E-20 ’09. La scelta nucleare: io ci sto

Fabrizio Fiorini

energia nucleare_fondo magazineRelativamente all’impiego per usi civili dell’energia nucleare esistono numerose fazioni, che hanno ingaggiato e ingaggiano tuttora un’asperrima contesa, senza pari se raffrontata alle tante diatribe (per lo più sterili) che animano, nel desolante scenario del dibattito politico nazionale, lo scambio di vedute tra uomini intelligenti e – più spesso – gli starnazzi del politicamente corretto.

Volutamente vogliamo limitare il discorso agli utilizzi civili di questa fonte di energia dato che, per quanto attiene al suo impiego militare, non si può e non si dovrebbe avere una visione neutrale. Sarebbe come stabilire che sia il calibro dell’arma la discriminante in base alla quale potere o meno andare in giro armati, o come prendere posizione in favore o contro l’esistenza stessa del fucile trascendendo dal soggetto che ne detiene il possesso e ne esercita l’uso. Fatto sta che una obiettiva denunzia dei sistemi d’arma atomici non può che coincidere con la contestualizzazione storica del loro effettivo utilizzo contro la popolazione civile (Stati Uniti, 1945) o col possesso occulto di ordigni nucleari coi quali tuttavia si minaccia continuamente la sicurezza dei Paesi vicini (Israele).

Quindi, se dinanzi al mondo delle armi la critica e il giudizio debbono arrestarsi di fronte a un giudizio di valore e all’analisi storica, nel dominio dell’impiego per finalità civili della tecnologia nucleare la valutazione diviene più obiettiva per via dell’universalità del fine (l’approvvigionamento di energia) che ne favorisce e ne contraddistingue l’accettazione.

Da un paio di decenni a questa parte la questione nucleare è, in Italia, un argomento che – se non affrontato nei termini di aprioristica condanna – sconfina pericolosamente nel politicamente scorretto. La campagna di sistematica disinformazione ebbe inizio dopo l’incidente della centrale sovietica di Černobyl’, disastroso se considerato nell’insieme degli incidenti nucleari[1], ma di entità medio-bassa se paragonato a tutti gli incidenti industriali “classici”. In conseguenza di quell’episodio, infatti, si registrarono – secondo le più larghe stime – 65 decessi e le persone che sarebbero decedute o che decederanno nel futuro per cause epidemiologicamente rilevate[2] connesse all’evento non supererebbero le 5000 unità[3]. Meno di due anni prima, un altro incidente si verificò in uno stabilimento per la produzione di pesticidi della multinazionale statunitense Union Carbide a Bhopal, in India; in tale frangente circa 7500 persone morirono in pochi mesi per cause strettamente legate all’evento. Andando indietro di più di vent’anni il disastro del Vajont causò in pochi istanti la morte di 2200 esseri umani. Eppure nessuno ha mai ipotizzato di abolire l’industria chimica o le centrali idroelettriche. Per il nucleare, invece, l’evento di Černobyl’ fu la scintilla che fece deflagrare, in particolare nel nostro Paese, il sentimento di ostilità nei confronti delle centrali atomiche.

La montatura mediatica fu quindi rilevante, e mese dopo mese l’opinione pubblica si formava così una falsa coscienza ostile all’impiego dell’energia nucleare. Nel novembre del 1987, in questo contesto di terrorismo psicologico[4], si tennero i famosi referendum che, attraverso l’abrogazione di alcune norme finanziarie e amministrative, misero la parola “fine” sul piano energetico che – pur ancora a livello embrionale – stava programmando l’installazione di centrali termonucleari e che avrebbe permesso all’Italia di incamminarsi verso un’autosufficienza energetica che invece, a tutt’oggi, rimane nient’altro che una sfocata chimera.

Ancora una volta, nell’analisi (ormai storica) di un fenomeno, è d’uopo porsi la regina delle domande, quel “cui prodest?” dietro il quale chi vuole ben vedere riesce a scorgere i sempre più presidiati lidi della verità, oggi oggetto di un vero e proprio ‘blocco navale’. Una scialuppa per districarci in questo mare di menzogne ci viene offerta non dal più viscerale complottista, né dal più affetto dal malsano virus della dietrologia, bensì da Pierangelo Sardi, presidente dell’Ordine degli Psicologi e consigliere del Cnel, il quale, in un suo scritto relativo alla Dipendenza psichica nel consumo di idrocarburi [5] ci presenta il “caso Černobyl’” come lo spartiacque che «ha handicappato duramente la sorgente alternativa di energia nucleare, e che in alcuni Paesi ha brutalmente chiuso ogni discussione su tale alternativa, imponendo la dipendenza dagli idrocarburi”; ci fa inoltre presente il dr. Sardi come “alcune popolazioni europee abbiano reagito alla scena (o messinscena) di Černobyl’ come il tossicodipendente davanti alla sostanza, ed il masochista davanti al sadico. In particolare l’Italia (dove) si è parlato di tutto meno che della strozzatura economica innescata ed incombente». Questo è quanto: l’Italia di Mattei, quella che col dialogo indipendente e sovrano col mondo arabo riuscì pure a procurarsi gli idrocarburi a condizioni vantaggiose, intuì l’importanza della “natura patologica” delle politiche energetiche fondate sul petrolio e portò la nazione a livelli d’eccellenza nella produzione di energia atomica. E’ questa Italia che (pur colonia a sovranità limitata) si dimostrava inaffidabile agli occhi dei potentati politico-economici d’oltreoceano, che affermava istanze di sovranità e faceva leva sulle proprie capacità e sulla sua collocazione euro- mediterranea, che doveva essere punita: e la punizione passava anche attraverso la privazione della sua politica di potenza energetica, attraverso l’eliminazione del suo piano nucleare.

Il pretesto di Černobyl serviva il tutto su un piatto d’argento.  Una ‘rivoluzione colorata energetica’ che, con la complicità del sempreverde movimentismo eterodiretto, cancellò tutto quanto era stato fatto senza tener conto della oggettiva inconsistenza delle teorie nuclear-catastrofiste che  – oltre a ignorare l’effettiva sicurezza e il sicuro vantaggio derivanti dall’impiego dell’energia atomica – non teneva conto del progresso tecnologico che rendeva già all’epoca le centrali molto più affidabili al confronto dell’obsolescenza industriale sovietica. Questo è infatti il risultato di tale propaganda: mentre gli italiani votano nel referendum del 1986, e tuttora quando pensano all’energia atomica, hanno in mente le centrali ucraine di vetusta memoria e non sanno che si parla già di impianti (cosiddetti di “quarta generazione”) che, basati sulla tecnologia dei reattori autofertilizzanti a neutroni veloci, riducono al minimo la produzione di scorie e i rischi per la sicurezza.

Lo scenario fin qui descritto, con tutto il suo indotto di ingerenze esterne nella determinazione della politica nazionale e con tutti i suoi strascichi consistenti in umiliazioni e limitazioni alla nostra sovranità non solo energetica, serva a valutare la portata della svolta avviata nel corso dell’anno che ci lasciamo alle spalle. Il 2009 infatti ha visto dare alla luce, con una determinazione impensabile fino a qualche tempo fa, il necessario supporto legislativo che potrà riavviare un piano energetico nucleare nel nostro Paese; con l’approvazione del cosiddetto “DDL Sviluppo”, il 9 di luglio, si è dato quindi il via libera all’individuazione di nuovi siti per l’installazione di centrali atomiche che potranno essere dichiarati di interesse strategico nazionale e pertanto soggetti anche a controllo militare. E’ stata altresì istituita un’Agenzia per la sicurezza nucleare, con compiti di regolamentazione tecnica e di controllo di tutte le attività concernenti l’impiego di tale energia e lo smaltimento delle scorie.

“Coi tempi che corrono”, come si suol dire, non è affatto poco. Questa non vuole essere una lode o un entusiastico elogio all’operato del governo, con cui abbiamo dimostrato di saper essere tutt’altro che indulgenti. Molto resta infatti ancora da fare: innanzitutto bisogna che sia inderogabilmente sancita la natura pubblica della gestione di tale settore strategico, senza lasciare alcun spazio agli interessi e ai fini di lucro dei privati, esteri o autoctoni che siano; perché in questo caso la sicurezza dei cittadini sarebbe la prima a risentirne, sacrificata, come sempre avviene, sull’altare del profitto. Bisogna inoltre vedere quanto spazio sarà lasciato a questa politica dai nostri ‘tutori’ a stelle e strisce, e in ogni caso ci sarà da preoccuparsi: se dovessero avere un atteggiamento favorevole potrebbe voler dire che – ahinoi – siamo diventati una colonia molto più affidabile; altrimenti (chissà?) i ‘manutentori’ dell’aereo di Mattei potrebbero essere richiamati in servizio.

Così come può essere prematuro dare un giudizio scientifico sulla validità energetica del nucleare, trovandosi le risposte della scienza nel tempo, oltre che nello spazio, così sospendiamo anche il giudizio definitivo sul processo politico in atto. Ma siccome è costume dell’uomo positivo salutare l’anno che comincia con un buon proposito, ne ravvisiamo e apprezziamo il valore.


[1] E’ stato l’unico a essere classificato di livello 7, il massimo in una apposita scala di valori appositamente stilata dall’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica.

[2] Il concetto di “epidemiologicamente rilevato” è legato alla stretta e scientificamente dimostrabile connessione tra un evento e le sue conseguenze. Per considerare quindi un decesso come effetto di una causa determinante, questo deve avvenire rigorosamente per ragioni che al di là di ogni dubbio e in un arco di tempo ragionevole si possano ricondurre alla causa medesima. Le stime che prevedono un milione di morti in cento anni a causa dell’esplosione di Černobyl’ non hanno quindi rilevanza scientifica, incidendo comunque i tumori e le leucemie – in condizioni di normalità – per un 25% nelle cause di mortalità. La cifra di 65 decessi è tra l’altro eccessiva, annoverando anche i quattro membri dell’equipaggio di un elicottero di soccorso precipitato durante le operazioni di spegnimento dell’incendio che si era sviluppato nella centrale; per cause, quindi, non strettamente collegate alla tipologia dell’incidente.

[3] Fonti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’AIEA.

[4] Anche chi era bambino all’epoca dei fatti, come chi scrive, ricorderà senz’altro il clima di panico che si era diffuso, e le rigide direttive impartite dalle scuole, dalle famiglie e dai mezzi d’informazione relativamente ai pericoli che si sarebbero corsi nel cibarsi di certe tipologie di alimenti (anche se erano surgelati importati dall’Equador).

[5]http://dottrina.finanze.it/dottrinaWeb/contents/Articolo%20di%20Sardi.pdf?itemId=A1001001A08F10B84735C62410&nomefile=Articolo%20di%20Sardi.pdf

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