E-20 ’09. Riscaldamento globale: un bluff?

Stefano Vaj

riscaldamento_fondo magazineL’evento principale del 2009 è stato per molti osservatori lo scoppio della “bolla” del riscaldamento globale.

No, non mi sono arruolato tra i “negazionisti”, perché ritengo ragionevole allo stadio delle mie personali conoscenze e competenze sul problema (per non parlare di quello che ho l’impressione sia il vero, e del tutto primitivo, stato dell’arte al riguardo…) sospendere il giudizio sul merito della questione.

Ma un po’ più di interesse e competenza credo di poterla vantare con riguardo all’analisi ed alla decostruzione del circo del Global Warming come fenomeno politico-culturale. Esercizio ovviamente non ci dice nulla con riguardo alla realtà, gravità e conseguenze del fenomeno, ma che ci può dire molto di più con riguardo a chi ne discute.

In realtà, ci sono una serie di questioni del tutto fattuali, che ammetterebbero risposte tra loro diversificate:

1) E’ davvero in atto un processo di riscaldamento del pianeta?
2) Se la risposta è sì, questo processo è “antropico” (cioè provocato dall’uomo) o no?
3) Indipendentemente dal fatto se sia antropico o meno, e tenuto conto dei suoi danni (al netto dei possibili benefici), sino a che livello un rallentamento, una stabilizzazione o un’inversione del processo presenterebbero costi inferiori rispetto ai danni stessi?
4) La riduzione delle emissioni di gas serra è una misura sufficiente e/o necessaria (ovvero rilevante, e competitiva con eventuali alternative)? Sino a che soglia, e determinata come? Una riduzione insufficiente potrebbe ad esempio avere conseguenze comunque pesanti provvedendo ritorni minimi e tali da non giustificarla affatta…

E tanto per “moralizzare” un pochino la questione – foss’anche nei termini globalisti del mezzo pollo a testa che statisticamente corrisponde a un pollo per qualcuno e a zero polli per altri – giova rilevare che per “costi” non si parla qui in riferimento a quelli che sarebbero diversamente esternalizzati dalle aziende sulle comunità in cui operano. Ma di costi che si traducono in vite umane non salvate, opere che non si faranno, crescita ridotta o ritardata, risorse sottratte alla ricerca in altri campi, alla sanità, all’educazione, alla sicurezza sociale, all’aiuto allo sviluppo, alle bonifiche, e, sì, alla riqualificazione ed alla protezione ambientale. Con soggetti economici esposti a soffrire un pochino (ma non tanto, ammesso che la loro concorrenza versi nell’identica situazione, e perciò siano tutti nelle condizioni di alzare in misura pari i propri prezzi); ed altri soggetti destinati a trovare margini di utile, opportunità di business e facilitazioni pubbliche assolutamente insperate nell’eldorado della  nuova “emergenza” da fronteggiare.

In questo scenario, d’altronde, il millenarismo di chi non ha esitato a ventilare scenari addirittura di estinzione, con il fallimento del summit di Copenhagen incontra il coronamento di una crisi di credibilità, non dei fatti confusamente allegati (che potrebbero anche essere tutti veri!), ma delle persone e delle forze implicate.

Ci è stato detto – in so many words, e nello sfortunato scenario della vigilia di un’ondata di freddo come in Europa non se ne conoscevano da qualche anno – che questa era l'”ultima occasione”. Ciò significa che persa tale occasione è ora inutile occuparci delle emissioni perché ormai è “troppo tardi”? Che anzi, non essendoci più nulla da fare, ci conviene a questo punto ignorarne l’entità per concentrarci, che so, sul tentativo di adattarci alla vita acquatica, di modificarci per sopravvivere a un clima venusiano, o di creare una colonia autosufficiente su Marte per salvare la specie?

In realtà, vi è ragione di dubitare che tali posizioni saranno davvero assunte da qualcuno tra costoro. La riduzione delle emissioni, economicamente e simbolicamente, è per gli attori del circo del Global Warming un fine, non un mezzo, che continuerà a restare tale indipendentemente da qualsiasi ventilata irreversibilità dell’aumento delle temperature, ivi compreso per quanto attiene alla sua misura. Non solo in quanto ciò sacralizza indirettamente la natura antropica del fenomeno, che è fondamentale per il loro pubblico (da una recente statistica americana, gli elettori per combattere un riscaldamento globale “naturale” non sarebbero disposti irrazionalmente a investire neppure la metà di quello che sarebbero disposti a pagare e soffrire per ovviare ad un riscaldamento “artificiale” dalle conseguenze assolutamente identiche…). Ma appunto perché pur di fronte a quello che sarebbe il rischio esistenziale paradigmatico della nostra epoca, esiste in tale ambito un assoluto rifiuto anche solo a prendere in considerazione la possibilità e fattibilità teorica di misure di geo-engineering (“ingegneria planetaria”) volte a raffreddare il pianeta – se questa proprio deve essere l’unica ed assoluta priorità per il mondo contemporaneo -, che potrebbero anche rivelarsi più efficaci o rapide dell’invocata riduzione coattiva delle emissioni  (magari secondo criteri tali da incidentalmente contribuire alla cristallizzazione degli attuali equilibri politici e finanziari…), ma avrebbero il difetto di uscire da una discussione unicamente incentrata sulla misura della riduzione medesima.

Il famoso scandalo del Climategate – la cui migliore e più equilibrata illustrazione a mio avviso è accessibile sul Web all’indirizzo http://www.aei.org/article/101395 -, che ha fatto emergere i “metodi” della lobby scientifica del Global Warming, ha infatti ben mostrato come una piccola casta di ricercatori in un settore da sempre considerato marginale si è nell’ultimo decennio ritrovata all’incrocio di un gioco gigantesco, che ha loro provveduto riflettori, potere, finanziamenti, influenza, in rapporto al quale la vanità piuttosto che non invece il pregiudizio ideologico o l’interesse hanno potuto dispiegare tutta la loro capacità di generare “addomesticazioni” dei dati e della loro presentazione, campagne di delegittimazione degli scettici, “metodologie dei risultati”, utilizzo spregiudicato di argomenti “ad personam” e dossier creati a tavolino, e così via.

Tutte attività che lasciano certo indifferente il clima del pianeta, ma la cui esposizione ha inevitabilmente compromesso il clima “scientifico” che si è preteso sino ad oggi dominasse, almeno da un lato, il dibattito in corso con riguardo al primo. C’è da augurarsi che contribuisca ad indebolire il dogmatismo parimenti in essere su altri argomenti, e la cui contestazione resta oggi purtroppo relegata alla sfera della ciarlataneria e dei complottismi.

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