme di persone, famose e non, che chiedono al presidente di fermare quella discussione perché produce razzismo, intolleranza, xenofobia.

Quello che è successo in Francia non è un caso. Appena si entra nell’ambito delle tradizioni e dei valori nazionali il risultato è questo. Non mi sembra che ci siano soluzioni. Lo dimostra anche la discussione sul Fondo dove i no ai fenomeni migratori, anche quando non  netti, si giustificano con il motivo del nostro essere italiani.

Non basta certo un articolo di giornale per smontare una teoria che ha una lunga storia e una vasta bibliografia. Ma vorrei solo ricordare  che appunto di una teoria si tratta e non di verità assolute. C’è del resto tutta un’altra scuola, per stare al Novecento, che si rifà a Deleuze: il pensatore francese smonta le identità, a partire da quella nazionale. Beh, niente è più induttivo, cioè basato sulla realtà, di questa teoria. Non esiste purezza, né storie che si svolgono linearmente. Non c’è una radice, ma per Deleuze c’è il rizoma, cioè una costruzione ramificata di molte radici, di molte storie, di molte identità. Tutti siamo così, la storia è così. La conseguenza della globalizzazione non sono solo e tanto meno i fenomeni migratori (cioè folle di donne e uomini costretti a lasciare le loro terre per paura, fame, desiderio di migliorare la propria esistenza) ma anche la paura di chi resta che si protegge inventando identità, valori, tradizioni che in origine erano contradditori, aperti, a loro volta a derivazione di altre culture. Se davvero c’è una “destra” che si vuole differenziare dalla becerume della Lega non può non affrontare anche questo nodo, pena il rimanere incagliata nella sua stessa costruzione teorica.

E fin qui niente di male, se in gioco non ci fosse la vita di migliaia e migliaia di persone. Ma questo problema, credo, colpisce tutti noi, nessuno escluso.

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