Copenaghen. Vince il turbo capitalismo

Il Fondo

mediumlarge_conferenza-ONU-di-copenhagen_fondo magazineE’ difficile dire se si possa definire un fallimento annunciato. Ma alla fine il risultato è lo stesso. Annunciato o non annunciato il vertice di Copenaghen sul clima si è concluso con un (quasi) nulla di fatto.

Usa, Cina, India, Brasile e Sudafrica hanno siglato un accordo che conferma, ma molto debolmente, l’impegno a contenere nei due gradi centigradi l’aumento della temperatura terrestre (patto che era già stato siglato durante il G8 dell’Aquila) mentre si è sorvolato sul punto centrale: la riduzione dell’emissione dei gas serra rinviando la discussione a tra sei mesi, quando è previsto il vertice di Bonn.

Il risultato è reso meno fallimentare solo dalla riconferma che esiste un’asimmetria di responsabilità tra i diversi paesi e dall’impegno a trasferire una certa quantità di soldi –  30 miliardi l’anno entro il 2012, 100 miliardi l’anno entro il 2100 – ai paesi in via di sviluppo e a economia emergente.

Ma questo non è bastato agli altri Paesi, soprattutto quelli africani, che dopo aver protestato hanno semplicemente «preso atto» del patto siglato di fatto rimandandolo al mittente. L’esponente del Sudan, in rappresentanza, del G77 ha paragonato l’accordo tra i grandi a un Olocausto inflitto alla sua Africa.

Hanno ragione loro. L’accordo siglato non può bastare. Il quadro che il vertice internazionale ci offre è infatti quello di una crisi politica a tutto tondo: crisi dei rapporti internazionali, ma anche crisi strategica su come davvero affrontare la crisi ambientale che, giorno dopo giorno, sta distruggendo il pianeta in cui viviamo.

La crisi internazionale si è giocata su due fronti principali: i contrasti tra Usa e Cina da una parte, lo scacco dell’Europa dall’altra. Fin dal suo arrivo a Copenaghen un Barack Obama molto attivo ha cercato di fare pressione sulla Cina (al momento il massimo produttore di gas serra, mentre il record pro capite resta però ancora nella mani degli Stati Uniti) a siglare un accordo che cercasse di affrontare per davvero le questioni in campo. Ma la Cina, rappresentata dal Primo ministro Cinese Wen Jiabao, non ha ceduto e a un certo punto sembrava che potesse saltare tutto.

Il protagonismo degli Usa e della Cina ha messo in un angolo l’Europa e questo, oltre a inficiare l’esito del summit, ha comunque delle ricadute negative, perché va a indebolire una realtà politica giù risibile e incapace di andare nei consessi internazionali con una posizione forte e comune.

Ma come mai Obama non è stato in grado di portare a casa di più? Il punto è che lo stesso presidente Usa deve fare i conti con la crisi e con un’opinione pubblica preoccupata del futuro. E oggi il futuro è rappresentato soprattutto dal lavoro di fabbrica e da quell’industria pesante responsabile delle emissione di gas serra, ma anche dello sviluppo economico che sta vivendo la Cina. Siglare un accordo sul clima al rialzo significava e significa mettere in discussione anche il modello di sviluppo, prevedere una sterzata, mettere in atto un piano anticrisi che ancora una volta non punti tutto sulle attività inquinanti e su un capitalismo turbo che non rinuncia allo sfruttamento e al profitto über alles. E’ impossibile? Crediamo di no. Sicuramente è necessario, pena l’estinzione della vita per come l’abbiamo conosciuta finora.

La rivolta – anche se poi rientrata nella formula “prendiamo atto” – degli altri paesi, i Paesi cioè che non guadagnano nulla, ma perdono molto, fa sperare che qualcosa cambi e che al prossimo summit lo scontro sia maggiore e migliore sia l’accordo. Ma perché questo accada occorre che cambi anche la mentalità delle persone. Che i cittadini e le cittadine di tutto il mondo sentano il problema dell’ambiente non come qualcosa lontano, estraneo, che non li tocca. In realtà i mutamenti del clima e dell’ecosistema in generale incidono già fortemente sulle nostre vite, ma ancora di più incideranno sulle generazioni future. E questo è un problema anche nostro.

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