E-20 ’09. Morucci a CasaPound

Gabriele Adinolfi

morucci_fondo magazineL’episodio più emblematico del 2009 per me è avvenuto il 6 febbraio: Valerio Morucci a CasaPound.

L’ex comandante delle Brigate Rosse quel giorno parlò in mezzo ai fascisti  «da nemico per onorare il nemico». Dopo gli eventi di Piazza Navona, quando l’ultrasinistra emarginata aveva assalito il corteo degli studenti guidato dal Blocco Studentesco, e in seguito alle manipolazioni  di Di Pietro, Grillo, Ferrero e compagnia bella in cerca di guerre civili da rinverdire, l’ex BR aveva cercato, lui, CasaPound per poter affermare da lì – in un luogo simbolo –  e rivolto soprattutto alla sinistra: «basta con l’antifascismo».

Il significato di quel gesto è notevole e l’accompagnamento mediatico di quella scelta non è stata da meno. Morucci ha ancora un ascendente non da poco su diversi suoi compagni d’antan, che in lui spesso s’immedesimarono e sulla cui figura provarono a plasmarsi. La sua scelta di rompere un tabu consolidato produsse immediatamente lacerazioni profonde nelle stesse redazioni dei quotidiani comunisti: da l’Unità al Manifesto a Liberazione. A nulla servirono le minacce e gli inviti ai ripensamenti e alla cautela ripetutamente lanciati dai più restii: Morucci tenne duro e a CasaPound quella sera accorsero decine di rossi di ogni età, mentre l’improvvisa, sia pur diffidente, intesa trasversale raggiunse una pacata legittimazione per la presenza volontaria di Mughini, a sua volta ex big di Lotta Continua e oggi personaggio “nazionalpopolare” dello schermo.

Quel gesto fu gravido di conseguenze. Che non furono i patetici innamoramenti reciproci dei reduci di tutte le sconfitte e degli orfani di tutte le rivoluzioni, ma il superamento, sempre più diffuso, dei paraocchi e degli apriorismi.

Dal 7 febbraio in poi furono in molti i non-fascisti a bussare alla porta di Casa Pound, sentitisi legittimati proprio da Morucci a frequentare un luogo che non si poteva più definire così maledetto. Il procedimento si estese al punto che un nemico storico di CP, Smeriglio, e un regista à la page, Placido, hanno finito col presentare pubblicamente CasaPound all’intera sinistra come un modello da osservare e forse da imitare.

E non è probabilmente un caso (ma il caso esiste?) se dopo febbraio il gionalista dell’Espresso Mario La Ferla, partendo da un mio pezzo in onore del Comandante Guevara, ha pubblicato L’Altro Che, un libro che restituisce autenticità storico-politica all’area nazionalrivoluzionaria degli anni sessanta e che ha  prodotto l’aperto confronto  sul tema tra me e il compagno Raffaele Morani, inaugurato da un incontro tenuto dal sottoscritto ad Anzio proprio con Morucci.

L’importanza dell’evento nell’anno nove la possiamo riassumere ad una specie di “prova del nove”. Morucci a CasaPound e tutto il corollario significano, a mio avviso, soprattutto un ritorno alla normalità, una sorta di verifica che le cose hanno ripreso ad andare nel senso giusto, quello della ricostituzione del nostro archetipo e del nostro modello storico; qualcosa che, quando tornai in Italia nove anni e mezzo fa, sembrava impensabile visti gli sbandamenti reazionari e/o democratici che avevano affossato un’area nella melma, un’area  la cui espressione più appariscente e gettonata era allora rappresentata da un partito ultracristiano, metà giovani marmotte e metà ku klux klan.

Nei nove anni che vanno da allora allo scorso 6 febbraio ne è stata fatta di strada, soprattutto sul piano della rivoluzione culturale e della riquadratura esistenziale e comportamentale.

Da aprile a giugno ne abbiamo avuto la massima riprova. La mattina dopo il terremoto aquilano ci movemmo subito per cercare di dare una mano. Fu così che quanto seminato con Polaris e con il Soccorso Sociale ci permise di ottenere, in controtendenza rispetto a tutte le normative, l’agibilità immediata per l’intervento in abruzzo. Lì organizzamo due depositi (uno a direzione Soccorso Sociale e uno a direzione CasaPound). Casa Pound montò un campo e lavorò ininterrottamente per due mesi consecutivi producendo uno sforzo notevole che andò ben oltre le tonnellate di merci e viveri procurati da tutta Italia alla zona di Poggio Picenze. A Gianluca Iannone fu offerta la cittadinanza onoraria per l’opera svolta. Ma quel che più conta è che, durante il vero e proprio “miracolo aquilano”, i fascisti sono tornati ad essere quello che erano stati fino a quando la violenza neopartigiana li aveva isolati dal reale. Ancora la prova del nove, il ritorno alla normalità. Poggio Picenze come Firenze ’66 e il Belice ’68 dove i nostri si erano dati da fare tantissimo, sentendosi non avvoltoi di parte ma popolo.

Ma c’è di più: Poggio Picenze come la Guardia d’Onore alla cripta di Benito Mussolini, è stata formativa, nell’eccezionalità e nell’umiltà. Casa Pound che dopo quest’esperienza a buon ragione potrebbe guardare dall’alto tutte le formazioni ad essa malevolmente prospicienti, non solo non lo ha fatto ma, mossasi  verso l’essenziale, ne ha perso ogni voglia. Mentre sussistono altrove autocelebratori, unici oppositori, detentori di verità rivelate, ovvero ranocchi che  gonfiano da soli il petto negli stagni, chi ha tangibilmente conosciuto il reale, l’impegno e l’ideale si è invece lasciato alle spalle queste mediocri amenità.

Ancora la prova del nove: un anno fortunato.

Non sarebbe però esaustivo questo bilancio se non dedicassimo poche righe ad un evento di grande importanza di cui si parla poco e soprattutto male: il varo, il 1 dicembre, del Trattato di Lisbona.

Si tratta del meno disperante accordo europeo siglato dal 1992 ad oggi, un abbozzo di costituzione che fornisce ad una realtà continentale le opportunità per emanciparsi dalla soffocante dominazione angloamericana. Siamo d’accordo che l’attuale UE non è il massimo, ma il procedimento, la tendenza, la prospettiva, sono promettenti e le possibilità di una svolta neobonapartista ci sono, tutto starà a coglierle.

Una nuova prova che parte dall’anno nove.

Non chiuderemmo bene l’anno senza farci gli auguri per il futuro.
I miei sono che le condizioni proseguano a prodursi affinché quel piccolo mondo che si sta rigenerando e rivitalizzando possa incontrare un’occasione d’oro e fare, infine, di nuovo storia.

Quindi auspico che il piccolo cesare di Arcore abbia la meglio su tutti i proci che provano a fargli le scarpe, tutti: ad iniziare dal campione delle capriole, quel Fini  questuante alla porta della loggia della Pilgrim Society londinese. Se li spazzerà via e se, insieme ad essi, andrà livellando e piallando le strutture intermedie della democrazia consociativa, il piccolo cesare porterà a conclusione un processo interessante perché metterà fuori gioco per tempo i falsi tribuni.

Allora, fronte alla proletarizzazione incombente che andrà progredendo in Italia come in ogni paese liberista, e che metterà in discussione lo stesso impianto piccolo-cesariano, si avrà una sfida di portata epocale: quella della composizione di un nuovo scenario peronista.

E lo strappo di Morucci, torniamo ancora a quello, ne sarà stato un esempio precursore.

Tutto questo non si potrà realizzare nel 2010 ma nell’anno che viene potranno maturare  cose interessanti in quella direzione. E per la prima volta da anni sappiamo perlomeno che oggi esistono persone e ambienti in grado di agire e bene.

Auguri a tutti, soprattutto a chi non ne ha bisogno!

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