Diritto di cittadinanza. Dovere civile

Carla Reiter

minatori_italiani_emigranti_fondo magazineEra il 1991 quando l’Italia si accorse che dall’oscuro dirimpettaio in pieno sfascio di regime comunista potevano arrivare orde di persone stipate su barconi altrimenti denominate “carrette del mare”. La reazione che ebbe la città di Bari dinanzi a quella scena mai vista fu totalmente ambivalente. Da una parte la gente comune faceva a gara per portare viveri e altri generi di prima necessità, dall’altra le istituzioni decisero di avviare la “politica del filo spinato”. Li chiusero nello stadio lavandoli con gli idranti sparati dagli elicotteri. Quasi una premonizione.

Da allora in poi a tutti i migranti privi di permesso di soggiorno sarebbe spettata la “forma campo”, come l’ha chiamata Agamben. Cominciarono la Turco e Napolitano con la legge 40 del 2008 che, per la prima volta in Italia, istituiva i centri di detenzione per migranti. Poi arrivò la Legge Bossi-Fini che allungò i tempi di detenzione sino a 60 giorni e ora Maroni con il suo secondo pacchetto sicurezza dell’anno, detenzione nei Cie (centri di identificazione e di espulsione) sino a 180 giorni e istituzione del reato di “clandestinità”.

E tutti gli altri? I cosiddetti regolari? Un rapporto di Bankitalia pubblicato quest’estate diceva che la forza-lavoro migrante “serve” all’Italia. Vero, verissimo. Senza i migranti l’Italia non avrebbe il suo esercito industriale di riserva, non avrebbe il suo “capitale umano” da utilizzare per badare agli anziani e per fare le pulizie. E che farebbero gli imprenditori leghisti dell’opulento nord-est senza schiavizzare il lavoro migrante?

Gli operai votano la Lega, si dice che lo facciano perché loro sono rimasti gli unici a fare “il partito territoriale”, quello vicino alla “gente comune”. Non è vero. Gli operai votano la Lega perché la crisi finanziaria e il sistema capitalistico ha messo i lavoratori gli uni contro gli altri, li ha messi in competizione nel meraviglioso mondo dello sfruttamento del lavoro salariato. Il lavoro migrante costa meno. E’ sufficiente questo per renderli detestabili dagli autoctoni.

E poi tante belle parole: multiculturalismo, integrazione, intercultura, dialogo. Nelle Università proliferano master e corsi sulla dia- logicità e sulla formazione dei “mediatori culturali”. Una sorta di parodia costruita per nascondere l’odio e il razzismo che ormai regnano sovrani nel Belpaese. Un odio bipartisan costruito attraverso propagande securitarie, allarmismi sociali che non hanno alcun principio di realtà.

Eppure qualcosa si muove. Da destra si sono accorti che l’unico modo per “integrare” i migranti di prima e seconda generazione è la concessione della cittadinanza ovvero la possibilità di accedere a tutti i diritti sociali, politici e civili previsti dalla Costituzione. Un atto di civiltà da supportare, secondo Granata-Sarubbi, dal giuramento stesso sulla costituzione e dall’esame di lingua italiana. La proposta di legge giace in parlamento rimandata di settimana in settimana perché tutti sanno che la svolta “finiana” potrebbe portare alla caduta del governo.

E il Berlusca che fa? Segue la Lega su tutti i fronti. I suoi conti se li è fatti, la Lega starebbe al 10%, gli ex An non si sa. Fini è solo. Eppure rispetto all’oggetto dello scontro la cittadinanza non appare risolutiva. Supponiamo che un migrante riesca a diventare cittadino italiano dopo solo cinque anni, come prevede questa proposta (a fronte dei 10-12 previsti ora) cambierebbe qualcosa? No, se prima non si abrogano i pacchetti dell’odio, no se non si stracciano gli accordi con la Libia. Grazie a questi ultimi, infatti, i migranti rimangono sulle coste libiche, chiusi nei campi di concentramento e poi una volta fuori abbandonati nel deserto che ormai pullula di cadaveri. Loro ci conservano i cadaveri del sistema, noi gli diamo le strade. Un accordo dall’alto valore “umano”, non c’è che dire.

Nei Cie italiani, invece, ormai ci sono i migranti che pur avendo vissuto in Italia non hanno avuto accesso ad un nuovo permesso di soggiorno perché licenziati dalla crisi. Gli accordi con la Libia hanno fatto diminuire gli sbarchi, ma hanno ridisegnato una geografia dell’esclusione che ormai denuncia solo l’Onu. Anni fa Giusto Catania, ex parlamentare europeo di Rifondazione Comunista, aveva depositato presso il Parlamento dell’Ue un’altra proposta di legge sulla cittadinanza. Anch’essa, come quella di Granata-Sarubbi, si fondava sul principio dello jus soli piuttosto che sullo jus sanguinis, ovvero si è cittadini o lo si può diventare per residenza e non per filiazione di sangue. La bocciarono.

Le leggi, si sa, non cambiano molto se pervade un tessuto culturale ostile e forcaiolo contro “i diversi”, ma in questo caso e in questo momento potrebbero avere un valore simbolico e politico degno di una crisi di governo. Una ragione valida per sostenere questo progetto di legge. Meglio sarebbe, tuttavia, fuoriuscire totalmente dalla melma ipocrita che gira attorno all’esperienza migratoria e alle sue ricadute sul contesto socio-culturale e socio-politico dell’Italia. Ancor prima dei diritti di cittadinanza, a cui tra l’altro non hanno più accesso neppure gli italiani (esiste ancora lo stato di diritto?), vi sarebbero i diritti umani. Quelli per cui si è persone prima ancora che cittadini. Ma non gliene importa niente a nessuno. Il formalismo giuridico, lo dice la parola stessa, è carta straccia. La politica è altro, è produzione di consenso con ogni mezzo. E se il mezzo è lo sfruttamento o l’annientamento dei corpi dei migranti, poco male. L’importante è vincere le elezioni!

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