E-20 ’09. Sette capodogli uccisi: un crimine

Mario Grossi

Scrivi dunque le cose che hai visto,
quelle che sono e quelle che accadranno dopo.
Questo è il senso recondito delle sette stelle
che hai visto nella mia destra
E dei sette candelabri d’oro, eccolo:
le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese
e le sette lampade sono le sette Chiese

Apocalisse di Giovanni 1, 19-20

CAPIDOGLIOOgni anno nel ripensare a che cosa, nel vasto mondo, è successo, la nostra memoria ripercorre i fatti e i misfatti che inevitabilmente si sono accumulati nel corso degli ultimi 365 giorni. Perché mentre li viviamo, 365 giorni ci sembrano un periodo molto breve, ma in realtà in un anno di cose ne succedono veramente tante.

Il 2009 che ci apprestiamo ad archiviare ci ha dispensato una caterva di eventi che per un verso o per un altro possono essere catalogati come significativi. Dovendo indicarne uno non c’è che l’imbarazzo della scelta tra la rinascita dell’Alitalia, la morte di Michael Jackson, il Nobel a Barack Obama, il terremoto d’Abruzzo, il caso Englaro, il processo del secolo contro Madoff, il divorzio di Veronica e Silvio, l’aggressione allo stesso Berlusconi.

Ma se devo indicare un solo fatto che per me ha caratterizzato il 2009 non posso che andare con la mente ad un episodio che ha tutti i crismi dell’evento epocale.

Ogni evento epocale non sembra affatto un episodio particolarmente significativo. Desta clamore per un breve attimo, poi tutti se ne scordano. Ma rimane fondamentale perché il suo senso cova sotto l’epidermide della quotidianità e informa tutto il contesto circostante, diventando emblema e metafora dell’intero mondo che ci ruota attorno.

Non consideratemi sciocco pertanto se, come evento fondamentale per il 2009, scelgo quello che ha visto come protagonisti un branco di capodogli.

Ci ha raccontato la cronaca che nei primi giorni di dicembre di quest’anno sette capodogli si sono arenati, per morirci, su una spiaggia del Gargano in Puglia.

Se non fosse per la pena che si prova per questi giganti dei mari ormai accerchiati, una notizia di scarso rilievo. Peraltro neanche una novità. Quasi ogni anno i giornali raccontano di cetacei che, perso l’orientamento o minati da una strana malattia, si arenano su un qualche lido del nostro globo e anche se ributtati a mare invertono nuovamente la loro rotta quasi a testimoniare una ferrea volontà di suicidarsi. E non risiede in questo suicidio di branco la novità. Il regno animale conosce di queste azioni autolesioniste, come ad esempio la marcia autodistruttiva dei lemming che preferiscono una morte per annegamento in mare piuttosto che una devastante sovrappopolazione. Storia questa che ha permesso la nascita della fiaba de “Il pifferaio magico”.

La notizia che rende evento unico e metaforico questo spiaggiamento è il modo in cui questi capodogli sono morti e il loro numero. Come sopra accennato i precedenti spiaggiamenti e morti sono sempre stati attribuiti a una non meglio specificata malattia dei cetacei che, intaccando il cervello, ne inibiva il senso d’orientamento.

Ora le cronache, per la prima volta, parlano di altro.

I sette capodogli sono morti per aver ingerito sacchetti di plastica che i bestioni hanno scambiato per calamari giganti, il loro cibo preferito.

È la loro causa di morte che trasforma una notizia sicuramente triste in un evento da ricordare e che segna, non solo un anno ma un’intera epoca.

L’osservazione immediata è che quei sacchetti di plastica sono uno dei frutti perversi di un modello di vita che ha fatto dell’indifferenza nei confronti dell’ambiente una sua caratteristica.

Ma sarebbe troppo poco. Eventi ben più importanti possono essere elencati per dimostrare l’insensibilità del nostro modello di vita verso l’ambiente. Mi basterebbe citare l’abortito trattato di Kyoto e gli ipocriti incontri di Copenaghen.

Quei sacchetti fotografano prepotentemente il nostro modello culturale che ha partorito la postmodernità che basa la sua nefanda struttura sulla flessibilità totale, sull’accelerazione del tempo che isterilisce ogni speranza di futuro, sul duplice concetto che si autoalimenta di produzione e consumo che genera lo spreco immane del rifiuto non utilizzato, sul pensiero totalitario che tutto riduce a un unico senso.

I sette capodogli sono i tristi e inquietanti messaggeri che ci ammoniscono di rallentare il passo, di invertire la rotta.

La flessibilità è stata cantata come salvifica ormai da moltissimi. Casi di resipiscenza si contano sulla punta delle dita (un ultimo esempio di ravvedimento si trova nelle parole recenti di Tremonti).

Il mondo flessibile ha bisogno di esseri umani pronti a subitanei cambiamenti e adattamenti che rendono le persone capaci di mutar mestiere in un batter d’occhio. È così che la conoscenza non può più permettersi il peso del sapere, stratificato nel tempo dentro di noi. È l’imparare rapidamente e in maniera altrettanto rapida dimenticare ciò che si è appreso che rendono un individuo capace e flessibile.

Questo è reputato buono e giusto e privo di aspetti negativi.

Ma i capodogli che l’evoluzione ha dotato di un sapere pesante e depositato nel loro Dna, incapaci di apprendere il cambiamento rapidissimo a loro imposto e non in grado di distinguere un sacchetto di plastica da un calamaro dimostrano drammaticamente come la flessibilità ci impedisce, prima o poi, di distinguere cosa sia buono e cosa sia cattivo per ognuno di noi.

L’accelerazione del tempo tipico del postmoderno cancella il passato, fardello troppo pesante di ricordi da trasportare e non concede futuro. Contrae il tempo in un incessante e spossante susseguirsi di schegge temporali tra loro svincolate che impediscono un racconto comprensibile. Rinnegando il passato e cancellando il futuro impediscono qualsiasi percorso e tragitto, ci condannano all’immobilità frenetica (tipica dei corpi scossi dall’elettroshock) di un presente svuotato di senso.

I sette capodogli stanno lì a testimoniarcelo. Come nel racconto biblico di Giona inghiottito dalla balena. E come nel Pinocchio di Collodi. Simbolicamente la morte di quei capodogli rappresenta, la fine di un ciclo di passaggio, un percorso di rinascita spezzato dalla modernità che ci priva di ogni speranza e aspettativa per il futuro. Perché se è vero che Pinocchio, burattino di legno, inghiottito dall’immane “pesce”, scendendo nell’oscurità dei suoi visceri, intraprende un viaggio iniziatico terribile e oscuro, è pur vero che ne verrà sputato fuori trasfigurato in quel bambino che, abbandonate le spoglie lignee del burattino, nascerà a una nuova vita in carne ed ossa. La balena, mostro marino che inghiotte è anche la speranza di rinascita. Pinocchio è il Golem che si fa uomo spezzando, con il suo travagliato percorso, le catene del karma che ci tengono prigionieri a una perversa volontà altrui. Tutto questo è negato dalla modernità che con le sue dorate catene, rinnegando il passato, misconoscendo il futuro, ci desidera svuotati Golem che prendono vita solo quando il rabbino di Praga decide di soffiarci in un orecchio.

La catena perversa della produzione che deve sempre crescere, sostenuta dall’incessante e montante consumo coatto, trova in quei corpi animali che vanno decomponendosi sulle spiagge pugliesi un inquietante riscontro. Montagne di carni pulsanti, senza utilità alcuna che, avrebbero, se pescate in vita e in altri mari, costituito un prodotto gastronomico, ambito dalle tavole orientali, una merce da scambiare a caro prezzo, trasformate in ammasso informe, putrido. Un rifiuto inutilizzabile perché posto fuori dai circuiti del consumo e decentrato rispetto ai flussi delle merci.

È il simbolo dell’abbondanza prodotta dalla cornucopia del capitalismo, che è sovrabbondanza e spreco di merci per i mercati che potranno comprarsele e che si fa miseria per i paesi che non possono acquistarle.

I sette capodogli ci fanno capire il meccanismo della globalizzazione e la sua doppia morale.

Quando l’interesse in gioco è quello dei grandi gruppi multinazionali si è sempre pronti a tutelare a livello mondiale quell’interesse, benedicendo un modello unico che tutto informa. Anche il gusto si deve fare uniforme per creare mercato a Mac Donald’s o a Starbucks. Ci si associa in organismi come il WTO che determinano il commercio mondiale e tutelano i profitti dei grandi, varando leggi appropriate per impedire che il flusso indiscriminato e omnipervasivo dello scambio sia, anche in minima parte, rallentato. Quando invece ci si trova a dover tutelare dei diritti o delle vite e bisogna opporsi agli interessi economici anche di minuscole realtà, il governo globale non fa nulla. Così per le balene che continuano a essere cacciate da norvegesi e giapponesi senza che né WTO, né ONU né altri organismi globalizzatori facciano qualcosa.

Così i capodogli diventano il simbolo animale di ogni diritto negato dalla globalizzazione che vuole intervenire quando si parla d’interessi economici dei soliti noti ma che volta la faccia dall’altra parte quando si tratta di pena di morte o inquinamento o deforestazione o affermazione di elementari diritti individuali.

Il pensiero totalitario, spinto all’eccesso dalla modernità, ha trasformato quei sette capodogli. Il loro senso è meramente economico. Quanta carne può essere utilizzata del loro corpo per essere venduta a caro prezzo sui mercati giapponesi e che se non monetizzata si trasforma in un rifiuto inutilizzabile.

La modernità ha cancellato ogni loro altro senso se non quello economico.

Ironia massima di una sorte cinica e bara che oltre alla vita toglie ai sette capodogli il senso mitico che gli è stato attribuito.

La balena è un simbolo del contenente, nasconde la polivalenza dello sconosciuto e dell’interno invisibile. È la sede degli opposti che possono venire a esistere. È un simbolo della totalità in potenza. La sua massa ovoidale è stata paragonata alla congiunzione di due archi di cerchio che rappresentano i simboli del mondo superiore del cielo e della terra. Non è casuale del resto che “balena” in inglese è whale e “tutto” si dice whole.

E non appare un caso a questo punto che, come ultimo avvertimento alla nostra scelleratezza, i capodogli arenati sono sette.

Sette che è, nella simbologia numerica, il numero che rappresenta la totalità dello spazio e la totalità del tempo, che associa il numero quattro, che è simbolo della terra (i quattro punti cardinali) e il numero tre che è simbolo del cielo. Il sette (4+3) rappresenta la totalità dell’universo in movimento.

I sette capodogli arenati sono quindi i testimoni inconsapevoli (?) dell’arenarsi della modernità che trova nella globalizzazione e nella sua posterità la spiaggia sulla quale, come un relitto, abbandonarsi.

I sette capodogli sono i sette messaggeri che ci raccontano come un triste tramonto postmoderno sia alle porte e che il 2009 arenatosi in una delle crisi economiche più dure della storia si è decomposto senza lasciarci la speranza che dal suo disfacimento rinasca un 2010 rinnovato, perché spezzando il simbolo di rinascita che è nella balena, rinunciando, nell’accelerazione, a ogni speranza di futuro si decreta fin da ora la nostra fine.

La tradizione islamica racconta che la terra appena creata dondolava sulle acque. Dio inviò un angelo che si caricò la terra sulle spalle. Perché potesse poggiare i piedi, Dio creò una roccia verde posta sulla schiena e sulle corna di un toro dalle quarantamila teste, le cui zampe poggiano su un’immensa balena. La terra poggia sull’angelo, l’angelo sulla roccia, la roccia sul toro, il toro sulla balena, la balena sull’acqua, l’acqua sull’aria, e l’aria sulle tenebre.

Viene dunque raffigurata, la balena, come un supporto del mondo.

E se questo supporto cede, nulla può più reggere.

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