E-20 ’09. Non c’è giustizia

miro renzaglia

il fondo magazine di miro renzaglia

Diceva Ezra Pound: «Nessun sistema economico funzionerà se alla base non c’è un fortissimo senso etico». Quello che è vero per l’economia è vero anche per gli altri sistemi in gioco nella vita civile di una nazione. A cominciare, forse soprattutto, dal sistema della giustizia, tanto appare stretta la sua connessione con la morale pubblica e privata.

Che il sistema giudiziario italiano sia ridotto ad una condizione di chiara difficoltà, ed uso un eufemismo, il 2009 lo ha reso di una evidenza lampante. Dai casi personali del Capo del governo Silvio Berlusconi, a quelli di Garlasco, di Perugia fino alla vicenda orribile del povero Stefano Cucchi, abbiamo assistito ad un festival di orrori giudiziari difficilmente (speriamo) ripetibile.

Cominciamo da lui, da Silvio Berlusconi. Che i suoi casi con la giustizia abbiano natura strettamente privata, non rinvenendosi nella sua prassi politica alcunché di contestabile penalmente, è fuori di dubbio. Che ci sia un partito dei magistrati nato dai fasti di “tangentopoli” e mai più sciolto, un partito che condiziona pesantemente le dinamiche politiche di questo paese, è probabilmente vero. L’ultima vicenda, quella dell’uso strumentale del pentito di mafia Spatuzza, montato clamorosamente alla cronaca  come pietra angolare di un edificio accusatorio contro Marcello Dell’Utri e, di conseguenza transitiva, contro lo stesso Berlusconi, e smontato ai primi balbettii di un tardo testimone che nulla ha prodotto di penalmente rilevante, lascia pochi dubbi in proposito. Come è vero che Silvio Berlusconi usi, a sua volta, le armi della politica per contrastare quel partito a lui da sempre avverso e come certificano tutti i lodi realizzati o abortiti che ha cercato di far passare in Parlamento, fino alle famose leggi ad personam che lo hanno messo più volte al riparo da esiti e sentenze giudiziarie. Ci troviamo palesemente di fronte ad uno scontro istituzionale. Il che non sarebbe nemmeno una sciagura se al centro della disputa ci fosse il diritto e non la politica, ovvero: se la dinamica di scontro fosse determinata da una ricerca di nuovi equilibri fra i poteri dello stato, prassi del tutto legittimata dalla Costituzione e non il potere stesso. E’ qui, in questo scontro PER il potere, FRA poteri costituiti che la giustizia, intesa come valore normativo, diventa vittima del gioco. Un caso per tutti: la recente proposta di legge per lo snellimento dei tempi processuali, cosiddetta del “processo breve”, era e resta una riforma necessaria. Il solo dubbio che a beneficiarne con i tempi di prescrizione che si accorciano, sarebbe stato anche il capo della maggioranza che la proponeva, l’ha fatta decadere ad un obbrobrio che obbrobrio non era (e non è). Sono le inevitabile conseguenze della decadenza di un principio di diritto noto come “divisione dei poteri”, amministrativo, legislativo, giudiziario che è alle fondamenta stesse di ogni sana concezione dello stato di… diritto, appunto. Una magistratura che entra in politica, e un Capo di governo che si fa le leggi su misura per far coincidere i suoi casi personali con i superiori interessi della nazione, violano di fatto quel principio con l’effetto catastrofico di produrre, stavolta sì, un obbrobrio di cui paghiamo le conseguenze tutti.

Perugia. Omicidio di Meredith Kerchner. Condannati in primo grado i tre indiziati: i due italiani Raffaele Sollecito e  Rudy Guede, e la cittadina americana Amanda Knox rispettivamente a 25, 30 e 26 (25 anni per l’omicidio più uno per la calunnia nei confronti di Patrick Lumumba, ma ne avrebbe meritato almeno un altro anche per le calunnie nei confronti delle forze di polizia da lei accusate  di maltrattamenti, non provati, durante la fase degli interrogatori). C’era, in quelle prime due sentenze di primo grado, un’anomalia. Dalla ricostruzione del crimine, la responsabile di aver inferto la coltellata letale alla vittima sarebbe stata proprio la cittadina americana, mentre Raffaele Sollecito la immobilizzava per favorire lo stupro, che non è stato condotto a termine, di  Rudi Guede. A conti fatti, un tentato stupro ha meritato una condanna maggiore, addirittura il massimo della pena, l’ergastolo, se l’imputato non avesse fruito dei benefici dal cosiddetto “rito processuale abbreviato” per il quale aveva optato, rispetto a chi ha commesso materialmente l’omicidio. Anche volendo supporre che il tentato stupro sia un’aggravante, perché lo stesso criterio non è stato adottato per Raffaele Sollecito che partecipava attivamente alla violenza sessuale, immobilizzando la ragazza? Qualcuno ha ipotizzato che a differire il giudizio siano state le valutazioni soggettive delle due diverse corti giudicanti (una per Rudy Guede ed una per Sollecito e Knox). Non regge: i due processi si sono svolti non in contemporanea ma in successione e, quindi, la seconda corte di giudizio non poteva non essere consapevole di introdurre con la sua sentenza “morbida” un principio di disparità di giudizio. Principio per il momento cancellato dalla sentenza di secondo grado emessa dalla Corte di Appello di Roma, il 22 dicembre ultimo scorso che ha ridotto la pena di Rudy Guede da 30 anni a 16. Giustizia ristabilita quindi? Forse. Rimane per ora il dubbio che il ridimensionamento della pena di Guede faccia da preludio all’assoluzione di Sollecito e Knox, lasciando l’italiano di origini ivoriane unico colpevole, come probabilmente si auspicano l’ambasciata Usa, di cui la Knox è cittadina, e la buona e alta borghesia italica alla quale Sollecito, a differenza di Guede, appartiene. Staremo a vedere se e quanto, ancora una volta, i poteri forti, economici e/o sovranazionali, potranno sulla giustizia italiana.

Alberto Stasi, invece, è stato assolto in primo grado dall’accusa di omicidio della sua fidanzata, Chiara Poggi, commesso due anni fa a Garlasco.  La vicenda ci racconta di un’altra malattia dello spirito di cui questo paese ha preso a soffrire: il processo mediatico. Alberto Stasi era l’assassino perfetto nell’immaginario popolare: freddo, quasi distaccato, con qualche debolezza per le immagini erotiche hard, forse anche pedofile, apparentemente senza un alibi: il paese si è subito spaccato fra innocentisti e colpevolisti. Ma non è questo il punto. Il punto è che su questo omicidio (così come molti altri) da qualche anno a questa parte, i media hanno ritenuto di poter esercitare, ancora una volta, non il diritto di cronaca ma quello del giudizio sommario. E allora via con i plastici di Bruno Vespa, le analisi di criminologi e psichiatri sotto i riflettori degli studi televisivi, le ossessioni del “chi è veramente Alberto Stasi?”, le interviste al tabaccaio e alla vicina di casa per farsi raccontare il lato oscuro (cercato) o il lato solare (secondario ai fini dell’audience) del presunto assassino… Questo non è né diritto di cronaca né indagine giornalistica: è solo gogna mediatica. Una gogna che è già una pena, una condanna preliminare. E se la condanna vera non arriva, e arriva invece l’assoluzione, come la mettiamo? Fa niente: si fa, quando si fa, una nuova puntata di Porta e Porta e si dà la lieta novella, con la pretesa, per giunta, di fare gli equilibrati informatori pubblici. Il quarto potere, quello televisivo, invade il terzo potere: quello giurisdizionale. E forse – dico: forse – questa invasione morbosa non arriva a condizionare il giudice,  ma chi può essere certo che non arrivi a suggestionare i membri della giuria che, in quanto popolare e non tecnica, può non aver sviluppato gli anticorpi necessari a restarne immune?

Stefano Cucchi, infine. Ma non ultimo, anzi: la sua tragica fine è la metafora quintessenziale dello smarrimento (come minimo) del senso di giustizia. Uno stato che dovrebbe avere come sua prima istanza il soccorso dei cittadini in difficoltà fisica, esogena o endogena che sia, diventa il loro carnefice. E lo diventa nel cuore stesso della sua fabbrica di giustizia: le aule di tribunale, le celle penitenziarie, le stanze d’ospedale detentivo.

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