Cecenia. Pax russa e sconfitta dell’Occidente

Fabrizio Fiorini

La storia non ci insegna nulla. Si limita a punirci se non impariamo le sue lezioni

Dmitrij Anatolevič Medvedev

Dmitry_Medvedev_fondo magazineDalla dissoluzione dell’Unione Sovietica in poi, la Cecenia è stata considerata a ragione la maggiore area di crisi di tutta l’area caucasica e della totalità della Federazione Russa. Passando attraverso i mutamenti del contesto internazionale, dalla fase terminale dell’esistenza dell’Urss fino alla cosiddetta “guerra al terrorismo” del primo decennio del XXI secolo, questa repubblica autonoma russa si è trovata infatti in un contesto di guerra permanente, maggiormente acuitosi nei periodi 1994-1996 e 1999-2000, nel corso di quelle che sono conosciute come prima e seconda guerra cecena. Gli attori politici, economici e militari che hanno giocato un ruolo da protagonisti nel dipanarsi della crisi che ha contrapposto Groznyi allo Stato centrale russo sono stati molteplici: lo stesso governo di Mosca, nel pieno diritto di preservare l’integrità dello Stato; parte del mondo islamico che preme ai confini meridionali della Federazione; le fazioni indipendentiste; le interessate lobby del petrolio; le numerose organizzazioni e clan criminali locali; ultimi, ma non meno importanti, gli interessi geostrategici dell’Occidente e, più precisamente, anglo-americani.

A partire dalla fine del 1990, l’evoluzione della crisi nella piccola repubblica andò di pari passo col processo di disgregazione dell’Unione Sovietica. L’ambigua figura del generale Džochar Dudaev[1], leader indipendentista ceceno, fu agevolata nella sua affermazione proprio dalla vittoria a Mosca della fazione del presidente russo Boris Elcin in contrapposizione a ciò che rimaneva della nomenklatura sovietico-gorbacëviana che aveva come referente nella repubblica caucasica il presidente del soviet locale Zavgaev, all’epoca promotore di un moderato autonomismo. Questi dovette definitivamente lasciare spazio alla fazione indipendentista radicale di Dudaev quando, in seguito alla definitiva caduta in disgrazia del potere centrale sovietico, le ingerenze elciniane sulla politica caucasica si facevano sempre più marcate. Era l’inizio del cupo periodo di tracollo della sovranità nazionale russa di cui Boris Elcin si rese responsabile.

Il generale Dudaev tuttavia forzò gli eventi, indisse elezioni farsa, giurò sul Corano e proclamò l’indipendenza. Quando prese in ostaggio un migliaio di uomini dell’Armata Rossa, si appalesò anche l’inconsistenza politica dell’ormai crepuscolare leadership di Gorbacëv, che si oppose a un azione militare per dimostrare che il potere sovietico era estraneo a ogni ingerenza negli affari interni di quella che ormai era una Russia “indipendente”. Ulteriori responsabilità nella dissoluzione dello Stato russo ricaddero, all’inizio del 1992, nell’allora ministro della difesa Pavel Gračev che decise di abbandonare nella repubblica secessionista un enorme quantitativo di armi che erano appartenute all’Armata Rossa, probabilmente per celare il fatto che molti armamenti erano andati perduti nel caos provocato dal collasso dell’Urss, e buona parte di questi erano già stati venduti alle milizie di Dudaev da elementi corrotti delle Forze Armate. Boris Elcin avrebbe continuato a muoversi nell’ambiguità: da un lato offriva un labile sostegno all’opposizione alla fazione indipendentista dudaeviana, dall’altro cercava il compromesso e si dimostrava propenso alla frammentazione della Federazione tramite l’esasperazione delle numerose istanze autonomiste.

Degenerata irrimediabilmente la situazione sul terreno, alla fine del 1994 Mosca optò per l’azione di forza. Era l’inizio della prima guerra cecena. Le operazioni militari delle Forze Armate russe, teoricamente formidabili nelle offensive campali,  registravano una sconcertante sequela di sconfitte impartite dalle forze indipendentiste, più leggere e quindi più agili in un contesto di guerriglia. L’opinione pubblica mondiale, vittima della propaganda anglo-statunitense, manifestava sempre più la sua simpatia per la causa cecena; il condizionamento raggiunse inoltre i governi delle repubbliche ex-sovietiche, paralizzando quindi le strutture decisionali della già debole Comunità degli Stati Indipendenti. L’inversione di tendenza registratasi nel 1995, quando i rincalzi e la preponderanza numerica delle forze federali iniziarono a rovesciare la situazione in favore di Mosca, subì una battuta d’arresto quando in giugno un commando ceceno capeggiato da Basaev occupò la città russa di Budënnovsk, nella regione di Stavropol, prendendo numerosi ostaggi. La mediazione del premier russo Černomyrdin mostrò tutta la debolezza del governo di Elcin, che promise agli indipendentisti un salvacondotto e il graduale ritiro delle truppe; dopo un periodo di impasse, di inasprimento del terrorismo ceceno attraverso nuove azioni armate e, come unico successo da parte russa, dell’eliminazione del generale Dudaev, si giunse quindi alla vergognosa resa di Chasavjurt in cui il generale russo Lebed e il leader indipendentista ‘moderato’  Maschadov sancirono la rinunzia di fatto, da parte di Mosca, dell’autorità statale sulla repubblica caucasica.

La fine di questo primo conflitto non fermò le ambizioni dei guerriglieri ceceni, in ispecie di quell’ala oltranzista legata a Basaev che, convinta che la Russia avesse ormai allentato la presa sul Caucaso, tentò – invano – di esportare l’instabilità e la violenza nel vicino Dagestan. Groznyi non si accontentava più di una pur larga autonomia, dopo una guerra che riteneva di aver vinto, Mosca temeva per il proprio controllo sulle vie di transito energetiche che attraverso il Caucaso (e la Cecenia) e tramite il polo di Novorossijsk conducevano gli idrocarburi sul mercato occidentale, e la pressione politica europea e statunitense continuavano a prendere le parti della causa cecena.

La tanto agognata svolta ci fu nel 1999, con l’elezione a primo ministro di Vladimir Putin. Questi, con una determinazione e con un senso dello Stato che in Russia latitavano ormai da anni, risolse in pochi giorni le questioni dagestane impartendo delle sonore sconfitte ai ribelli e, in seguito a tre attentati terroristici che nell’arco di pochi giorni colpirono Mosca, Volgodonsk (regione di Rostov) e Buinaksk (Dagestan) ribadì la volontà della Russia di riscattarsi e di eliminare alla radice i problemi del terrorismo e del secessionismo. Le operazioni militari, che ebbero inizio alla fine di settembre del 1999, portarono la Russia a una vittoria rapida e schiacciante, nonostante l’ostilità della confinante Georgia che, per ritorsione nei confronti di Mosca per il suo sostegno alla repubblica secessionista di Abchazija e a differenza di quanto aveva fatto nel corso del primo conflitto, non chiuse i suoi confini con la Cecenia, fornendo quindi ai guerriglieri un valido retroterra.

Una volta ripreso il controllo della repubblica ribelle Vladimir Putin, che nel frattempo era stato eletto presidente della Federazione, rifiutò le trattative tanto con i fondamentalisti prezzolati dalla Cia quale era Basaev quanto con i ‘moderati’ alla Maschadov, legati a Londra (dove risiede il governo ceceno fantoccio in esilio). Trovò un valido interlocutore invece nella massima autorità religiosa locale, il muftì Kadyrov, che – dimessosi da ogni incarico di natura religiosa – fu proclamato formalmente amministratore della repubblica autonoma russa di Cecenia.

Gli sforzi congiunti del Cremlino e della nuova leadership cecena per la pacificazione nazionale sono stati notevoli, già dai primi tempi successivi al conflitto, nonostante l’esclusione dai negoziati della frangia più oltranzista degli indipendentisti e nonostante l’intransigenza dei ‘moderati’ che, dall’esilio, non riuscirono a giungere a nessun accordo con Mosca. Con la risoluzione della questione cecena è stata anche opportunamente abbandonata l’ipotesi di una “Russia delle Regioni”, in voga nell’era elciniana, per avvicinarsi a una concezione più centralista dello Stato, affermatosi in un ruolo dirigente delle pur concesse autonomie locali.

Nonostante i colpi di coda dell’eterodiretto terrorismo ceceno, che tra il 2002 e il 2004 si rese responsabile di attentati, sequestri e violenze nel territorio russo, e nonostante l’attentato dinamitardo in cui il presidente Kadyrov cadde vittima nello stadio di Groznyi (pure nel 2004), la situazione nella repubblica caucasica è – checché ne dicano i megafoni della propaganda in occidente – sulla via della normalizzazione. Una nuova costituzione è stata promulgata, la ricostruzione procede di pari passo con la riorganizzazione della vita civile.

Solo a Londra non se ne sono accorti, dove continuano a dare ospitalità a un governo fantoccio in esilio e a negare l’estradizione in Russia di responsabili di gravi atti di violenza. Forse i nordirlandesi gradirebbero analoghe attenzioni.


[1] Ceceno di origine, aveva subito in gioventù la deportazione in Asia centrale in cui furono coinvolti migliaia di suoi connazionali dopo la fine del secondo conflitto mondiale; in seguito a una rapida carriera militare, aveva comandato una divisione di bombardieri nucleari strategici in Estonia, dove aveva preso familiarità con le istanze indipendentiste anti-russe.

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks